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Sono stato anche io al Grand Budapest Hotel

 “Era un’affascinante e vecchia rovina, ma non ci riuscì più di rivederla”

Esistono luoghi che costruiscono un immaginario collettivo, che siano esperibili oppure no.

The Grand Budapest Hotel, l’ultimo film dell’americano Wes Anderson, ha portato a casa quattro statuette dalle premiazioni degli Oscar: trucco, costumi, colonna sonora e miglior scenografia. E’ evidente che il giovane regista, coadiuvato da Robert Yeoman alla fotografia e Adam Stokhausen per l’allestimento scenico, sia stato abilmente capace nel raccontare  l’atmosfera, nel narrare il paesaggio e mettere a fuoco tutto ciò che è contenitore: la scenografia è protagonista tanto quanto il racconto. Lo stesso titolo è dedicato ad un Luogo ed ogni inquadratura è una costante dichiarazione di amore allo spettacolo d’immaginario creato dal team.

L’architettura la fa da padrona, le riprese sono fisse, le prospettive a quadro centrale e vi è una quieta ed imperiosa simmetria nella composizione in eco a Kubrick. La camera scorre con viste di pianta e di prospetto: sono gli spazi a svelarsi. Le porte si aprono da sole e gli uomini entrano ed escono, portando con sé quel tantino di sangue caldo si muovono nel gelo degli spazi, nella stasi dell’immobile.

Pareti, soffitti, pavimenti, l’atrio, la scala, l’ascensore, ognuno di questi elementi è ben distinto nelle inquadrature di Wes e conquista il proprio peso nella scena come il viso le mani e le gestualità sono espressione dell’agire umano.  Il risultato è glorioso ed il contenitore e gli elementi inanimati diventano protagonisti, l’Hotel prende il ruolo di un attore, ha la propria identità, si è studiato il suo carattere, deve dar vita ad un’istituzione. Gli uomini sono fatti di volumi di tessuto: abiti magistralmente disegnati dal quattro volte premio Oscar Milena Canonero che qua, come in Barry Lyndon, insegna come il colore del costume rafforzi l’identità alla pelle degli attori ed al loro ruolo emotivo nella scena.

 

A sinistra una copertina del The Saturday Evening Post disegnata da Norman Rockwell, a destra un'inquadratura tratta da The Grand Budapest Hotel
A sinistra una copertina del The Saturday Evening Post disegnata da Norman Rockwell, a destra un’inquadratura tratta da The Grand Budapest Hotel

Tre epoche diverse si intrecciano nel film: gli anni ’30 con il loro agrodolce sapore di una Belle Époque passata e di una guerra alle porte, gli anni ’60 con i resti del comunismo e le pareti incrostate e stanche del passato doloroso e gli anni ’80 della postmodernità,  dello scrittore che racconta.  Le scenografie sono ricostruzioni ed in quanto tali interpretazioni di quel che fu, ricomposizioni di vecchie maniere, stilizzazioni e scelte di cosa voler riportare di una data epoca e cosa voler nascondere. L’edificio in quanto attore figurante del film prende parte al gioco e così cambia abito in base agli anni che veste: la grande torta di panna montata, fatta di un movimento continuo di stucco, marmo colorato, dura ghisa e moquette purpurea con vago richiamo al Jugendstil tedesco, si asciuga nel design sodo degli anni ’60. L’unica maniera di riconoscere il lobby del nostro glorioso Hotel è attraverso gli elementi significativi dell’architettura: le scale rimangono dove sono, gli ascensori non si spostano e la corte della hall ha sempre la stessa capienza spaziosa.

 

A confronto: sopra la Hall  dell'Hotel in veste anni '60, sotto la Hall in veste anni '30
A confronto: sopra la Hall dell’Hotel in veste anni ’60, sotto la Hall in veste anni ’30

Se l’esterno della costruzione viene realizzato con l’ausilio di un plastico rifinito in ogni piccolo dettaglio così da ingannare lo spettatore col gioco illusorio dei falsi rapporti di scala, lo spazio interno invece è stato ambientato in un luogo esistente. Un europeo per costruire tale immagine e carattere avrebbe probabilmente scelto una vecchia stazione ferroviaria o un teatro abbandonato; quale posto migliore invece per un americano, che ha vissuto con le copertine de The Saturday Evening Post disegnate da Norman Rockwell ed ha studiato filosofia in Texas, se non un vecchio Grande Magazzino abbandonato, pioniere dello shopping mall: il Görlitzer Warenhaus department store. Costruito nel 1913 e poi a lungo utilizzato come centro commerciale, il Görlitzer è un luogo che anticipa le visioni di Robert Venturi di un’architettura della vendita guidata dalla comunicazione commerciale. Perfino nella realtà torna il gioco divertito di complessa relazione tra spazio e tempo presente in tutto il film: Belle Époque, Dopoguerra e Postmoderno.

 

Il Görlitzer Warenhaus department store negli anni '80
Il Görlitzer Warenhaus department store negli anni ’80

Il Grand Budapest non è disegnato per l’esperienza umana, ma è costruito per la camera.

In questo appunto si marca l’impreciso confine di queste due pratiche del costruire: scenografia ed architettura. Così si mostrano gli ibridi, le costruzioni di Robert Venturi, così l’Eur, quartiere amato da Fellini proprio perché un immenso palcoscenico. Dietro alle facciate esistono rapporti umani di relazione? La prima è progettata per essere percorsa dalla camera, o dalla momentanea performance dell’attore, la seconda è abitata dall’uomo in tutto il suo quotidiano. Eppure proprio perché liberata dai confini del funzionalismo è nella scenografia che viene resa manifesta la psicologia dell’architettura. La misura e logica dello spazio è in funzione di chi lo osserva, si dilata e si chiude in base a ciò che vuole comunicare allo spettatore (non al fruitore). L’architetto ha solo che da imparare da questa curiosa materia dell’immagine, perché in essa si mostra il seme del vissuto, l’empatia tra luogo e abitante, in essa si manifesta l’esperienza collettiva della percezione. Il Grand Budapest Hotel racconta cosa rende un luogo un’istituzione, quello che spaventa, quel che diverte, ciò che respinge da ciò che invita. Scale, atri e ascensori sono lì a rendere manifesto dove l’immaginario è comune, dove i punti di riferimento sono condivisi. E si sa che vedere un buon film è come fare esperienza di noi stessi, se dunque la scenografia di The Grand Budapest Hotel ci ha sequestrato emotivamente vorrà dire che avremo qualche luogo dell’animo in più nel taschino.

 “Qualunque sia il fenomeno studiato, occorre innanzitutto che l’osservatore studi se stesso, poiché l’osservatore o turba il fenomeno osservato, o vi si proietta in qualche misura.” Edgar Morin

About Isabella Zaccagnini

Isabella Zaccagnini
L'Architettura è uno strumento atto a semplificare la vita dell'uomo. Essendo la vita una realtà complessa, come ogni complessità, per essere semplificata, è necessario il tentativo di spiegarla. In tale direzione va la ricerca personale svolta con PoliLinea e nello studio Warehouse of Architecture and Research.

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