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E mò… ce metto il marcapiano

R. Koolhaas – Casa da musica, Porto

Il mio primo articolo per Polinice è datato 9 Aprile 2012. Un pezzo polemico, felicemente schierato, che assumeva le proprie basi come certe, e le conseguenti conclusioni come ovvie. È rimasto, tra i miei scritti, l’unico così sfacciatamente unilaterale e perentorio: da quel momento ho sempre cercato di condurre una trattazione che partisse da una breve introduzione teorica, per costruire una base comune su cui discutere, un’analisi critica e dei ragionamenti, perlopiù di carattere interrogativo, in chiusura. Nonostante abbia sempre reputato questa struttura equilibrata ed efficace – e continuo a farlo – a quasi tre anni da quel primo articolo, sento il bisogno di chiudere il cerchio. Il pezzo mancante di questo puzzle lungo tre anni non può che essere un articolo interrogativo, carico di quasi nessuna certezza. E un pizzico di polemica.

Oggi parliamo di due concetti che formano un caposaldo dell’architettura: forma e contesto, ed in particolare del rapporto tra questi. Sul tema la letteratura è più che ampia, e si spazia dal “fuck the context!” di Koolhaas alla ricostruzione dei processi generativi del tessuto e l’analisi tipologica di Caniggia. Ogni architetto ha un background culturale che lo porta ad essere più o meno sensibile al tema ed io, di scuola romana, ho sempre pensato che rifiutare un rapporto dialettico e costruttivo con l’intorno fosse solo una maniera di eludere un problema, non una vera strategia. Quale, poi, sia il modo di costruire una simile relazione è un tema sulle quali le variazioni si fanno ancora più interessanti: qualcuno costruisce un bel muro di travertino per ricordare i materiali locali, qualcuno rievoca la tipologia della capanna con la quale costruiva la tribù che abitava quel luogo il millennio precedente, qualcun altro costruisce in maniera disinibita e poi, sfregandosi le mani, pensa tra sé “e mò… ce metto il marcapiano”!

Ma ecco che ieri, mentre leggevo un’intervista a un non troppo noto architetto cileno con base a Vienna – di cui non farò il nome per evitare di cadere in giudizi aprioristici – sono inciampato su un passo che mi ha lasciato di stucco. Lo studio del suddetto architetto si occupa principalmente di progettazione computazionale, ovvero di un sistema di design totalmente digitale, in cui la morfologia dell’edificio scaturisce da sistemi analitici di parametri assegnati dal progettista, e che restituisce una genealogia di progetti in essere. Nella mia idea, questo tipo di progettazione ha sempre vissuto un’ambiguità dovuta alla ricerca di un’oggettività – insita nell’utilizzo di parametri reali per la modellazione della struttura – e una forte soggettività effettiva, principalmente dovuta alla scelta dei parametri e alla trasformazione finale della forma in architettura. Ora, in uno dei primi passi di questa intervista, l’architetto ha affermato che i parametri che hanno maggiore impatto nei processi generativi di questo tipo sono la pressione ambientale, la ricettività al contesto e le limitazioni dei materiali. Immagino che durante la lettura sulla mia faccia si sia stampato un sorriso sornione, e sono certo di aver pensato: “e mò… ce mette il marcapiano”! Ma proprio mentre mi compiacevo della mia posizione di forza – ovvero di chi legge senza doversi confrontare in maniera diretta – ho deciso di interrogarmi più approfonditamente sulla questione. Ho sempre pensato che il tema del rapporto con il contesto avesse a che fare, almeno in linea di principio, con poche questioni fondamentali: una gestione dei flussi coordinata – sia a livello locale che urbano – un rispetto delle condizioni considerate all’atto di progettare le preesistenze di rilievo, ed infine la ricerca di un’armonia percettiva. In realtà dunque né la forma né il linguaggio hanno mai avuto un ruolo di rilievo all’interno del rapporto con il contesto per me, e allora perché una definizione come quella dell’architetto intervistato mi è parsa così priva di senso? La verità, probabilmente, è che conoscevo le architetture che il suo studio produce e mi appariva evidente come nella loro conformazione non avessero assolutamente niente a che fare con l’intorno in cui sorgono. E forse tanto è bastato al mio inconscio per stabilire che quelle affermazioni erano l’ennesimo tentativo di legittimare opere – che sono frutto di una ricerca del tutto personale – su un piano comune. Ma è davvero così? Se la forma e il linguaggio, nella mia visione, non debbono necessariamente essere mutuate dal contesto, allora perché dovrebbe essere più forte l’analogia morfologica di quella dei processi generativi della forma stessa?

Certo la domanda ha una rilevanza relativa – o forse, da un’ottica personale, no – ma è il quesito che si porta al seguito che veramente conta: quante altre volte ho lasciato che il mio inconscio educato al giudizio liquidasse spunti di riflessione come sciocchezze? E se non lo fossero? L’errore sarebbe perdonabile, e comprensibile, se queste valutazioni aprioristiche fossero basate su una conoscenza approfondita della materia, ma sarebbe fatale se fosse una reazione difensiva ad una diffusa ignoranza sulla materia.

E così non ho fatto nemmeno in tempo ad immaginare un bel marcapiano in laterizio che correva lungo tutto il MAXXI, che come un incubo è apparso il ditone dello zio Frank, a ricordarmi che posso criticare, disprezzare e ironizzare, ma come architetto e studioso non mi è concesso provocare senza un’adeguata preparazione.

About Matteo Baldissara

Matteo Baldissara
Sono un giovane architetto, laureato presso l'Università degli studi di Roma - Sapienza nel Luglio del 2014. Attualmente frequento, presso lo stesso ateneo, il XXX ciclo del dottorato in composizione Teoria e Progetto. Dal 2014 collaboro con lo studio di progettazione WAR (Warehouse of Architecture and Research). Appassionato di letteratura ed arte, strizzo l'occhio al mondo della tecnologia, dalla programmazione alla grafica, e a quello del marketing.

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