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Che la guerra abbia inizio

Recentemente mi è stato consigliato il libro di fantascienza distopica, edito nel 1906, intitolato “Il Padrone del Mondo” da Robert Hugh Benson, il quale narra di un mondo attorno all’anno 2000 diviso in due grandi blocchi di potere: l’Occidente, costituito in prevalenza dall’Europa, e l’Oriente, costituito dalle nazioni asiatiche e in particolare dall’Impero unico formatosi dall’unione tra Cina e Giappone. Un terzo blocco, in declino e meno determinante nello scacchiere mondiale è costituito dalle Americhe.

E’ vero siamo nel 2015, ma se non per l’unione tra Cina e Giappone, che nella realtà è costituita da Mosca e Pechino, molte delle previsioni macropolitiche dello scrittore inglese di inizio novecento si sono rivelate fondate. Infatti, l’Occidente sotto la forte guida statunitense rappresenta un blocco. L’altro grande blocco è costituito dall’incontro tra Russia e Cina, che dopo decenni di contrastri attorno al marxismo, si sono riunite stipulandol’accordo del secolo. A guardare resta un blocco più o meno indefinito che è composto dalle Americhe (Centrale e Latina) e da una parte di Africa non allineata ai grandi blocchi. Quest’ultimo blocco vive tra speculazione, teologia della liberazione e bolivarismo.

Quel che preme attualmente analizzare alle cronache e analisi di questi giorni è lo scontro imminente, in una guerra mondiale non dichiarata, tra il blocco occidentale e quello, che proverò a denominare, come “blocco dell’est”. Sul “Blocco occidentale” conosciamo tutto, sia perchè ne siamo parte tramite NATO e EU, ma anche perchè le dinamiche e intenzioni nella “crisi ucraina” ci sono chiare. Quel che meno si conosce è da dove provenga l’intransigenza di Putin e dell’alleato cinese. E’ certo, in questo quadro geopolitico, che il mondo disegnato, quasi per una casualità e sincronicità alla Carl Gustav Jung, uscito da Yalta in Crimea al termine del II conflitto mondiale non esiste più. Ma, a molti dei media occidentali e delle cancellerie europee non è chiaro cosa significhi ciò. Uno scontro in cui gli Stati Uniti d’America sanno calcolare le loro mosse, mentre l’Unione Europea di Hollande e Merkel naviga a vista. La sola Gran Bretagna potrebbe ritagliarsi per influenza e interessi un ruolo di primo piano in questo difficile contesto. Il blocco russo-cinese si appoggia su una fitta rete di paesi amici, con i quali seguendo l’esempio statunitense, stanno creando strutture sovranazonali in cui favorire una comune regulation e un importante zona di libero scambio. Si deve a ciò aggiungere il peso specifico di entrambi i paesi, che oltre a essere entrambi protagonisti del G20, possiedono l’importante ruolo di osseratori permanenti presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il che significa che senza alcuna autorizzazione delle Nazionui Unite, atti unilaterali contro di esse sarebbe quasi certamente giudicata dalla Corte Internazionale e considerata illeggittima.

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Sicuramente, rispetto alla “Crisi in Georgia” del 2008, la crisi delle regioni orientali dell’Ucraina non ha seguito i piani di Mosca. Eppure, a un’offensiva occidentale il Cremlino sta rispondendo piuttosto bene. Questa offensiva che prevede tra le varie forme di azione le cosiddette “sanzioni europee” ha portato a poco e nulla nella trattativa con il Cremlino. Quel che realmente ha inciso, perchè di un ente terzo, è stato il “declassamento del debito pubblico della Russia”. Al declassamento del debito di Mosca-da BBB- a BB+ con outlook negativo da parte di Standard & Poor’s, che ha dato indicazione implicita agli investitori occidentali di vendere titoli russi, una scelta dal significato politico più che macroeconomico – il Cremlino ha risposto con l’acquisto di oro per il 9° mese di fila e con il riacquisto delle azioni delle società energetiche russe in mano a investitori stranieri che ne hanno vendute a migliaia allo scoperto L’aiuto di Pechino non è mancato anche sul fronte energetico. Infatti, la  Cina, tenendo fede all’Accordo del Secolo, ha acquistato il 36% di petrolio in più dalla Federazione Russa (e l’8% in meno dall’Arabia Saudita. Con Riyad che mantiene il ruolo di primo fornitore di Pechino con 997 mila barili, ma la cui quota è scesa dal 19% al 16%. Il tutto mentre l’emirato conduce una difficile battaglia contro gli “idrocarburi non convenzionali” a colpi di deprezzamento continuo del barile.Mosca, ha risposto alle sovrastrutture nazionali occidentali Il 1° gennaio 2015 guidando la nascita dell’Unione Economica Eurasiatica. Il Trattato sull’Unione è stato firmato dai presidenti di Bielorussia, Federazione Russa e Kazakhstan il 29 maggio 2014, ad Astana, in attesa che Armenia e Kirghizistan ratifichino l’accordo di adesione. A cui potrebbero legarsii i paesi ex marxisti nell’orbita cinese, oltre che la stessa PechinoSecondo il Cremlino, grazie alla libera circolazione di beni, servizi, capitali e forza lavoro “il lancio dell’Unione Economica Eurasiatica consentirà ai paesi membri di raggiungere un più alto livello di integrazione, di perseguire una politica coordinata in settori chiave dell’industria, dell’energia, dei trasporti e dell’agricoltura, di risolvere efficacemente il problema della modernizzazione delle loro economie e migliorare la loro competitività. Il nuovo mercato unico, questa volta non euroccidentale, è formato da 170 milioni di potenziali consumatori, il quale produce un Pil totale di 2.700 miliardi di $ e detiene il 20% delle riserve globali di gas naturale oltre al 15% di quelle petrolifere.

 

Questi sono brevemente alcuni grandi dati a a cui si lega l’accordo di stamane a Minsk. Dati da cui è facilmente assumibile che il mondo che pensavamo di conoscere non esiste e con il quale, volenti o meno, presto dovremo fare i conti. Nel bene e nel male.

About Antonio Maria Napoli

Antonio Maria Napoli
Calcio, geopolitica ed economia. Qualche pillola di musica elettronica. Il mio concetto di perfezione è un libro di Paul Krugman o un romanzo di Dumas, con in sottofondo un remix di Frankie Knuckles o i Pink Floyd. Allo spritz preferisco il Nikka

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