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La notte di Dan Gilroy

Il nome di Tony Gilroy è principalmente legato a quello di Jason Bourne. Lo scrittore e regista ha infatti firmato le sceneggiature di tutti e quattro i capitoli della saga spionistica che tanta fortuna ha portato a Matt Damon, sedendosi anche dietro la cinepresa per l’ultima uscita, che di Damon ha fatto a meno. In passato ha sceneggiato anche film più lineari come Armageddon, ma la sua fama è dovuta alle trame arzigogolate -talvolta fino all’eccesso- dei film di cui sopra, nonchè di altri episodi più recenti della sua carriera registica: Michael Clayton e Body of Lies per menzionare i più popolari.

Sono stato quindi abbastanza sopreso dalla sua ultima fatica, Nightcrawler (Lo sciacallo nel belpaese) che invece fa largamente a meno degli andirivieni narrativi cui siamo stati abituati. Il film fa capo alla tradizione di Taxi Driver “puntiamo la cinepresa su un sociopatico e vediamo che succede” e la declina nell’ambito del recente innamoramento con la Los Angeles notturna illuminata al neon che è riemerso sulla scia di Drive.

Jake Gyllenhaal interpreta Lou Bloom, un poco di buono alla ricerca di un’opportunità per chiamarsi fuori dalla vita di espedienti che conduce sulle strade della città degli angeli. L’ispirazione giunge quando, imbattutosi nella scena di un incidente stradale, Lou scambia due parole con un cameraman freelance giunto sul luogo per fare qualche ripresa da vendere a una stazione televisiva locale. Il nostro decide di intraprendere la stessa attività e il film è fondamentalmente il racconto dei suoi exploit nella professione e di tutte le maniere in cui riesce a demolire ogni forma di deontologia professionale, rivelando man mano la profondità dei suoi problemi nello stare in società.

La riuscita dell’operazione può essere valutata sotto almeno un paio di punti di vista. Da una parte Nightcrawler vive e muore col suo protagonista, che è di gran lunga il personaggio più importante e l’unico vero collante che tiene assieme la vicenda. L’analisi della sua personalità e delle sue azioni sono il fuoco della pellicola e la reazione dello spettatore ad esse è sicuramente la misura più importante del suo successo. In secondo piano si potrebbe cercare di trovare una forma di commento alla mancanza di scrupoli negli ambienti del giornalismo d’assalto, e più in generale al bisogno di sensazionalismo che i media al contempo sono in grado di creare e soddisfare.

Entrambi gli aspetti sono trattati con un fuoco sicuramente sufficiente a mettere in piedi un intreccio coinvolgente, a sostenerlo ritmicamente, e in generale a rendere il film un passatempo più che rispettabile, ma non posso fare a meno di notare che non solo non c’è la ciccia necessaria a far fare il salto qualità, ma non viene fatto nemmeno il tentativo di mettere qualcosa sulle pur solide ossa della pellicola.

La disamina delle meccaniche dei media è alquanto superficiale e non offre nessuno spunto che non sia stato già masticato e risputato infinite volte da Ace in the Hole in poi. Il protagonista è qualificato come uno psicopatico in maniera piuttosto denotativa, nel senso che gli occhi costantemente sgranati di Gyllenhaal, i discorsi ossessivi da lui pronunciati e le sue azioni assurdamente calcolate sembrano volerci dire “Lou Bloom è qualcuno con cui non vorreste avere a che fare” ma non c’è niente che questo messaggio ce lo faccia sentire a un livello più primitivo. Non saprei dire se la carenza si trovi nell’interpretazione piuttosto che nella scrittura, ma la netta sensazione è che Gilroy dia per scontato che il personaggio susciti una grande impressione sullo spettatore, quando in effetti questo non accade, portando a una situazione per cui l’operazione ha successo e il paziente magari non muore ma di sicuro non è che sprizzi vitalità da tutti i pori. Stesso discorso può essere fatto riguardo l’ambientazione, che va sul sicuro e non manca il bersaglio, ma sembra voler dire “va bene, siamo a Los Angeles, è notte, e stanno per succedere brutte cose, andiamo avanti” senza fare in nessuna maniera proprio un sottofondo già ampiamente sfruttato e che per di più sta vivendo un periodo di rinnovata popolarità e intensificato sfruttamento.

Il concetto di aurea mediocritas è forse un po’ inflazionato, nonché un filo contraddittorio per come la vedo io, ma penso che sia abbastanza appropriato in questo caso: Nightcrawler è uno di quei film che si contentano di soddisfare lo spettatore durante la visione, al costo della considerazione che esso avrà dell’opera nella sua memoria. Tenendo presente che la prima dura un paio d’ore e la seconda (di solito) un po’ di più, non so quanto il gioco valga la candela.

 

[Ho appena realizzato che il motivo per cui questo film non c’entra molto coi film di Tony Gilroy è che il film non è di Tony Gilroy, bensì del fratello Dan al suo debutto dietro la macchina da presa. Chiedo scusa per la svista ma confermo tutte le altre considerazioni sul film.]

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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