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Rival Sons: retro rock californiano

Rival Sons

Citando il buon vecchio Otto, autista del pulmino di Springfield: “Whé, ma tutti questi nuovi gruppi non fanno altro che plagiare i vecchi Led Zeppelin!”.

Vero. Periodicamente, dal folto sottobosco dell’hard rock, ormai in consolidato declino, viene fuori una band “retro rock” che ci propone un paio di album spesso carini, ma prettamente “revivalistici”. Band piaceri che fanno celermente colpo sui nostalgici del rock anni ’70 e su qualche sbarbatello con il poster degli AC/DC in camera.

Purtroppo, poiché privi di qualsivoglia innovazione e fuori dall’attuale contesto musicale mainstream, saranno destinati ad essere soltanto una timida ombra di un passato glorioso e verranno dimenticati nel giro di qualche anno. Mi riferisco ad artisti come Wolfmother, The Darkness, Parlor Mob, The Answer etc..gruppi che all’inizio ti fomentano e dopo un paio di dischi ti fanno capire che, se il rock non è morto, è quantomeno in uno stato vegetativo.

Con i Rival Sons mi sono ricreduto.

Anche se suonano abbastanza british, i Rival Sons sono quattro improbabili californiani estremamente interessanti. Lo stile si rifà in modo evidente al rock fine ’60 inizio ’70 (Free, Cream, Deep Purple e soprattutto Led Zeppelin): un hard rock con riferimenti “blueseggianti”, spesso e volentieri sporcato dalla psichedelia. In più aggiungiamoci una ritmica dinamica e sempre coinvolgente (anch’essa molto “zeppeliniana”), un chitarrista cresciuto a pane e Jimmy Page che riesce ad essere molto più che un semplice emulo e soprattutto un frontman strepitoso, dotato di una voce calda ed estremamente duttile, capace di passare da acuti graffianti a struggenti brani sussurrati in stile Jeff Buckley.

All’attivo hanno quattro album ed un EP. I primi due album (Before the Fire – 2009 – e Pressure&Time – 2011) sono molto immediati, istintivi, piacevoli. Il terzo album (Head Down – 2012) è l’opera che rende i Rival Sons una band diversa dalle altre: tredici brani belli, semplici, poliedrici, commoventi e suonati con sincera passione. Neanche un pezzo riempitivo. Non esagererei dicendo che se questo disco fosse uscito nel 1972, probabilmente oggi sarebbe un classico. Con il quarto (Great Western Valkyrie – 2014) si ripresentano sulla scena con un nuovo bassista, ma con la solita verve rock ad infuocare gli animi.

In conclusione, i Rival Sonso sono quattro ragazzi che sono riusciti a crearsi un’identità in un genere che credevamo appartenesse soltanto a pochi mitici artisti del passato, dimostrandoci che quando si riesce ad unire un’ottima tecnica alla passione (quella vera, estranea alle dinamiche del mercato musicale), può nascere della musica di qualità, capace di rompere le barriere del tempo e di regalarci un’oretta di emozioni che vanno oltre il puro intrattenimento.

 

Consigli d’ascolto:

Pressure&Time (per farsi un’idea), Jordan (la migliore ballata che mi sia capitato di ascoltare negli ultimi tempi), True (armonia acustica meravigliosa che ricorda vagamente il compianto Jeff Buckley), Manifest Destiny Pt.1 & Pt.2 (tredici monumentali minuti di magia per gli amanti del genere).

 

 

Giacomo Campisi Frascà

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