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L'Empire e King Kong

Post fata resurgo. Dai detriti del Great Crash.

“Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
sta come torre ferma, che non  crolla
già mai la cima per soffiar di venti”.

Il  24 Ottobre del 1929 si compiva il più rovinoso crollo della Borsa di Wall street.

E se il “Giovedì Nero” apriva il sipario a quella che sarà la Grande Depressione americana, nello stesso periodo, dello stesso anno, nel centro di Manhattan ci si adoperava per un altro crollo, un’altra distruzione, questa volta volontaria, di una delle famose opere architettoniche del tempo, il Waldorf Astoria, volta a regalare la scena a qualcos’altro di ben più grande.
Sulle ceneri di un famoso Hotel, epicentro dell’alta società newyorkese, si aprirono i cantieri di quello che sarà uno degli edifici simbolo della cultura americana nella grande mela: l’Empire State Building.

L'Empire e King Kong
L’Empire e King Kong

La distruzione del Waldorf viene progettata nei dettagli come una fase della realizzazione futura: il titano di fine Ottocento così smantellato viene ucciso dal figlio, che, dopo avergli fatto sputare l’ultima pietra, lo scarica in mare a cinque miglia dalla costa. Il nostro Empire cresce inglobando tutti i suoi predecessori e raccogliendo in sé tutta la loro energia e spirito. Perché il Manhattanismo funziona così: l’architettura si autodistrugge per poi ricostruirsi, ai fini di una nuova rinascita, una reincarnazione più idonea alla Tendenza del momento.

“Per qualsiasi altra cultura la demolizione del vecchio Waldorf sarebbe stato un atto filisteo di distruzione, ma per l’ideologia del Manhattanismo si trasforma in una liberazione”   Rem Koolhaas, Delirious New York

Questo spirito tramandato non consiste in altro se non essere un puro e semplice involucro, un edificio vuoto, che gli valse l’ironico soprannome di Empty State Building negli anni successivi all’inaugurazione.  Il suo unico obiettivo fu quello di “rendere concreta un’astrazione finanziaria, ovverosia esistere” [1]. Uno tra i più splendenti aghi di Manhattan era finalmente stato realizzato.
All’opposto se New York apriva il cielo alle fenici di cemento, in Europa si viaggiava sulle code dei pavoni e sempre nel 1929 a Parigi veniva pubblicato “Il mistero delle cattedrali” dell’”anonimo” Fulcanelli. Il libro sosteneva la suggestiva tesi che le cattedrali gotiche fossero delle misteriose opere, da leggere come dei codici di pietra. Ogni bassorilievo, vetrata o nervatura strutturale divenivano agli occhi dell’osservatore espressione grafica di fondamenti alchemici  di cui si poteva arrivare a rivelazione, bastava saperle decifrare.

Il “Post fata resurgo” americano, la distruzione necessaria alla rinascita avrebbe avuto senso anche in un’ Europa dove in ogni dettaglio, modanatura o garguglia poteva nascondersi l’essenza dell’universo? Evidentemente no.

“Il Mistero delle cattedrali” è stato titolo della mostra del 2011-12 a Londra di Anselm Kiefer, uno dei più intensi artisti del panorama contemporaneo. Lo scultore, pittore tedesco ha esposto  alla White cube una rassegna di opere dedicate, come da titolo, al tema alchemico simbolico. Tutte le grandi tele impiegano il paesaggio come punto di partenza della riflessione ed alcune in particolare ritraggono una delle smisurate imprese dell’architettura nazista: l’aeroporto Tempelhof. Realizzato come parte del masterplan della ricostruzione di Berlino ad opera di Albert Speer, il noto architetto di Hitler,  il vasto complesso doveva divenire la grande porta d’ingresso in Europa, simbolo della “capitale mondiale”.  Tale grandezza ed ambizione lo resero un precursore degli aeroporti di fine Novecento. Le immense tele di Kiefer tra elementi materici,vernici e processi di ossidazione trasformano l’architettura di Speer in una sinistra cattedrale dei giorni nostri.

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Anselm Kiefer, Dat rosa miel apibus, 2010-11. Courtesy White Cube

“La scienza dell’alchimia è l’accelerazione del tempo, come nel ciclo piombo-argento-oro che ha bisogno solo del tempo per trasformare il piombo in oro. In passato l’alchimista ha accelerato questo processo con procedimenti magici. Ciò è stato chiamato magia. Come artista non faccio nulla di diverso. Accelero solo la trasformazione che è già presente nelle cose. Questa è magia, se ho capito bene. “ Anselm Kiefer

Chissà se il trasformare le cose, riconsegnarle ad un loro uso legandole al passato che le ha viste nascere, non sia, anche in architettura,  un estroso gesto alchemico, che sposta la figura dell’architetto da un terreno composto di macerie e detriti a quel territorio dorato e glorioso ai confini del magico.

[1] Rem Koolhaas, Delirious New York, curato da Biraghi M., Electa, Milano, 2001

About Isabella Zaccagnini

Isabella Zaccagnini
L'Architettura è uno strumento atto a semplificare la vita dell'uomo. Essendo la vita una realtà complessa, come ogni complessità, per essere semplificata, è necessario il tentativo di spiegarla. In tale direzione va la ricerca personale svolta con PoliLinea e nello studio Warehouse of Architecture and Research.

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