Home / Spettacolo / Cinema / L’islam tradito di Timbuktu

L’islam tradito di Timbuktu

Lieve, agile, corre una gazzella nel silenzio delle dune del Sahara. Poi, colpi di kalashnikov: “sfiancala, non ucciderla!” gridano le truppe jihadiste sulle jeep polverose in corsa. La fuga sembra l’unica soluzione nel villaggio invaso da un islam estremista che non uccide, ma piega gli animi e logora le coscienze. “Timbuktu” è la città fittizia di un Mali di integralismi, contraddizioni e crudeltà. Abderrahmane Sissako sfiora gli Oscar con una nomination per miglior film straniero e vince 7 premi César: miglior film, miglior regia, miglior soggetto, miglior montaggio, miglior fotografia, migliori musiche, miglior suono. Il regista mauritano, cresciuto in Mali e diventato famoso a Parigi, trionfa come primo regista africano agli Oscar francesi. In un momento in cui l’islam solleva più dubbi che simpatie. “La Francia è un magnifico Paese che riesce a risollevarsi di fronte all’orrore, alla violenza, all’oscurantismo”, ha detto Sissako ricevendo il premio al Théatre du Châtelet.

Poco lontano da Timbuktu, presa in ostaggio dagli estremisti religiosi, il tuareg Kidane vive pacificamente con la moglie Satima, la figlia Toya e il pastorello Issan. Finché un giorno la sua mucca favorita sfugge al controllo e rompe le reti del pescatore Amadou, che la trafigge con una lancia. L’equilibrio si spezza, la quiete a Timbuktu sembra andata perduta. Sissako rappresenta una comunità di islamici moderati, forse un po’ idealizzata, che non riesce ad opporsi all’ondata di dolore e lutto portata dalla jihad in terre che vorrebbero solo vivere in pace. Percorre tutto il film una continua alternanza tra la violenza e brutalità dei terroristi e l’armonia e serenità della comunità locale. Alla crudeltà e ignoranza di uomini che vengono a imporre rigidi ordini di una sharia tradita, si oppone l’autenticità di un popolo che ancora crede nella profondità dei rapporti parentali e con la divinità. Due mondi divisi dall’ignoranza e dall’incomprensione. Tra loro una distanza abissale in cui le donne sono le prime vittime di un conflitto, di cui la religione è solo un finto pretesto. Unico superstite di un islam autentico è l’imam locale, che alle porte della moschea spiega al neofita jihadista che la religione è un dialogo con Dio e che la jihad è un combattimento personale. Senza armi e senza sangue.

“Timbuktu” non vuole essere un film anti-jihad, ma un grido di allarme contro un occidente spesso distratto e confuso, spesso incline a pensare che l’integralismo sia una rivolta contro secoli di colonialismo, che germoglia nell’emarginazione ed esplode nella rabbia. Sissako, invece, presenta il fondamentalismo come una supposta fede che arriva da fuori per ridurre gli infedeli alla sottomissione. Un artificio montato ad arte come i video dei terroristi che parlano l’inglese meglio dell’arabo. È un islam di cui Sissako mette a nudo tutte le contraddizioni e falsità: i jihadisti vietano il fumo ma sono i primi a fumare, vietano la musica ma sono i primi a cantare. La distorsione della verità ha le sembianze di una donna, complice dei jihadisti, che vaga per la città, senza remore e senza paura, con i capelli spettinati e gli occhi indemoniati. Una maga dagli stracci colorati che sembra diventare simbolo dell’uomo privato della sua libertà.

Proibito giocare a calcio, stare affacciati alla finestra, star seduti sulla soglia di casa, imposti burqa e guanti alle donne, non rimane che l’immaginazione: unico modo per vivere ciò che è negato vivere. Giocare a calcio con un pallone invisibile è l’unica possibilità che si ha di rubare attimi di vita perduti, cristallizati nella fotografia di Sofian El Fani che riveste di lirismo un realismo poco bello. Il deserto diventa un intersecarsi di segni e simboli che parlano più delle parole mute degli abitanti di “Timbuktu”, a cui non rimangono che sguardi, silenzi e rassegnazione. I motivi tribali di Amine Bouhafa scandiscono il ritmo di una storia sabbiosa di disperata bellezza, che con un velo di ironia, racconta senza mai dire.

About Francesca Ferri

Lucana nata a Roma, a 22 anni mi ritrovo alla scuola di giornalismo della Luiss. Una laurea in Lingue e letterature moderne a La Sapienza, un'attrazione per le lingue straniere e una passione per le parole in tutte le loro forme. Viaggi per il mondo e un anno a Parigi, dove sogno sempre di tornare, mi hanno lasciato curiosità e voglia di raccontare. La mia passione per la scrittura mi ha portato al giornalismo, nuova terra ancora da esplorare. La scrittura è per me una lente di ingrandimento sul mondo. Mentre ricerco la bellezza della verità nelle parole, progetto di imparare l'arabo, leggere Proust e girare il mondo alla ricerca di nuove storie da raccontare.