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Rumori non identificati

Non sono un grande esperto di musica colta, nè posso onestamente dire di dedicare ad essa abbastanza tempo da rendere molto probabile che lo diventerò a breve. Negli anni però, e principalmente per lo spirito del non lasciare nulla di intentato, ho cercato quantomeno di fare una ricognizione per tastare il terreno, ottenendo risultati non epifanici ma sicuramente soddisfacenti, che mi saranno d’aiuto quando una futura crisi di mezza età mi costringerà ad allontanarmi definitivamente da qualsiasi cosa abbia bisogno di corrente elettrica per essere suonata. Il punto abbastanza fermo che penso di aver messo è principalmente la mia preferenza per lavori da camera, o magari solisti, piuttosto che per le opere orchestrali. Questo fatto è dovuto sia al generico e non troppo gradito senso di pompa magna che i secondi spesso mi comunicano, sia ad un particolare logistico che è abbastanza inevitabile ritrovare nelle registrazioni dei primi, e che rende l’esperienza d’ascolto quel quid più caratteristica e intima.

Mi riferisco al fatto che spesso in dischi in cui a suonare sono in pochi musicisti, e in cui il suono degli strumenti non riempie i canali uditivi, è possibile sentire rumori apparentemente esterni all’opera musicale in senso astratto, ma che finiscono col diventare parte integrante del disco concreto, e dunque dell’esperienza dell’ascoltatore che ad esso rivolge la propria attenzione. Mi riferisco a tutti quei rumori che rivelano la presenza fisica dei musicisti nel luogo in cui le registrazioni si stanno svolgendo: un respiro un po’ più profondo, lo strusciare di un pantalone contro l’altro, il rumore del pedale del pianoforte che si alza, e via dicendo.

Non so bene come questo tipo di rumori sia “visto” dagli appassionati del genere o dai tecnici e musicisti nell’atto di registrare un disco, ma la maniera in cui amplificano il piacere voyeuristico di pensare di stare origliando una scena privata è per me impagabile. Questo sia nel caso in cui i musicisti cerchino, come accade nella maggior parte degli esempi a cui posso pensare, di tenerli al volume più basso possibile, sia quando vengono a malapena celati e anzi, enfatizzati quasi in senso di sfida. Non posso fare molti esempi di questo secondo approccio, che immagino essere alquanto poco ortodosso, ma l’esempio che subito viene in mente è quello che, per me come immagino per molti altri ascoltatori “classici” in erba, è uno dei primi dischi che si cominciano a masticare e ad assimilare con una certa naturalezza, e probabilmente uno dei primi standard contro cui confrontare altri possibili pretendenti alla nostra preziosa attenzione.

Parlo ovviamente della versione delle Variazioni Goldberg di Bach registrata da Glenn Gould nel 1981. Durante tutta la durata del disco è infatti possibile sentire il pianista mugugnare le linee melodiche che nel frattempo sta così abilmente suonando, con un livello di perizia simile a quello che può essere raggiunto dal sottoscritto quando mettono Chandelier su Ram Power. Detto così sembrerebbe essere uno sfregio bello e buono alla virtuosistica interpretazione di un’opera vecchia di secoli, entrata ormai nei canoni artistici di ogni tempo come uno dei più importanti capolavori di un compositore che rientra probabilmente tra i dieci artisti più celebrati di ogni tempo in campo musicale e non, ma il risultato è, almeno per quanto mi riguarda, completamente diverso.

L’umanità che viene conferita da questo comportamento ad un’opera che, perlappunto, sarebbe altrimenti di un’elevazione e di una sacralità tali da intimorire l’ascoltatore, mi catapulta nella stanza in cui un personaggio dalle dubbie doti di relazionalità interpersonale sta, pur magistralmente, svolgendo un attività che tanti pranzi rubati e occhiali rotti gli ha causato, e porta l’opera che sta suonando fuori dall’iperuranio in cui qualche vecchio borioso ha cercato di segregarla, e dentro a una stanza la cui concretezza, seppure solo immaginata, rende il suo contenuto immediatamente più avvicinabile.

Mi rendo conto che questa maniera di pensare è chiaramente retaggio del mio retroterra pop che mi impedisce di pensare a qualsiasi prodotto culturale in termini che esulino dal mio rapporto con esso, ma è anche vero che un aggancio è un aggancio, e visto che per molte persone è alquanto difficile trovare un punto di accesso alla musica colta, io mi tengo stretto il mio. Per un amante del suono digitale questo esempio di analogismo così estremo è spiazzante, ma segna la distanza tra quello che sono più solito ascoltare e questo altro strano campo in cui il mio senso dell’orientamento viene meno, e sicuramente rappresenta uno dei motivi di maggiore interesse per un mondo che spero un giorno di riuscire a percepire come meno distante e di difficile decifrazione.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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