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Quanta Cina c’è in Africa?

Per comprendere le ragioni dello stretto rapporto che lega il “Dragone Asiatico” e il Continente nero si deve necessariamente far riferimento alla “Conferenza Afroasiatica di Bandung” del 1955 in Indonesia. La Conferenza rappresenta uno dei momenti cruciali della storia contemporanea, nonostante sia per lo più sconosciuta. È durante tale occasione che entra nel lessico collettivo mondiale il termine “Terzo Mondo”. Sebbene tale termine susciti nell’immaginario un riferimento esplicito ai paesi più poveri del pianeta, esso fu usato per primo dall’economista francese Alfred Sauvy agli inizi degli anni cinquanta per riferirsi ai paesi “non allineati”. Per “Paesi non allineati” s’intendevano quegli Stati che non aderivano ne’ al blocco Sovietico ne’ alla NATO.

Economicamente il termine fu utilizzato per distinguere i Paesi in via di sviluppo dai Paesi ad economia di mercato e da quelli a economia centralizzata, ad eccezione della Cina e dell’allora Federazione Jugoslava. Il tutto si muove nella lotta al colonialismo e alla voglia di rimarcare le proprie differenze rispetto Usa e Urss, Stati satelliti inclusi. Si noti che tale partnership si incanala in un periodo storico che vide l’Algeria vittoriosa sulla Francia, la lotta nell’America Latina di stampo social rivoluzionario e infine l’affermarsi  del mito di una “ Rivoluzione culturale internazionale” sull’ esempio di quanto fatto da Mao Zedong in Cina. Cina che diverrà guida dei “paesi non allineati “ per oltre quarant’anni.

Naturalmente, con il susseguirsi dei cambiamenti geopolitici globali, anche il rapporto tra Cina e continente africano è mutato, in special modo sotto il profilo economico. Anche qui vi è un avvenimento storico di alto profilo tale da rendere chiare le politiche economiche che si sono susseguite. Parliamo del XI Congresso del Partito comunista cinese del 1977, il primo dopo la morte di Mao Zedong, dove cambiarono radicalmente le priorità interne ed internazionali della Cina. All’ideologia marxista, di stampo cinese, si sostituise il desiderio di sviluppo economico basato sua una commistione tra l’economia di mercato e quella pianificata. Primo elemento di rottura della precedente politica pianificata fu l’apertura di un accesso al credito privilegiato e guidato direttamente dal governo centrale per le imprese statali. Da allora l’Africa divenne il primo destinatario degli investimenti esteri cinesi. Ma è a fine del XX secolo che il governo di Pechino ha formalmente istituzionalizzato il suo impegno in Africa.

La data da ricordare è il 2000 con la creazione del Forum per la cooperazione Cina-Africa (Focac) attraverso il quale Pechino avvia un periodo di definizione degli obiettivi politici comuni discussi su base bilaterale. Nel 2006 la Cina compie un ulteriore passo con la pubblicazione del Libro bianco sull’Africa con il quale rafforza e consolida la strategicità delle relazioni con i paesi africani. Per fare un parallelo, l’attuale assetto dell’Unione Europea, nasce dal Libro Bianco e dall’Atto Unico Europeo degli anni ottanta. Questo permetterebbe di comprendere come la Cina guardi assieme al partner russo a una forte espansione afroasiatica che parta dai deserti per arrivare ai mari glaciati. La domanda cinese di risorse naturali e la necessità dell’Africa di dotarsi di infrastrutture permettono relazioni privilegiate.

In una decade gli scambi commerciali si sono decuplicati passando dai 20 miliardi del 2003 ai 200 miliardi del 2012. Lo scorso anno le importazioni cinesi dall’Africa hanno superato i 200 miliardi di dollari, mentre quelle africane dalla Cina a 93 miliardi di dollari. Se Pechino considera ancora modesto il valore degli scambi, il continente nero vede invece il 16,1% dei suoi prodotti  esportarti nella sola Cina. In questo quadro si inserisce una caratterizzazione  settoriale. Tant’è che le importazioni cinesi dall’Africa consistono in petrolio (64%), minerali (22%) e manufatti (8%), evidenziando il forte interesse di Pechino allo sfruttamento delle risorse naturali. L’Africa è al centro della programmazione economica cinese per lo sfruttamento delle risorse e delle materie prime, in cambio della realizzazione di infrastrutture, ma il campo di azione si è allargato a sanità all’istruzione, alla cultura all’agricoltura. Come a suggellare quanto fatto sessant’anni fa, la Cina offre rispetto alle antiche potenze scambi commerciali e non solo una sudditanza.

Per sancire in maniera forte la sua presenza in Africa,  dal 2001 si assiste a un forte coinvolgimento cinese nelle operazioni di peace-keeping.  L’impegno è rapidamente cresciuto, passando dai 27 militari del 2001 a 1800 tra militari e civili del 2012. Attualmente la Cina è il membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite  con il numero maggiore di truppe impiegate in Africa. I contingenti sono concentrati nel Sud Sudan, in Liberia e nella Repubblica Democratica del Congo, non a caso alcuni dei suoi principali fornitori di risorse naturali. Nel giugno 2013, la Cina ha accettato di impegnare truppe nell’operazione di pace in Mali. Per la prima volta nella sua storia, la Cina ha incluso truppe di combattimento all’interno del contingente, che insieme a forze di polizia, personale medico e reparti del genio costituiscono un’unità completa per le operazioni di mantenimento della pace in un contesto internazionale.

Questi dati dimostrano come un progetto terzo, nato a Bandung nel 1955, è divenuto un elemento di mercato globale.  La partnership tra Africa e Cina è sempre più solida sia nelle idee che nella pratica economica. Ma, si badi, che la Cina è il leader, assieme alla Russia di Putin, di quel mondo che non vuol parlare necessariamente inglese e avere i cosiddetti valori occidentali ormai ridotti al “politically correct ” come perno.

About Antonio Maria Napoli

Antonio Maria Napoli
Calcio, geopolitica ed economia. Qualche pillola di musica elettronica. Il mio concetto di perfezione è un libro di Paul Krugman o un romanzo di Dumas, con in sottofondo un remix di Frankie Knuckles o i Pink Floyd. Allo spritz preferisco il Nikka

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