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#MateriePrime -Un tuffo nel petrolio che va giù

Ogni anno rappresenta una nuova avventura in cui vengono man mano sfatati i miti di società e media. Allorché il 1 Marzo 2012 scrissi che il futuro del mondo si sarebbe concentrato sul petrolio, non molti mi presero sul serio. Ma, con il passare del tempo, la diffusione di stampa estera e la libera circolazione e il facile recepimento dei dati su materie prime e preziosi, questa analisi è stata accolta ed è oggi facilmente contemplabile dai più.

Ammetto che per anni l’unica speranza di poter fare un pieno dipendeva dalla sterminata sequenza di marchi ” No Logo ” che nella Marsica ( Abruzzo ) trovano la loro sede nazionale. Allo stesso modo ritenevo utile per i cittadini comprendere i benefici dell’utilizzo di trasporti pubblici, anche se la grande difficoltà nel competere con il resto del mondo da parte delle nostre industrie ha creato, anche a causa del costo del barile, l’attuale livello di disoccupazione. Ma, lì l’errore è stato della popolazione italiana che per due volte si è fatta beffare da campagne pseudo ambientaliste che li ha ridotti alla fame.

Ad ogni modo la scorsa estate, un barile di petrolio costava 115 dollari. Oggi lo stesso costa 45 dollari. Un brusco calo, che senza l’ausilio della geopolitica, non è ai più comprensibile. Il primo dato su cui soffermarsi sta nella consapevolezza che l’ormai raggiunta ” indipendenza energetica “degli Stati Uniti d’America, ottenuta attraverso le tecnologie che permettono l’estrazione degli “idrocarburi non convenzionali”, è invisa a molti storici produttori. Al momento la strategia di un barile basso è utile geopolicamente agli Usa, ma se nel tempo dovessero stabilizzarsi livelli bassi di prezzo del greggio, ciò potrebbe avere ripercussioni importanti nella corsa all’indipendenza piena.

Ripercussioni importanti vi sono per storici Paesi esportatori, i cui governi hanno impostato le spese di bilancio (deficit) contribilanciate da entrate dalla vendita dell’oro nero su prezzi stimati ben più alti. Per tal motivo il centro del socialismo 2.0 sudamericano ossia il Venezuela, il quale ha impostato il budget governativo basandosi su un prezzo del petrolio a 100 dollari e  ora ne sta soffrendo molto. A soffrire e a trovarsi attualmente in difficoltà, viste le errate previsioni, sono anche due paesi non amici o quantomeno competitor degli Stati Uniti d’America ossia l’Iran (lche fissava la quota barile a 130) e la Russia (105).

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Come per ogni ” crisi ” o partita sul greggio ruolo di protagonista lo assume l’Arabia Saudita non disposta a un solo passo indietro. Così con tale atteggiamento l’Arabia Saudita dimostra di voler continuare a giocare un ruolo di primo ordine nello scacchiere internazionale con buona pace della stabilità dei mercati azionari. Per stessa ammissione delle sue autoritá i Sauditi hanno scelto di non curarsi del crollo dei prezzi del barile.

Ora vi è da analizzare cosa può e cosa stia apportando tale situazione sul piano globale. L’eccedenza di offerta in primo luogo si concretizzerá in una riduzione degli investimenti in aree ad alto costo come il Mare del Nord (dove viene estratto il Brent), nei giacimenti profondi al largo delle coste brasiliane, nelle sabbie bituminose canadesi e anche nei progetti di shale oil e shale negli Usa. Il rialzo dei prezzi ha a lungo favorito gli investimenti nell’esplorazione petrolifera e nelle tecnologie affini. Le attività offshore in Africa occidentale, Brasile e nel Golfo del Messico, per esempio, hanno condotto a un incremento della produzione. Ma con l’attuale situazione investimenti del genere perdono gran parte del loro fascino.

 

Questo è e sarà l’argomento geopolitico dell’anno da cui dipenderanno molte delle prossime crisi internazionali, terrorismo permettendo certo. Ma, per fare un raffronto con l’Islamic State anche loro soffriranno della mancata plusvalenza sui loro barili. Infatti, come da tempo accertato l’Isis in Iraq controlla grandissimi giacimenti.

Per quel che concerne l’Italia la situazione è quantomai ccomplicato Da un lato bisogna riflettere circa il ruolo rappresentato dall’Eni, la quale seppur sempre nella lista delle svendite di una certa sinistra dal 1992, rappresenta da sola circa il 14% sul Ftse Mib. L’Ente Nazionale Idrocarburi lega parte del proprio valore azionario proprio alla performance legata al greggio. A ciò fa da contraltare l’indebitamento della valuta Euro, che se per Berlino è un disastro, per la struttura economica italiana è un toccasana. Il crollo del greggio potrebbe rivelarsi infatti da ausilio se paragonato a quello che darà ad altre economie, meno vessate da pesanti accise e dalla elevata disoccupazione. Oltre alla disoccupazione anche le esportazioni vedranno un balzo in avanti per via del costo energetico, d’altronde La Repubblica e L’Espresso che dipendono dal gruppo Sorgenia non pagano il 30% di costi aggiuntivi per via del No al Nucleare. Inoltre, una moneta debole è l’unica via per mettere un tiepido + al prodotto interno lordo.

 

Insomma, che lo vogliate o meno, il petrolio è il centro di ogni interesse mondiale e forse è assai importante per il vostro futuro.

About Antonio Maria Napoli

Antonio Maria Napoli
Calcio, geopolitica ed economia. Qualche pillola di musica elettronica. Il mio concetto di perfezione è un libro di Paul Krugman o un romanzo di Dumas, con in sottofondo un remix di Frankie Knuckles o i Pink Floyd bevendo un bicchiere di Nikka.

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