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Amnesia della Memoria. Non sarebbe “revisionismo” ricordare i campi di concentramento dei vincitori.

La scorsa settimana ricorreva il 70 esimo anniversario della liberazione del Konzentrationslager di Auschwitz-Birkenau in Polonia, il 27 gennaio 1945. Questa data, sentita quanto discussa, è stata scelta come ricorrenza per ricordare al Mondo l’abominio della Shoah; ma a mio parere è una data sbagliata per ricordare. Forse sarebbe stato più giusto ricordare la data della liberazione di un altro campo, uno qualsiasi, da parte degli alleati magari.

Il campo di sterminio più famoso della storia, quello dal nome più altisonante di cui tutti ricordano la leggendaria scritta  “Arbeit macht frei“, dietro la quale si celava la macchina della morte che ha mietuto più vittime nella spregievole “soluzione finale”, oggi luogo simbolo dove si portano le nuove generazioni nell’ipocrito pellegrinaggio, è stato liberato dalla LX Armata dell’Armata Rossa durante l’offensiva partita dal fiume Vistola lungo il Fronte orientale. Tale offensiva, come emblematica incarnazione del bene e del male, venne osteggiata proprio da una divisioni delle Waffe-SS al comando fisico di Heinrich Himmler, esecutore diretto ed ideatore dell’olocausto. E’ questo forse questo il mio problema: la fittizia incarnazione del bene imboccata alle masse.

Dopo che l’Armata Rossa assunse il controllo della Polonia, dove erano stato costruiti i più zelanti campi di concentramento, l’ NKVD non fece altro che liberare Lager per riempire Gulag, internando come prigionieri politici e dissidenti le stesse categorie di individui che erano state deportate dalla Gestapo e dalle SS. Nei 150 e più campi di lavoro sovietici: ebrei polacchi, stranieri, zingari, omosessuali, dissidenti del partito comunista, giornalisti, scrittori, artisti e chiunque venisse trovato per strada privo di documento d’identità (sopratutto durante le purghe staliniane) o venisse sospettato di idee antisovietiche, veniva caricato su un camion e internato. A lungo questa verità è stata nascosta al Mondo oltre la cortina di ferro della guerra fredda e ha concentrato il nostro sgomento sulla tragedia della Shoah, e solo recentemente anche al di fuori dei circoli storici e di una ristretta parte della cultura di massa, si è iniziata a diffondere la consapevolezza di questo altro crimine contro l’umanità.  Veicolo di diffusione per la è stato sopratutto il libro Arcipelago Gulag di Aleksandr Solženicyn, dove l’autore, egli stesso internato per 8 anni per aver criticato Stalin in della corrispondenza privata, riporta i metodi adottati dalla politica comunista durante la dittatura. Le ipotesi stimano che le vittime dei campi di prigionia sovietici e delle esecuzioni politiche, in auge dal 1930, siano quasi 40 milioni.

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Gli Americani

Anche i liberatori americani si sono macchiati di un crimine simile. Un’altra vicenda  accantonata dalla storia diffusa è quella dei campi di concentramento statunitensi per i Nippo-Americani. Non molti sanno infatti, che nella California dei primi anni ’40,  subito dopo l’attacco aereo-navale di Pearl Harbor (1941), il governo degli Stati Uniti si adoperò per trovare una soluzione al “problema giapponese”.  Gia dalla sera del 7 dicembre, il Federal Bureau Investigation, più noto con l’acronimo di FBI, rastrellò migliaia di giapponesi residenti alle Hawaii  costringendoli in campi di detenzione. Il 19 febbraio 1942, il Presidente Franklin D. Roosevelt firmò l’Executive Order 9066, con il quale venivano designati i comandanti militari ai quali sarebbe stato dato il compito internare qualsiasi persona di etnia giapponese presente nelle aree designate, con l’accusa di essere nemici degli Stati Uniti. L’ordine autorizzò  anche la costruzione dei “centri di trasferimento” o  War Relocation Authority (WRA): in sostanza campi di prigionia definitivi fino al termine del conflitto.La segregazione razziale fomentata dall’odio etnico, e giustificata dalla paura di spionaggio, contò 120.000 internarti  in 10 campi di concentramento, compresi 2192 cittadini americani di sola discendenza giapponese. 

Collection of the Oakland Museum of California

Manzanar, il più noto dei dieci campi era situato a 300 km a nord-est di Los AngelesI primi prigionieri giapponesi americani che sono arrivati a Manzanar sono stati volontari che hanno aiutato a costruire il campo. Fino a metà  aprile gli americani -giapponesi arrivarono fino a 1000 al giorno,ma a luglio la popolazione del campo quasi toccò le 10.000 unità. Manzanar raggiunse 10046 prigionieri al suo picco, e vi furono imprigionate ed internate un totale di 11070 persone compresi donne, bambini ed anziani.

Trattamenti particolari si allargarono anche a tutti i cittadini italiani e tedesca presenti sul suolo americano; già soggetti all’Alien Registration Act del 1940, che obbligava tutti i residenti di nazionalità straniera (circa cinque milioni) a sottoporsi a schedatura annuale presso gli uffici postali, verrano dichiarati enemy aliens. La condizione dell’enemy alien era equiparabile alla libertà vigilata. Erano soggetti coprifuoco notturno, continui controlli e intimidazioni. Dall’età di 14 anni tutti gli enemy aliens potevano essere arrestati , reclusi e trasferiti forzatamente, senza il diritto di conoscere i loro comunicati i capi d’accusa, senza processo e senza la necessità di prove a carico. (Quando l’imperatore era un dio, di Julie Otsuka affronta l’argomento.)

 

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La differenza tra i Lager e gli altri campi di concentramento 

E’ evidente che i campi di concentramento della West Coast non possano essere paragonati ai campi di concentramento nazisti, nascono dopo l’inizio di un conflitto e sono esclusivamente a discapito di conterranei degli avversari. Tutta via, è altrettanto evidente come le ordinanze e le pratiche atte a risolvere quello che era il problema degli Enemy Aliens siano paritetiche alle prime leggi razziali emesse in Germania nel primo lustro degli anni ’30, e nell’Italia Fascista nel secondo (’38). Il numero ridotto dei soggetti riguardo alla popolazione americana, l’esito positivo della guerra, l’assenza di un regime totalitario ( ma solo di uno stato di guerra) e i grandi spazi di cui dispone il continente americano hanno senz’altro contribuito a far si che il fenomeno si riducesse ad una prigionia preventiva.

A lungo invece si è dibattuto sulla differenza tra Lager e Gulag, avvalorando la tesi della loro diversità in motivo del loro differente obiettivo e dell’assenza di un’esecuzione progettata. Opinione di molti, me compreso, è che Gulag e Lager fossero “Gemelli”, separati alla nascita. Sottovalutare i Gulag, e la politica che li adoperava come deterrente e rimodellante della società sovietica, solo perché privi di camere a Gas e Forni crematori è sminuire un apparato spaventoso che ha visto le stesse vittime patire diversi tipi di costrizioni portanti alla morte solo per la loro inadeguatezza al regime vigente. Essi non erano diversi perche’ le condizioni dei Gulag erano tali da non poter non uccidere chi si ambisse uccidere.  La loro finalità, e qui forse troviamo la seconda differenza, era l’obiettivo da annientare : non razziale, bensi’ sociale. Pensati come uno strumento scientifico per la  “correzione” e “rimodellamento” della società sovietica che doveva eliminare chiunque non la supportasse: in primis borghesi ed intellettuali, ma in secundis tutte le medesime categorie che si trovavano nei campi nazisti: Ebrei polacchi, zingari, omosessuali, malati di mente. Gia’ Trotzkij all’indomani della Rivoluzione Russa (prima di essere ucciso a picconate dal suo antagonista al potere) disse a Lenin: “Vladimir Iljic, senza lavoro forzato non edificheremo mai il socialismo“. Un idea di riscatto universale che già mirava all’archetipo “Il lavoro rende liberi”, sapendo che il lavoro forzato in Siberia uccide.

Conclusioni

Spesso queste storie sono etichettate come teorie revisioniste e di parte, ma sono solo una parte della storia, sottovalutata ed insabbiata. Nascosti dalla censura dei media, o nascosti all’ombra della cortina di ferro che a lungo a contribuito a celarli, i Gulag e gli altri campi di concentramento sono una realtà poco conosciuta e da ricordare, per legare ogni totalitarismo ad ogni suo crimine e perpetrarne la memoria, senza privilegiare  drammi a discapito di altri. Sartre nel contributo di occultare questa verità diceva : “Anche se i campi di concentramento esistessero davvero in Siberia, noi non dovremmo parlarne per non togliere la speranza ai lavoratori di Billancourt“. Mentiva sapendo di mentire. Solženicyn dopo esserne stato ospite invece affermò: “Per fare le camere a gas, ci mancava il gas“. E’ difficile comprendere ed analizzare perché il mondo a volte sia vittima di amnesie storiche pilotate dallo scorrere degli eventi, ebbene l’unica cosa che gli si può opporre è la memoria.

 

 

 

About Davide Bartoccini

Davide Bartoccini
Aspirante giornalista, scrittore e acclamato mondano. La mia massima aspirazione è quella di conoscere la verità e l'essenza di tutto ciò che mi circonda, del resto "VI VERI UNIVERSUM VIVUS VICI". Mi interesso di attualità, storia, moda, costume e sociologia. Amo la letteratura, il cinema, viaggiare, la fotografia, il whisky invecchiato e l'alta sartoria. Credo fermamente nel pensiero di Bukowski: "La gente è il più grande spettacolo del mondo, e non si paga il biglietto."

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