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QE: così Draghi contrasterà l’inflazione nell’eurozona

Per le decisioni assunte dalla BCE, quella del 22 gennaio è stata una giornata destinata ad entrare nella storia. Non significa che con tale manovra si risolveranno tutti i problemi e che ci lasceremola crisi alle spalle, però per i provvedimenti posti in essere dalla BCE e per il tipo di intervento non ortodosso questo costituirà senza alcun dubbio un considerevole passo avanti.

Non tutta la stampa ha compreso a fondo la portata storica del passo avanti compiuto dalla BCE. Dopo l’ingresso nell’euro, a mio avviso, questa è la decisione più importante – fino a questo momento operativa – presa nello sviluppo del SEBC.

Riepiloghiamo, dunque, cosa ha deciso la BCE e perché è importante ciò che ha deciso.

Nella conferenza stampa della scorsa settimana Mario Draghi ha annunciato l’attuazione, da parte della BCE, di una forma estrema e non convenzionale di politica monetaria: il quantitative easing.

Il quantitative easing consiste, solitamente, in un abbassamento dei tassi di interesse da parte di una banca centrale, effettuato proprio nell’intento di stimolare un’economia i cui tassi di interesse sono pari o vicini allo zero. Tuttavia, quando ciò non è possibile, la banca centrale può altresì acquistare delle attività finanziarie (per lo più a breve periodo), tra cui titoli di stato ed obbligazioni aziendali, da istituzioni finanziarie (ad esempio gli enti creditizi) utilizzando nuova moneta.

Nel caso di specie, la Banca Centrale Europea si è impegnata ad acquistare, sul mercato secondario, non solo titoli di stato, ma anche i titoli di debito impacchettati, i c.d. ABS (Asset-backedsecurities). Questa serie di acquisti massicci, che partirà a marzo di quest’anno, andrà avanticontinuativamente ogni mese fino a settembre 2016. Con sessanta miliardi di euro ogni mese di acquisti, tra titoli sovrani e titoli di credito impacchettati, la BCE incrementerà in tal modo la quantità di moneta in circolazione con l’intento di far diminuire l’inflazione.

Un ulteriore dato da sottolineare è che l’intervento nel mercato della BCE potrà continuare anche oltre marzo 2016. Come si dice in gergo tecnico questo è un open-ended program, cioè questi mille e cento miliardi di euro di acquisti sono già decisi nel momento in cui sto scrivendo, ma tali acquisti potranno altresì protrarsi nel tempo perché l’obiettivo dichiarato del Governatore Draghi è quello diavvicinarsi in maniera soddisfacente a quel tetto di inflazione del 2%, dal quale oggi siamo lontanissimi (gli ultimi dati ufficiali dell’eurozona testimoniano che siamo in deflazione, cioè abbiamo un andamento dei prezzi al consumo negativo).

Analizziamo adesso alcuni elementi degni di nota.

Innanzitutto, la grandezza dell’operazione appena descritta è superiore ad ogni previsione, poiché ci si aspettava che il Governatore ed il Consiglio della BCE sarebbero con fatica arrivati ad immetterecinquanta miliardi di euro al mese, invece hanno scelto di destinarne sessanta.

In secondo luogo, non c’è una data fissa che sancirà il termine di questa manovra, ma c’è un obiettivo (combattere l’inflazione), che difficilmente sarà conseguito in tempi brevi. Dunque, ci troviamo di fronte ad un open-ended program.

Infine, chi si aspettava che la BCE ponesse dei limiti di acquisto dei titoli di alcuni paesi rispetto ad altri, anche in questo caso deve rimanere stupito positivamente. È vero che il criterio per l’acquisto dei titoli sovrani è quello dell’investment grade, dunque chi è sotto l’IG non rientrerebbe, in teoria,nei programmi di acquisto, ma c’è una clausola aggiuntiva, che si riferisce sostanzialmente alla Grecia (con uno sguardo rivolto alle recenti elezioni politiche del 25 gennaio). Anche i titoli ellenicisaranno ammissibili agli acquisti ma ciò dipenderà da come la Grecia si comporterà nei riguardi degli impegni assunti con la troika (Commissione europea, BCE, FMI).

In sostanza, quindi, non si chiude la porta in faccia alla Grecia: ci si auspica semplicemente che il nuovo Governo di Tsipras si comporti in maniera responsabile.

Un’altra questione da prendere in esame è capire quanta parte di questi acquisti verrebbe poi mutualizzata. Cioè le eventuali perdite e l’eventuale rischio di questi acquisti, in caso di default, da chi verrebbe assunto?

Al riguardo vi è un acceso dibattito, giacchè alcuni Paesi dell’euroarea chiedevano che il totale degli acquisti finisse sul bilancio della BCE. Per intendersi, la BCE avrebbe dovuto assumersi integralmente il rischio degli acquisti. Ciò che avrebbe significato andare oltre a quanto prescritto dallo statuto della stessa. Sul punto, è tornata pochi giorni fa l’Avvocatura Generale della Corte europea di Lussemburgo, perché, come è noto, tale questione delicata è stata sollevata dal Bundesverfassungsgericht.

Mario Draghi

La Corte Costituzionale tedesca è stata, infatti, chiamata a pronunciarsi sul fatto che gli acquisti di titoli sul mercato secondario violassero o meno l’obbligo a non monetizzare i debiti pubblici dei paesi della zona euro (è pacifico infatti che la responsabilità dei debiti pubblici resta nazionale e non è federalizzata, nonostante la moneta comune).

Di fronte a questo, la Corte di Karlsruhe aveva girato l’interrogativo alla Corte Europea per saperese l’eventuale acquisto dei titoli da parte della BCE fosse in linea con il suo statuto. L’Avvocatura Generale ha risposto positivamente, ma solo ad alcune condizioni. Una di queste, era proprio che il rischio negli acquisti non fosse prevalentemente a carico della BCE.

La soluzione partorita dal Consiglio Europeo è stata quella di ripartire il rischio di questi acquisti: 20% a carico della BCE e 80% distribuito per quota secondo la percentuale di titoli acquistati di ogni singolo paese dell’eurozona da parte della banca centrale di quello stesso paese (Banca d’Italia nel nostro caso) che fa parte del SEBC.

Naturalmente bisogna capire meglio quali saranno gli effetti e come si manifesteranno. I mercati in questo periodo stanno oscillando perché il contesto mondiale è molto complesso. Le banche centrali sono ora in una deriva asimmetrica. La FED ha terminato di attuare il QE dopo anni poiché il loro obiettivo finale dichiarato era quello di ridurre la disoccupazione al 6%. La Banck of England ha a propria volta smesso, in quanto è stato raggiunto lo stesso obiettivo di riduzione della disoccupazione. Il Giappone, invece, si sta muovendo in direzione opposta riprendo in mano tale strumento perché il suo obiettivo dichiarato è quello di ridurre l’inflazione. La stessa BCE ha come obiettivo, da raggiungere col QE, la riduzione dell’inflazione. Su questo punto Draghi è stato più che fermo. La BCE quindi farà tutto ciò che le sarà possibile affinché l’inflazione attesa prima, e quella effettiva poi, torni al 2%. Per intendersi, un’inflazione al 2% sta a significare che la ripresa è in atto e si sta consolidando. Il 2% di inflazione oggi significherebbe che anche il reddito reale aumenterebbe al 2% e quindi quello nominale al 4%. Tutta l’economia così ripartirebbe.

Per inciso, con un tasso di crescita reale al 2%, in Italia sarebbe anche sostenibile la riduzione del rapporto debito/PIL verso il 60%. Risulta pertanto chiaro che il vero obiettivo perseguito dalla BCE non è il 2% di inflazione, ma il 2% di crescita reale.

Nel frattempo ci sono state anche banche centrali, come quella Svizzera, che hanno spinto alcuni paesi ad uscire traumaticamente dal rapporto fisso di cambio con l’euro, in quanto messe di fronte alla prospettiva di un ulteriore indebolimento dell’euro. Inoltre la Banca Centrale Danese ha dovuto, per la seconda volta in pochi giorni, abbassare i tassi negativi allo 0,85.

Ci troviamo in conclusione in una situazione di grande volatilità, tuttavia non è da sottovalutare la svolta storica dell’accaduto. Dalla creazione di una moneta comune, la BCE, promettendo di attuare tali interventi non ortodossi per fronteggiare la deflazione, la bassa crescita e l’asimmetria dei mercati del credito nei diversi paesi della zona euro, ha compiuto ora un ulteriore passo significativo.

 

 

 

About Riccardo Di Marco

Riccardo Di Marco
Laureato in giurisprudenza a La Sapienza di Roma. Studente presso il master dell'istituto studi diplomatici. Viaggiare, conoscere ed immergermi in differenti culture è ciò che più amo fare. Ecco perchè scrivo di politica internazionale.

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