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Frei Otto: un Pritzker con un giorno di ritardo

Non è mai facile scrivere un articolo subito dopo la morte di un grande personaggio: si rischia di cadere in un algido necrologio, un foglio pieno di date e nomi, senza nessun reale contenuto. Se a questo aggiungete che lo stesso personaggio è stato insignito, il giorno dopo la morte, del più prestigioso premio di architettura – il Pritzker Prize – l’impresa è doppiamente difficile. Una precisazione è subito dovuta: il premio Pritzker viene assegnato ogni anno per onorare annualmente un architetto vivente le cui opere realizzate dimostrano una combinazione di talento, visione e impegno, e che ha prodotto contributi consistenti e significativi all’umanità e all’ambiente costruito attraverso l’arte dell’architettura, come la stessa fondazione Hyatt precisa sul sito dedicato. Pare, infatti, che non solo l’assegnazione fosse stata decisa prima della morte di Otto, ma che lo stesso architetto ne fosse stato informato rilasciando questa breve dichiarazione al Times:

I am now so happy to receive this Pritzker Prize and I thank the jury and the Pritzker family very much. I have never done anything to gain this prize. My architectural drive was to design new types of buildings to help poor people especially following natural disasters and catastrophes… You have here a happy man.

Ma lasciamo la cronaca a chi di dovere e andiamo dritti al nocciolo della questione: chi era Frei Otto, perché ha meritato il premio Pritzker, e che significato ha quest’assegnazione in relazione a quelle dei precedenti anni? Un primo dato significativo: Otto si formò presso la Technische Universitat di Berlino dopo la seconda grande guerra, proprio in quella giuntura così delicata che, sancendo di fatto l’inizio del declino dell’architettura funzionalista, la caduta di quelle solide premesse ideologiche, avrebbe aperto a nuove sperimentazioni sulla forma e sulla tecnica. Non è certo un caso che, per concludere il suo percorso di studi, Otto avrebbe scelto gli Stati Uniti, specializzandosi nella costruzione di tensostrutture e venendo a contatto con Buckminster Fuller, Eero Saarinen, Erich Mendelsohn, personaggi la cui sperimentazione tecnica e formale andava avanti da lungo tempo.

Si parlava della giuntura del secondo dopoguerra, dunque, e del vuoto ideologico che generò – transgenerazionalmente – su tutta l’architettura, ed è proprio in questo contesto che la figura di Otto acquisisce particolare valore. Come già era capitato alla fine dell’800, infatti, negli anni del dopoguerra i primi passi in avanti verso un nuovo paradigma per l’architettura furono mossi da ingegneri strutturisti: in Italia c’era Morandi, in Spagna Torroja, negli USA Fuller e Saarinen. Gli architetti che si muovevano su nuovi percorsi – e penso, ad esempio, a Louis Kahn – non riuscirono a creare scuole solide e furono spesso mal interpretati. La ricerca sulle tensostrutture di Otto, perciò, si rivela in questo contesto particolarmente produttiva: studiando le formazioni delle bolle di sapone attraverso strutture lineari (vi ricordate quando abbiamo parlato di biomimetica?) giunse a conformazioni formali particolarmente innovative ed efficienti.

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Un esempio su tutti: le strutture per le olimpiadi di Monaco del 1972 rappresentano, a mio avviso l’apice della ricerca di Otto. Un lavoro tecnico straordinario, che vive di un perfetto equilibrio tra la struttura di sospensione, le struttura inferiore delle membrane, lo spazio sottostante ed il paesaggio. L’importanza di questo edificio è stata forse troppo spesso sottostimata, dal momento che proprio a questa esperienza molti architetti de costruttivisti guarderanno per la realizzazione delle proprie opere.

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Certo la ricerca di Otto era iniziata già quindici anni prima con la costruzione del padiglione della danza a Colonia, e con risultati notevoli, tanto che il padiglione, che sarebbe dovuto essere smantellato dopo un anno, è ancora un piedi. O ancora: i padiglioni per l’esposizione universale di Montreal del 1967, alla quale partecipò anche Fuller.

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Veniamo ora all’ultimo punto: l’assegnazione del Pritzker a Otto è in linea con le ultime scelte della fondazione? Una cosa balza subito agli occhi: Shigeru Ban, vincitore del prestigioso premio lo scorso anno, ha collaborato proprio con Otto per la realizzazione del padiglione giapponese all’esposizione di Hannover del 2000. Ma un estratto del comunicato ufficiale della giuria potrebbe forse aiutarci a capire meglio:

Taking inspiration from nature and the processes found there, he sought ways to use the least amount of materials and energy to enclose spaces. He practiced and advanced ideas of sustainability, even before the word was coined. He was inspired by natural phenomena – from birds’ skulls to soap bubbles and spiders’ webs. He spoke of the need to understand the “physical, biological and technical processes which give rise to objects.” 

 Questo forte accento sulla questione della sostenibilità – ad avviso di chi scrive leggermente forzato – è forse un indice, se relazionato all’assegnazione dello scorso anno, di una nuova attenzione alla questione ambientale, o un’affermazione necessaria per inserirsi nel filone della ricerca contemporanea? Certo è che, a sentire Michael Kimmelman, giornalista del New York Times’, il nome di Otto è stato proposto per anni da diverse personalità e che in particolare:

Renzo Piano told me he had pushed for Frei for years. Shigeru Ban may have been an advocate too.

— Michael Kimmelman (@kimmelman) March 10, 2015

Sia come sia, non c’è alcun dubbio sulla grandezza del personaggio, sulla sua influenza sugli sviluppi di alcune linee di ricerca anche nel contemporaneo e, d’altronde, le sue opere parlano da sole.

About Matteo Baldissara

Matteo Baldissara
Sono un giovane architetto, laureato presso l'Università degli studi di Roma - Sapienza nel Luglio del 2014. Attualmente frequento, presso lo stesso ateneo, il XXX ciclo del dottorato in composizione Teoria e Progetto. Dal 2014 collaboro con lo studio di progettazione WAR (Warehouse of Architecture and Research). Appassionato di letteratura ed arte, strizzo l'occhio al mondo della tecnologia, dalla programmazione alla grafica, e a quello del marketing.

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