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L. I. Kahn: Istituzione, aspirazione ed espressione

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“La città è il luogo di assembramento delle istituzioni, e si misura in base al carattere delle sue istituzioni. Da semplice insediamento, è diventata il luogo delle istituzioni raggruppate insieme. All’interno delle istituzioni gli uomini di talento trovarono la loro collocazione: l’uomo più intelligente divenne il maestro, il più forte il capo.” [1]

Tanto si è scritto sull’opera di Kahn, quasi tutti i suoi aspetti sono stati messi in luce, ma quando se ne parla pare che gli elementi fondamentali non siano realmente chiari. Chiunque abbia studiato su un libro di storia dell’architettura sa che Kahn è noto per i suoi edifici dalla grande forza evocativa, composti di forme pure assemblate tra loro, per la sua definizione di spazi serviti e spazi serventi, per la superazione della dicotomia forma/funzione come forze contrapposte. Certo, questi sono i frutti del suo lavoro, ma cosa risiede alla loro base? Mentre il suo rapporto con le architetture antiche, in particolare romane, le sue connessioni con i movimenti figurativi astratti, la sua quasi anacronistica formazione Beaux Arts sono aspetti ampiamente indagati, non ci si è mai concentrati abbastanza sul rapporto di Kahn con l’istituzione.

“Tutto quello che un architetto fa, risponde prima di tutto ad un’istituzione dell’uomo e poi diventa un edificio. Si parla delle istituzioni dell’uomo. Non mi riferisco alle istituzioni nella loro costituzione. Voglio dire piuttosto che le istituzioni rappresentano il desiderio insopprimibile di essere riconosciute, che l’uomo non può procedere in una società di altri uomini senza condividerne certe ispirazioni, che occorre un luogo per il loro esercizio.”[2]

In quasi tutti gli studi esistenti si nota come Kahn vedesse le istituzioni sotto la lente di una visione ideale, espressa spesso attraverso un linguaggio poetico, spirituale. Se ciò da una parte risulta certamente credibile, specialmente nel quadro che l’architetto aveva dipinto intorno a sé, dall’altra risulta quantomeno riduttivo. Non bisogna mai dimenticare che, sebbene le sue architetture mirassero alla sospensione temporale prima di ogni altra cosa, Kahn era un uomo dentro la storia del suo tempo, ed in particolare lo fu nei due decenni che precedono il suo successo architettonico. Laureatosi nel 1924, Kahn ha infatti operato durante gli anni del New Deal, maturando perciò un’idea molto concreta dell’istituzione, specialmente di quella più alta tra quelle umane: il governo. Dopo l’atteggiamento passivo dello stato nei confronti dell’economia nazionale dell’amministrazione Harding, con Roosvelt e la politica del New Deal lo stato diventa protagonista della scena economica, impiegando ingenti risorse per mettere in moto circoli virtuosi nelle filiere produttive nazionali. Kahn in particolare partecipa attivamente con Howe e Stonorov ai programmi della Work Progress Administration, che stanziava ingenti fondi nell’ambito della costruzione per fornire posti di lavoro piuttosto che sussidi economici. In questa fase Kahn sperimenta in prima persona la potenza dell’istituzione, la sua capacità di modificare per sempre i destini non solo del singolo uomo, ma di intere società. Certo, accanto a quest’idea assai concreta nasce, specialmente durante il suo soggiorno all’American Academy di Roma tra il 1950-51, un’idea delle istituzioni come entità ancestrali le cui emanazioni sono destinate a durare per l’eternità, ma la loro presenza ed efficacia non è legata al solo ideale, bensì alla capacità di trasformare concretamente la realtà. Buona parte dell’opera di Kahn rappresenta, all’avviso di chi scrive, lo sforzo di conciliare questi due aspetti dell’istituzione attraverso una materializzazione che sia la forma naturale dell’istituzione stessa, quindi atemporale.

“Di grandissimo aiuto al mio compito di architetto è la consapevolezza che ogni edificio appartiene a un’istituzione dell’uomo. E ho il massimo rispetto per le aspirazioni da cui sono scaturite le istituzioni e per la bellezza delle interpretazioni architettoniche. Ma noi abbiamo separato le due cose. Le aspirazioni vengono dal procedere nella vita, dal formarsi dell’uomo, l’aspirazione a vivere ad esempio dà origine a tutte le istituzioni destinate alla medicina, allo sport, a tutte le espressioni del nostro desiderio di vivere per sempre. Il programma che si riceve e la traduzione architettonica che se ne dà, devono venire dallo spirito dell’uomo non dalle istruzioni materiali. L’aspirazione ad apprendere è la radice di tutte le istituzioni culturali. L’aspirazione all’interrogarsi è probabilmente il centro di ogni filosofia e religione. L’aspirazione ad esprimersi, che ritengo sia la più forte, è il centro di tutte le arti.”

Nella visione di Kahn l’istituzione rappresenta dunque la formalizzazione normata di un’aspirazione umana, costituendo così il ponte tra l’individuo e la collettività. Nella materializzazione di una di ognuna di queste istituzioni l’architetto deve riuscire a convogliare l’aspirazione che sta alla sua base con quella, propria dell’individuo, di espressione. E questo gioco di incastri è quanto mai evidente nell’assetto delle sue opere, quasi in maniera letterale. La ricerca di corrispondenza tra la pura natura dell’aspirazione e la sua naturale forma lo porta alla scelta di volumi semplici, elementari appunto. La complessità dell’operazione di conciliazione tra istituzione, individuo e collettività è resa dalle operazioni di rotazione, traslazione e intersecamento di questi volumi. Certo la formalizzazione di un progetto deve fare i conti anche con aspetti più immanenti di un edificio, specialmente negli anni appena successivi all’esplosione del movimento moderno, gli anni della forma che segue la funzione.

 “La casa è l’astratta definizione di spazi buoni per viverci. La casa è la forma, nella mente dovrebbe risiedere senza un aspetto preciso, senza dimensione. A mio avviso la grandezza di un architetto dipende più dalla sua capacità di capire cosa è la casa che dal progetto di una casa, che è un atto contingente.”[3]

Ma come dimostra quest’affermazione, sebbene per Kahn fosse assolutamente fondamentale che un progetto fosse funzionale, la grandezza dell’architetto è data dalla sua capacità di comprensione dell’aspirazione che sottosta alla natura di ciò che si deve progettare. Come studioso e come architetto penso che sia essenziale che, all’interno dell’opera di Kahn, venga recuperato il suo rapporto con l’istituzione ed analizzato in ogni sua opera, per comprendere, caso per caso, in che modo sia riuscito a rendere questa complessità di operazioni attraverso volumi tanto semplici. E se, al netto delle speculazioni possibili sui suoi scritti, non sia stata l’espressione individuale a sovrastare l’istituzione.

 



[1] L. I. Kahn, A+U, 1973

[2] L.I. Kahn, Idea ed Immagine, Officina Ed. Roma, 1980

[3] L. I. Kahn, The voice of America, 1960

About Matteo Baldissara

Matteo Baldissara
Sono un giovane architetto, laureato presso l'Università degli studi di Roma - Sapienza nel Luglio del 2014. Attualmente frequento, presso lo stesso ateneo, il XXX ciclo del dottorato in composizione Teoria e Progetto. Dal 2014 collaboro con lo studio di progettazione WAR (Warehouse of Architecture and Research). Appassionato di letteratura ed arte, strizzo l'occhio al mondo della tecnologia, dalla programmazione alla grafica, e a quello del marketing.

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