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Il prevedibile vizio del sopravvalutarsi

Negli ultimi tempi l’Academy si è mostrata molto incline a premiare film che raccontano storie di persone “di cinema” come Argo o The Artist, ed è molto probabile che quest’anno la tendenza continui con Birdman, che da quanto mi è dato di capire è di gran lunga il favorito per la vittoria dei premi maggiori nella cerimonia che si terrà tra una settimana nel Dolby Theatre di Hollywood.

Il film ci mostra infatti il tentativo di Riggan Thomas, un attore di seconda lega, rapidamente dimenticato dopo che una serie di film sul supereroe Birdman gli avevano donato grande fama, di mettere in scena una rappresentazione teatrale “alta” che possa redimere la sua carriera e garantirgli finalmente la tanto bramata qualifica di “artista”. Le vicissitudini del casting, delle prove, delle anteprime, e finalmente della prima rappresentazione costituiscono il principale filone narrativo del film, attraverso il quale il protagonista si trova impegnato nel compito di non impazzire cercando di tenere sotto controllo le sue ansie, le bizze degli altri attori, la figlia appena uscita da una comunità di recupero per tossici, donne passate e presenti e via dicendo.

Thomas è interpretato da Michael Keaton, la cui parabola professionale ricorda molto quella del personaggio che qui interpreta. Diventato celebre per aver impersonato Batman nei film di Tim Burton, Keaton ha poi avuto una carriera alquanto mediocre, mediocrità che continua a permanere in questo film le cui idee sembrano brillanti se ci si pensa per dieci secondi, ma completamente irrilevanti se si estende la sessione riflessiva al minuto. La scelta del casting di Keaton, un attore che non ha fatto carriera per motivi che risultano molto evidenti anche da questa performance, è infatti solo una delle mosse del film che possono superficialmente sembrare azzeccate o quantomeno interessanti, ma che aggiungono poco e niente a quello che finisce con l’essere un ammiccante specchietto per allodole.

Imputata principale su questo mio personale banco d’accusa è la scelta di girare pressochè l’intero film in maniera apparentemente ininterrotta. L’illusione del piano sequenza viene creata in maniera tecnicamente ammirevole e personalmente c’è stato un unico stacco che ho trovato nascosto in maniera goffa, ma il problema non è tanto la realizzazione dell’idea, quanto la sua motivazione. Posso anche ammettere che, magari per gusti personali, di motivi validi per una scelta del genere me ne vengono in mente veramente pochi, ma nello specifico faccio molta fatica a vedere in che maniera la cosa amplifichi il potenziale espressivo della pellicola. La spiegazione che l’unità delle riprese sarebbe una concessione all’ambientazione teatrale del film mi convince poco, un po’ perchè l’unità di tempo viene comunque infranta senza remora alcuna, un po’ perchè l’ambientazione teatrale è alquanto estrinseca al discorso del film, che sarebbe trapiantabile senza problemi in un altro ambito di creatività professionistica. Quello che resta è un vuoto virtuosismo che nulla aggiunge (e dunque qualcosa toglie) all’esperienza dello spettatore, e fa da cornice a una sceneggiatura che definire fuori fuoco sarebbe eufemistico.

Anche continuando a fare la tara al mio disdegno per le concentrazioni di cazzate “meta”, non vedo come si possa argomentare che Birdman sia un film drammaticamente efficace, o brillante, o acuto, o che abbia una qualsiasi delle svariate e contrastanti qualità che ipoteticamente ci si potrebbero aspettare da un conglomerato che così evidentemente vuole la botte piena, la moglie ubriaca, il portafoglio gonfio e una fetta di culo. Lungi da me censurare l’ambizione, ma con essa viene inevitabilmente il rischio del tonfo, del fallimento spettacolare, che è proprio quello che si verifica in questa occasione.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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