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Let them talk. Diagnosi: Blues

Il volto di Hugh Laurie viene senz’altro associato dai più prevalentemente al personaggio di Dr. House, che adombra qualsiasi altra cosa l’attore abbia fatto nella sua vita. Eppure, la sua voce, che sembra essere stata pensata appositamente per lanciare battute taglienti e sarcastiche a pazienti “pedanti” e a colleghi medici meno esperti di lui, nasconde inclinazioni e sfumature che sanno di un blues decisamente easy listening.Let them talk (2011) è il suo primo album (cui seguirà Didn’t it rain, nel 2013) ed in esso Hugh mette a nudo tutta la sua passione per il blues: il tutto si concretizza essenzialmente in un lavoro amatoriale, ma, nonostante si avverta che a dirigere la baracca sia uno che di mestiere fa tutt’altro, il risultato è piacevole e scorrevole.


Il dottore zoppo abbandona il bastone per appoggiarsi a quegli 88 tasti che non lo hanno mai abbandonato durante la sua carriera di attore. Reinterpreta a modo suo brani che per i bluesofili sono vere e proprie pietre miliari: l’introduzione è affidata a St. James Infirmary e, nello specifico, ad un assolo di piano da brividi, arricchito, di tanto in tanto, da casse, rullanti e piatti colpiti con un tempismo chirurgico.
I ritmi accesi e incalzanti di brani come Swanee River o They’re red hot  si mescolano alle atmosfere trascinate e sofferte di altri gioiellini quali Buddy’s Bolden’s blues, The Whale has swallowed me o After you’ve gone, in un crescendo di intensità emotive che in The battle of Jericho raggiungono il loro acme.
Non mancano collaborazioni interessanti e piacevolmente sorprendenti, come quelle con Irma Thomas, la calda voce di New Orleans (Baby please make a change e John Henry) o Tom Jones  (Baby please make a change) e brani in cui l’attore stupisce con un eclettismo paragonabile a quello del suo Dr. House, suonando con discreta padronanza anche la chitarra.
In conclusione: non si tratta di un capolavoro o di un album da avere a tutti i costi nella propria collezione, ma di un piacevole interludio musicale nella carriera di un attore che è, tuttavia, ben lungi dall’essere un semplice e ridicolo “capriccio”. Un modo per conoscere un altro lato del carattere di un artista che, per mestiere, è costretto a sacrificare il proprio in favore di quello dei personaggi che interpreta.
Ve lo consiglio e vi auguro un buon ascolto.

About Pasquale Scognamiglio

Pasquale Scognamiglio
Aspirante chirurgo con il vizio del pianoforte. Ben lungi dall'essere un musicologo, preferisco definirmi come uno a cui piace parlare di musica, che, lo diceva Miles Davis, insieme alla vita è una questione di stile. Oop bop sh'bam. Ho detto tutto.

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