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Il post-Charlie: si fa presto a parlare di libertà di espressione…

Europa e Medio Oriente; incontro con Ilan PappèLunedì 16 febbraio a partire dalle 14 si è tenuto un evento di grande interesse culturale dal titolo “Europa e Medio Oriente oltre gli identitarismi: dialoghi con Ilan Pappé”. Un incontro organizzato e voluto da Assopace Palestina e che ha visto la partecipazione di autorevoli studiosi come Ruba Salih (antropologa italo-palestinese della School of Oriental and African Studies di Londra), Francesco Pompeo e Michela Fusaschi (antropologi dell’Osservatorio sul razzismo e la diversità dell’università di Roma Tre), Anna Bozzo (Professoressa di Storia dei Paesi Islamici dell’Università di Roma Tre), Bianca Maria Scarcia Amoretti (Professoressa emerita di Islamistica dell’Università “La Sapienza”), Luisa Morgantini (Presidentessa di Assopace Palestina ed ex vice presidente del Parlamento Europeo con l’incarico delle Politiche Europee per l’Africa e per i diritti umani), Moni Ovadia (attore e scrittore ebreo) e – ospite d’onore – Ilan Pappé, storico israeliano attualmente Professore nel Dipartimento di Storia dell’Università di Exeter. L’incontro si sarebbe dovuto tenere nel Centro di Studi Italo-Francesi dell’Università di Roma Tre.

Accade però un fatto. A pochi giorni dall’evento il luogo dell’incontro viene improvvisamente cambiato: non più al Centro di Studi Italo-Francesi ma al Centro Congressi Frentani. Un semplice disguido organizzativo tra gli organizzatori e l’università di Roma Tre? Non proprio. Perché il 14 febbraio (cioè due giorni prima dell’evento) Moni Ovadia pubblica un pezzo su Il Manifesto dal titolo “La censura preventiva blackout della democrazia”. L’attore, noto per le sue posizioni antisioniste, scrive nell’articolo:«Pare che il ret­tore abbia negato la sala, negato l’accoglienza dell’ateneo die­tro pre­sunte pres­sioni dell’ambasciata israe­liana e della comu­nità ebraica romana.» Possibile? Davvero nel 2015 a poche settimane dal grido unanime “Je suis Charlie” un ateneo universitario, luogo per sua natura che dovrebbe essere preposto al dibattito pubblico, neghi una sala per una tavola rotonda che vede la partecipazione di autorevoli studiosi, ritenuti scomodi dalla comunità ebraica? La conferma arriva direttamente dal Professor Pompeo che all’inizio dell’incontro chiarisce una volta per tutte la dinamica dei fatti. A pochi giorni dall’evento (giovedì 13) gli organizzatori ricevono una scarna mail dalla direzione del Centro di Studi Italo-Francesi in cui viene comunicato loro che a causa di non meglio precisate “irregolarità tecnico-procedurali” non è più possibile concedere la sala per il dibattito. Gli organizzatori dell’evento comprensibilmente cadono dal pero ma non si danno per vinti e riescono a trovare in pochi giorni l’alternativa. Certo l’accaduto è strano; quali potrebbero essere le “irregolarità tecnico-procedurali”, una volta che la sala Capizucchi del Centro di Studi Italo Francesi era stata concessa? E infatti, andando a scavare per canali ufficiosi, gli organizzatori scoprono che l’improvvisa negazione della sala risponde a precise pressioni, ribadite off the records da uno dei relatori al termine della tavola rotonda.

Le pressioni della comunità ebraica sembra siano dovute soprattutto alla presenza di Ilan Pappé. Ma chi è Ilan Pappé? Perché l’ambasciata israeliana dovrebbe temere la presenza di uno storico israeliano? Semplice, perché Ilan Pappé è sì israeliano, ma convintamente antisionista. Lo storico è autore, tra gli altri, anche di The Ethnic Cleansing of Palestine (La pulizia etnica della Palestina, 2008, Fazi), che aspre polemiche ha suscitato come d’altronde altre prese di posizione di Pappé, in passato anche protagonista del mondo della politica israeliana candidatosi con il Maki, il Partito Comunista Israeliano.

In ogni modo, che vi possano essere pressioni da parte di un’ambasciata o di una comunità, che piaccia o meno, rientra nella realtà della cose. La cosa grave è che un’istituzione universitaria che si trova nella capitale di uno stato che si definisce democratico venga incontro e si sottometta a queste pressioni. Eppure ospitare un evento non dovrebbe voler dire sposare in toto le opinioni e le tesi di un accademico di fama mondiale. Anzi, se davvero si fosse voluto dare un contributo alla comunità (scientifica e non) Roma Tre avrebbe potuto contrapporre uno storico con posizione differenti da quelle di Pappé. Tutto questo sarebbe avvenuto se davvero si aveva a cuore mettere in piedi un dibattito vivace ma civile, se realmente ciò che contava era il confronto di opinioni diverse. Purtroppo però tutto ciò che riguarda la questione Israelo-Palestinese nel nostro paese deve essere avvolto da un’incomprensibile coltre di fumo. Scrive ancora Moni Ovadia:«Nei grandi media, nelle tv, nei talk show la que­stione israelo-palestinese è off limits. Sull’argomento c’è una cen­sura com­pa­ra­bile solo a quella impo­sta dallo sta­li­ni­smo e durante l’epoca fasci­sta. La cen­sura è tanto più grave per­ché viene com­piuta per mano di un ate­neo, luogo del sapere e del dibattito. Quanto acca­duto è una cata­strofe per la demo­cra­zia ita­liana, sì, per noi, ma anche per coloro che impon­gono il silen­zio senza ren­dersi conto di cen­su­rare il pen­siero prima che que­sto venga espresso. Ad uscirne scon­fitta è la società, la demo­cra­zia, e non solo noi, orga­nizza­tori di un evento e depo­si­tari di un’opinione, non della verità asso­luta. E nel momento in cui si cal­pe­sta la libertà di un indi­vi­duo di espri­mere il pro­prio pen­siero, il prin­ci­pio vol­ter­riano, la demo­cra­zia muore.» Se una questione è tanto delicata, è meglio non parlarne: perché confutare nel merito le tesi di chi mantiene certe posizioni è troppo impegnativo.

LA LIBERTÀ DI ESPRESSIONE SMARRITA – Malgrado il cambio di destinazione improvviso, l’evento ha avuto una notevole affluenza di pubblico. E nonostante lo spiacevole episodio sia stato presente nella mente di tutti i presenti un po’ per tutta la durata del dibattito, l’incontro ha proposto molti spunti di riflessione. Non sono mancate tra l’altro domande spinose, a cui lo studioso israeliano non ha risparmiato di rispondere. Ma cosa dice di tanto pruriginoso questo storico? «Non mi interessano le rivendicazioni basate sulla nazionalità o sulla religione: bisogna garantire i diritti umani a tutti – non importa quale sia la religione – di poter vivere in pace e sicurezza in Palestina. Gli israeliani erano come degli ospiti invitati a casa di qualcuno; ma se gli ospiti rivendicano la paternità di quella stessa casa bisogna chiamarli con il loro nome: invasori. La cosa ironica è che ora le autorità israeliane trattano i palestinesi come fossero degli immigrati clandestini. Chiunque osi criticare le politiche sionistiche viene improvvisamente etichettato come antisemita. E ciò è inaccettabile; in primo luogo perché la stragrande maggioranza degli ebrei morti nella Shoah non era sionista; in secondo, perché il sionismo – non mi stancherò mai di dirlo – è forse il movimento più secolare che ci sia. Si spaccia come religioso, ma di religioso non ha niente. Il sionismo non afferma infatti l’esistenza di un Dio. Afferma che un Dio esiste in funzione del fatto che garantisca agli ebrei di vivere in Palestina. Cosa che è ben diversa dal credere in un Dio incondizionatamente. Personalmente ritengo che nel corso della storia i regimi arabi abbiano accumulato delle responsabilità nell’evolversi in negativo di questa situazione. Tuttavia, uno storico deve guardare innanzitutto ai fatti: e i fatti dicono che il movimento sionista è stato l’unico a cui è stato riconosciuto qualcosa nella spartizione del Medio Oriente che Francia e Gran Bretagna fecero tra il 1916 e il 1923, all’indomani della fine dell’Impero Ottomano. Tutte le minoranze religiose volevano ottenere uno stato per sé: i drusi, gli alawiti, i cristiani. L’unico però che ha ottenuto qualcosa è stato il movimento sionista: occorre ripeterlo ancora una volta, il movimento sionista, non quello ebraico.  Il fatto poi che i regimi arabi abbiano sbagliato qualcosa non deve far dimenticare che ai palestinesi è stata sottratta la loro casa. E se davvero bisogna far ricondurre tutto alla Shoah, allora sarebbe stato più sensato pretendere la spartizione della Germania piuttosto che quella dalla Palestina.»

Su queste dichiarazioni si può essere d’accordo o meno, si possono condividere o no. Ancora una volta, occorre però ricordare che sarebbe stato molto ma molto più interessante poter vedere uno storico di posizioni diverse – magari promosso dalla stessa università – cimentarsi in un confronto con Pappé. Ciò che davvero intristisce è vedere come un’università statale italiana di fatto cerchi di ostacolare la libertà di esprimersi di uno storico che ha la “colpa” di non essere allineato ai voleri della comunità ebraica. Un episodio che avviene a poco più di un mese di distanza dai fatti di Parigi, che tanta commozione e sgomento hanno provocato nell’opinione pubblica mondiale, che avevano regalato nuova linfa ad appassionati editoriali che esaltavano la libertà d’espressione come valore assoluto e che invocavano il principio “Disapprovo ciò che dici, ma difenderò sino alla morte il tuo diritto di dirlo” che la scrittrice britannica Evelyn Beatrice Hall (nota con lo pseudonimo di S. G. Tallentyre) in The Friends of Voltaire attribuiva al filosofo francese.

Di tutto questo sembra non esserci già più traccia. Eppure è difficile non essere d’accordo con lo stesso Ilan Pappé quando afferma che «Se persino il mondo accademico rifiuta il confronto e il dibattito aperto su questioni spinose come quella palestinese, come si può pensare che il mondo della stampa e i politici possano lasciare spazio ad opinioni differenti in un clima sociale e culturale sempre più asfissiante?» Chissà, forse sarà (anche) per episodi come questo che l’informazione italiana ha trattato come una notizia secondaria il riconoscimento come stato della Palestina da parte del parlamento britannico e di quello francese. Un gesto politico e simbolico importantissimo, che però per l’Italietta rinchiusa in sé stessa conta meno di un Patto del Nazareno o dell’ennesima inchiesta per corruzione che vede coinvolti imprenditori e politicanti di turno.

Inoltre, il quadro generale della libertà di espressione è molto più complesso di alcune frasi ad effetto ad uso e consumo di social network. In un anno l’Italia è crollata dalla già poco onorevole quarantanovesima posizione al settantatreesimo posto della classifica stilata ogni anno dalla ONG Reporter sans Frontières; secondo l’organizzazione nei primi 10 mesi del 2014 ben 129 cronisti sono stati citati illegittimamente per diffamazione – chiara forma di intimidazione – da politici o pezzi grossi della finanza. Si sono inoltre verificati 43 casi di aggressioni fisiche. Questa è la dura realtà del mondo dell’informazione italiana. Si è spesso abituati a commentare e a discutere degli editoriali dei vari Travaglio, Gramellini, Scalfari, Galli della Loggia e compagnia cantante. Ma troppe volte ci si dimentica dei giornalisti dei cosiddetti “quotidiani minori” che ogni giorno si sporcano le mani e che, talvolta, rischiano la pelle in mezzo a condizioni salariali sempre più delicate. Ci si dimentica di quelli finiti nel mirino della criminalità organizzata per le loro inchieste e che subiscono  costanti intimidazioni e aggressioni. Ci si dimentica degli eterni freelance pagati 3 euro al pezzo. Si rammenta poche volte che in Italia il mercato dell’informazione è pervaso da molteplici conflitti di interessi: non esiste solo quello macroscopico di Berlusconi, si dovrebbe guardare (solo per citare un esempio) ai nomi dei soci che fanno parte del CDA del più importante quotidiano italiano. Occorrerebbe rimarcare la pressoché totale assenza di editori puri all’interno del mercato informativo italiano. Senza trascurare il fatto che alla Camera è attualmente allo studio una legge sulla diffamazione che, con il pretesto di impedire che i giornalisti possano essere arrestati nell’esercizio delle loro funzioni (come stava per accadere al direttore de Il Giornale, Alessandro Sallusti, tre anni fa), introduce obblighi di rettifica quantomeno discutibili ed aumenta in maniera spropositata le sanzioni pecuniarie a danno dei professionisti dell’informazione. Altro che libertà di espressione, altro che “Je suis Charlie”! Un dibattito serio sul reale stato della libertà di espressione e di stampa nel nostro paese dovrebbe ripartire da questi punti. Ma si sa, nell’epoca del renzismo chiunque si permette di muovere critiche o appunti sui fatti di più stretta attualità è di per sé un “gufo”, un “disfattista”, un “portaiella” che vuole solo “remare contro”; con tanti saluti al caro principio della libertà di espressione, rivendicato da tutti, sancito dall’art. 21 della nostra costituzione ma realmente rispettato da pochissime persone nel nostro paese. Forse parlare di “svolta autoritaria” è eccessivo; ma definire la situazione attuale come “profonda involuzione democratica” appare un esercizio per nulla azzardato.

È infinitamente comodo e molto, molto facile solidarizzare in nome della libertà di espressione quando c’è il sangue di mezzo come nel caso di Charlie Hebdo. Ma quando ad essere esercitata è l’altra forma di intimidazione o censura, il cui unico merito è quello di non attentare alle vite umane (e quindi per questo non fa notizia)? Quando i censori non sono uomini incappucciati e armati, ma persone in giacca e cravatta che riconoscono il principio della libertà di espressione solo quando fa loro comodo? Quando si confondono volutamente i piani dell’antisemitismo – per la verità ancora molto presente nella nostra società – con quelli dell’antisionismo con il solo scopo di voler reprimere l’espressione di un pensiero? Come la si mette? Siam tutti Charlie, ma sempre lì e mai qui; siam tutti Charlie ma in fondo la libertà d’espressione ci piace così e così; e se a negarla è un’università statale in combutta con la comunità ebraica che importa? Chi ricorda che qualche ora dopo l’attentato a Charlie Hebdo il presidente di quella stessa comunità ebraica, Riccardo Pacifici, dichiarava:«Dobbiamo capire come coniugare la libertà di espressione, che in questo momento è stata brutalmente violata, i principi fondanti di libertà che sanciscono tutti gli stati democratici dell’Unione Europea e la lotta al terrorismo.» E le pressioni esercitate sui vertici di Roma Tre per non accogliere uno storico evidentemente sgradito a quale delle due esigenze rispondevano? Ai “principi fondanti di libertà” o alla “lotta al terrorismo”? Qualcosa non torna…

About Andrea Cartolano

Andrea Cartolano
Appassionato di politica interna, estera, storia e sport. Laureato in Lingue Moderne per la Comunicazione Internazionale presso l'Università degli Studi Roma Tre, si è dedicato allo studio della lingua e della cultura araba viaggiando in Libano, Siria e Marocco. Con il sogno un giorno di poter unire la passione per il mondo arabo a quella per la stampa.

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