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Braschi e Valadier, sogni prêt-à-porter

Son lauti e rigogliosi

di Santa Chiesa i paschi,

e ci si può ingrassare

anche casa Braschi.

Così recitava una pasquinata dedicata a Papa Pio VI, Giovanni Angelico Braschi, un simpatico signorotto emiliano che, sebbene neppure vescovo, salì al soglio pontificio in beffa a tutti i suoi avversari nel 1775, sciogliendo quel intricato groviglio politico-istituzionale di veti incrociati che allora, come oggi, seguiva ad ogni cambio di guida alla testa dello stato.

Papa Braschi, bello di natura (così si diceva) ma un po’ inesperto della vita romana, dovette subito cercarsi come prima cosa una degna dimora che lo rappresentasse e, non trovandone una che lo soddisfacesse appieno, pensò di sfruttare l’antica proprietà degli Orsini al lato di piazza Navona, la piazza su cui altresì sorgeva la bella chiesa di Sant’Agnese in Agone di Borromini, la celebre fontana dei quattro fiumi di Bernini e il palazzo dei Pamphilj (che era sempre meglio tenere amici piuttosto che nemici). Una cornice splendida che il papa avrebbe arricchito con il proprio palazzo regale. Il punto era procurarsi i fondi necessari per portare a temine il progetto e, come lasciano intendere i versi di satira della statua del Pasquino, quale modo migliore di procurarsi soldi rapidi e facili se non conferendo cariche su cariche al proprio nipote?

vista di Palazzo Braschi sull’angolo del Pasquino

Vecchia storia quella del nepotismo che, malgrado gli sforzi per arginarlo, dilagava in lungo e in largo. D’altronde il tempo era poco e bisognava avviare al più presto i lavori. Così si cominciò quanto prima la costruzione della nuova residenza affidando l’incarico all’architetto imolese Cosimo Morelli che progettò e costruì un elegante palazzo, semplice nei lineamenti tuttavia severo e autoritario, degno cioè di una famiglia ora elevata al rango pontificio. Purtroppo le complesse vicende politiche di quegli anni (una su tutte la Rivoluzione Francese) tradirono le aspirazioni del Papa bello che coinvolto nei tumulti morì addirittura in esilio, lontano dal suo tanto amato palazzo che mai poté abitare.

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la cappella del Valadier

Sembrerebbe un tragico epilogo ma non è così. Infatti il palazzo continuò a mantenere il nome di famiglia e il nipote e poi il figlio di quest’ultimo lo arricchirono e completarono conferendogli quell’aspetto dignitoso che tuttora mostra. Forse, proprio in questo frangente, fu coinvolto Giuseppe Valadier a cui fu affidato l’incarico di progettare e realizzare, a fianco del grande salone delle feste, una piccola cappellina, proprio in concomitanza con l’angolo del palazzo che da su piazza Navona.

La cappella, rigida e formale, come gran parte delle architetture neoclassiche, non accetta quindi l’angolo come punto di partenza, come incipit di un’idea che veicoli il progetto, bensì se ne distacca per imporre la propria geometria pura. Borromini chissà cosa si sarebbe inventato con un vincolo simile; Bernini forse avrebbe usato un ovale come raccordo fra le rigide forme inclinate del palazzo e l’armonia centralizzante che la cappella invocava. Valadier non fa nulla di tutto ciò ma il suo atteggiamento non va considerato come un rifiuto, un disinteresse, o una mancanza di capacità. Tutt’altro!

Valadier, sente il desiderio di un’arte più semplice e pura rispetto a quella barocca, tacciata ora di eccessiva fantasiosità e complicatezza. Il barocco appariva ormai come il frutto malato di una degenerazione stilistica che, pur partita dai principi della classicità rinascimentale, era andata deformandosi per causa della ricerca dell’effetto spettacolare ed illusionistico. Specialità, virtuosismo, sensualità, trasporto emotivo, questi non erano principi eterni, immutabili simboli di grandiosità, e il neoclassicismo intendeva proprio ristabilire i giusti paletti: chiarezza, genuinità e soprattutto razionalità e ordine. Non basta più la sola bellezza esteriore, perché questa ha l’obbligo di corrispondere ad una razionalità interiore sempre alla ricerca di equilibrio e simmetria.

Norme e regole che definiscono il perimetro d’azione della fantasia. Questa era l’aspirazione neoclassica applicabile a qualunque categoria della realtà, dai mobili all’architettura. Di queste istanze si fa portavoce la cappella di Palazzo Braschi, a lungo dimenticata perché sorta nel luogo sbagliato, nel momento sbagliato. Figlia infatti di quella presenza/invasione francese che segnò l’ascesa e caduta di Napoleone fu negata dalla successiva Restaurazione e usata a fini impropri dallo stato italiano che, subentrato ai Braschi nella proprietà, fece di questo edificio sede di uffici e di partiti per poi toccare il punto più basso di sempre con l’alloggio, dopo la guerra, di trecento famiglie di senzatetto, le quali,  senza alcuna cura per il luogo e la sua storia, fecero uso abituale di fuochi interni arrecando gravi danni agli affreschi e ai pavimenti.

Oggi la fortuna ha finalmente volto il suo sguardo verso Palazzo Braschi. Divenuto sede del museo di Roma, ospita mostre fisse ed itineranti di cui l’ultima I vestiti dei sogni, inaugurata proprio in questi giorni, ha saputo trovare il coraggio di riaprire al pubblico la bella cappella del Valadier, allestendo il tutto grazie anche al contributo di uno studio di giovani architetti italiani, Warehouse of Architecture and Research. Conscia dell’importanza del luogo e della sua storia, la Cineteca di Bologna, organizzatrice della mostra, ha fatto del palazzo la giusta cornice per ospitare i meravigliosi vestiti realizzati dall’inarrivabile scuola di costumisti italiani per il cinema, tra i quali i maestri premi Oscar come Piero Tosi, Danilo Donati, Gabriella Pescucci e Milena Canonero (candidata anche alla prossima edizione 2015). Come direbbe Totò: “È la somma che fa il totale”.

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About Iacopo Benincampi

Iacopo Benincampi
sono un architetto e ancora per un po' dottorando in storia dell'architettura. Ad interim aiuto a coordinare Polilinea, sono membro dell'Open House di Roma e collaboro con lo studio Warehouse of Architecture and Research.

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