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Fennesz – Venice

Fennesz - VeniceL’acqua s’infrange contro moli e muri. Di continuo. È colonna sonora di una celebre laguna, oltre che scintilla creativa per il turista che, anni fa, passeggiava ammirato tra le sue silenziose calli. Con un registratore low-fi sempre in tasca per puntellare le idee che sgorgavano spontanee nella sua mente d’artista. L’album “Venice” (2014) di Fennesz si pone come affresco sonoro di una città intrappolata nelle foto di Jon Wozencroft e riflessa in quattordici tracce, oggi ri-ascoltabili in vinile, per conto della leggendaria etichetta Touch. Declinazioni di isolazionismo e decadentismo che elevano l’opera a pietra miliare del genere glitch.

Intrisa di romanticismo, la quarta opera del chitarrista austriaco racchiude gli stilemi tradizionali del sound che l’aveva contraddistinto fino al 2004: aperture melodiche, distorsioni da brividi e l’uso versatile della Fender Stratocaster. Perfetta alchimia tra digitale e analogico, soggetta a manipolazioni di classe. Minuscoli frammenti di suono compongono un puzzle acquatico, per attimi in bilico tra saturazioni e tremori. Le composizioni di Fennesz assumono così una cromatura tanto elegante quanto ermetica, segno distintivo di un’evoluzione nel suo linguaggio musicale dopo i fasti del seminale predecessore, “Endless Summer” (2001).

I ricordi di pomeriggi estivi sfumano in The Future Will Be Different. Pochi accordi e la barca immortalata in copertina comincia a fendere pigra le onde per un viaggio, se in vinile, su quattro lati. Rivers Of Sand e Château Rouge tratteggiano atmosfere tra mai confusi riverberi e struggenti melodie. Al senso d’irrequietezza che s’instilla, invece, nella glaciale City Of Light fa da contraltare l’epica progressione composta da Onsra, Circassian – con il compositore Burkhard Stangl alla chitarra – e Onsay. Gli eterei sample vocali di The Other Face sembrano preannunciare, poi, la presenza di un secondo gradito ospite.

In Transit, la flemmatica voce è, infatti, di David Sylvian, storico cantante dei Japan. È il monotono contrappunto alla liquidità di The Point Of It All. La musica sembra ricreare lo sciabordio udibile in prossimità dei ponticelli della città. Questa la crepitante cifra stilistica di un lavoro ineccepibile, che non s’infrange sulla roccia, ma la scolpisce. Infine, gli accordi di chitarra acustica di Laguna e Asusu preparano l’avvento rumoristico di The Stone Of Impermanence. La chiusura è affidata alla bonus track Tree e al suo locked groove. A distanza di un decennio dalla sua pubblicazione, “Venice” impressiona ancora per l’arguzia compositiva e l’equilibrio di fondo. Gorgogliante.

Marco Ferretti

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