Home / Cinema / Il problema del cinema italiano

Il problema del cinema italiano

La scorsa settimana su repubblica.it mi sono imbattuto in un articolo che presentava il nuovo film di Sergio Castellitto, Nessuno si salva da solo. In tutta franchezza non ho nessun interesse nel film, ma il pezzo conteneva un paio di dichiarazioni del regista secondo me molto significative per comprendere la situazione corrente del cinema italiano.

La prima riesumava un dibattito molto vecchio riguardo la natura e le priorità del cinema come mezzo di comunicazione ed espressione artistica: sono convinto che innanzitutto il cinema si scrive, poi si recita, si gira, si monta ma soprattutto si scrive”. Nella seconda, che seguiva una rivendicazione non virgolettata del ruolo di filmmaker non cinefilo, Castellitto si proclamava “primo spettatore” in quanto in grado di capire immediatamente “se una scena funziona o no”.

La considerazione riguardo la priorità data alla sceneggiatura nella creazione di un’opera cinematografica è ovviamente molto personale, e il dissenso di molte persone, incluso quello del sottoscritto, non priverà Castellitto della possibilità di portare avanti la sua concezione di cinema, in cui la collaborazione con la moglie scrittrice gioca evidentemente un ruolo di primo piano. Purtroppo questa visione è molto condivisa da pubblico e produttori italiani, e la cosa ha portatoalla pressochè totale assenza di registi italiani contemporanei nella cui opera altri approcci prendano il sopravvento. La componente drammatica, o magari quella umoristica, giocano infatti un ruolo quasi sempre prevaricante nell’economia di una grossa fetta delle pellicole prodotte nel nostro paese, a prescindere dai mezzi a disposizione e dalle aspettative di ritorno commerciale.
Ovviamente una scrittura di qualità non esclude che anche altri aspetti di una pellicola vengano sviluppati e messi in risalto, nè mancano esempi di grandi film in cui l’aspetto narrativo sia la colonna portante dell’edificio; in via di principio sarei più che disposto a lasciare a Castellitto il suo cinema e a tenermi il “mio”, ma in Italia, per motivi che la seconda affermazione dell’attore molisano mette in luce, un approccio al cinema che non sia fortemente incentrato sugli aspetti narrativi è al giorno d’oggi pressochè estinto.

L‘impressione che un uomo che di cinema vive mi fa quando dichiara di non essere un cinefilo è davvero stridente. Un po’ come nel caso dei politici che si dichiarano al di sopra dei partiti o delle ideologie, mi pare evidente che certe affermazioni non possano essere prese letteralmente se non a pesante discapito della credibilità di chi le pronuncia. Anche ipotizzando che si tratti di una mossa promozionale con la quale Castellitto vuole dissociarsi dalla figura dell’autore che fa film “pallosi” però, non posso fare a meno di pensare che la vera ragione che ha portato il panorama cinematografico nostrano all’attuale e apparentemente irreversibile periodo di magra sia proprio il fatto che la grossa parte dei registi di maggiore successo e risonanza in effetti non ami il cinema.
Tutti amano il cinema, ovviamente, come tutti amano la musica, il cibo e il sesso, ma c’è una differenza tra amare il prodotto finale e amare il processo. L’appunto sembrerà arrogante venendo da uno sfaccendato che non ha mai messo piede su un set, e rivolto a un professionista che con il cinema si è costruito una reputazione, una carriera, un’identità. Non metto in dubbio il fatto che a Castellitto fare film piaccia molto. Dalle sue dichiarazioni emerge però la concezione del cinema come un mezzo utile a raggiungere dei fini, una forma che deve necessariamente coagularsi in un contenuto narrativo e/o, stando al regista stesso, politico.

Non ho mai visto un film di Castellitto e dunque mi asterrò dal commentare nello specifico, ma per argomentare voglio portare ad esempio un altro regista i cui film tutto sommato apprezzo, e che penso abbia un ruolo di spicco nel panorama italiano contemporaneo.
Ho già avuto modo di commentare su come i film di Paolo Virzì ricadano costantemente nei vizi del cinema italiano di cui regolarmente mi lamento: il sentimentalismo, il ruolo centrale delle dinamiche familiari e via dicendo. Ho anche sempre ammesso che nel caso del cineasta Livornese faccio poi molta poca fatica a soprassedere. Nel suo ambito Virzì ha sempre avuto una marcia in più rispetto ai Muccino, agli Ozpetek o chi per loro, in primis come sceneggiatore e in secundis nel suo saper tirare sempre il meglio fuori dai suoi attori, ma quest’ultimo talentoè l’unico motivo strettamente cinematografico che riuscirei ad addurre se dovessi motivare il mio generale apprezzamento di film come Tutta la vita davanti o La prima cosa bella. La fiducia con cui vado a vedere un film di Virzì (e la soddisfazione con cui mediamente esco dalla sala) è la stessa che avrei se andassi a teatro a vedere uno spettacolo da lui scritto, o se impugnassi un romanzo da lui firmato. Ovviamente questa affermazione è molto riduttiva e irrispettosa verso romanzieri e drammaturghi, ma il punto è che Virzì ha imparato il mestiere del regista come avrebbe potuto imparare quello del fumettista e ha raccontato col suo apprezzabile tocco delle storie che probabilmente avrebbe trovato una maniera di raccontare anche se la vita lo avesse portato su altre strade.

Di nuovo, non c’è niente di male in questo approccio al mezzo, e, da cinefilo quale mi considero, non mi interessa la preservazione della purezza di un fantomatico linguaggio cinematografico, e ho invece tutto l’interesse a che più persone possibili riescano a esplorare le potenzialità del cinema a prescindere dalla direzione presa da questa esplorazione.
L’approccio puramente narrativo è però di gran lunga il più comune e, se i motivi di questa circostanza non sono difficili da immaginare, il livello di uniformità che i prodotti della nostra industria hanno raggiunto negli ultimi vent’anni è scoraggiante. Il problema è che l’idea di cinema di qualità che è più comune tra gli addetti ai lavori, e che è stata dunque imposta al pubblico è di una ristrettezza ad dir poco asfittica. Il cinema deve raccontare storie di rilevanza sociale, possibilmente con ramificazioni politiche o storiche. Di gran lunga privilegiate sono le situazioni di vita vissuta, il quotidiano con cui il pubblico possa più facilmente relazionarsi, e i quesiti etici da talk show la fanno da padrona. Impazzano quindi i film a tema: “la mafia”, “l’aborto”, “la crisi di mezza età”, “la coppia omosessuale” e via dicendo. Ci sono ovviamente vari livelli di sofisticazione e sottigliezza con cui questi temi sono affrontati, ma resta il fatto che sono ormai tagliati fuori un gran numero di filoni cinematografici, anche potenzialmente accessibili ad un pubblico molto vasto, ma che non rientrano nei canoni dominanti.

La prima e più importante vittima di questo stato di cose è il film di genere, che è stato una colonna portante della cinematografia italiana per decenni, e che ci ha regalato maestri internazionalmente riconosciuti come Leone, Bava o Argento. Proprio l’altro giorno stavo vedendo Tenebre, un film scritto in maniera abominevole, omofobo, misogino e che farebbe partire un embolo a Gramellini dopo dieci minuti. Però cazzo che numeri: assassinii vertiginosi, musica da pervertiti, sangue da tutte le parti, un circo allucinato, di pessimo gusto ma elettrizzante a dir poco. Un film del genere in Italia non si fa da trent’anni e all’orizzonte non c’è assolutamente nulla che faccia presagire un cambio di rotta.
Basta conoscermi superficialmente per sapere che non sono sotto nessun aspetto un nostalgico dei tempi andati, che subisco molto poco il fascino dei classici, al cinema come in altri ambiti, e che non sono certo influenzato da un amore aprioristico per i lavori dei vecchi maestri. In questo contesto però non posso fare a meno di constatare come l’inaridimento del panorama cinematografico in Italia sia un processo ormai più che avviato e che appare spaventosamente irreversibile a meno di grossi scossoni che non so da dove potrebbero arrivare. Facendo una superficiale googlata pare che la fetta di mercato dei film italiani in Italia si aggiri intorno al 30%, cifra più che rispettabile, e che quindi alla crisi creativa non si accompagni una crisi economica. Non sembra quindi che il mio punto di vista abbia riscontro ad un qualsiasi livello della catena di montaggio e/o fruizione, e che io debba dunque fare silenziosamente ritorno alla mia caverna. Non opporrò resistenza.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

Check Also

album

L’album, una specie in via d’estinzione?

Una delle differenze più ovvie tra gli appassionati di musica casual e i nerd più ...