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Il deluso degli oscar: Foxcatcher

Tratto da una storia vera, Foxcatcher racconta le vicende di due fratelli, entrambi medaglie d’oro olimpiche, e del loro rapporto con John Du Pont, un eccentrico miliardario che vuole finanziare ed allenare una squadra di lottatori da portare alle Olimpiadi di Seul del 1988.

Il wrestler Mark Schultz, entusiasta per la prospettiva di un gran futuro, si trasferisce nella reggia del ricco misantropo iniziando un complesso rapporto con il facoltoso padrone di casa: la sua prestanza fisica confliggerà con la sua fragilità emotiva, e a causa del nuovo e stravagante stile di vita il protagonista comprometterà la sua forma atletica, mettendo in secondo piano i suoi sogni di trionfo olimpico.
Le atmosfere cupe della pellicola fanno da sfondo a
questo legame disfunzionale tra i fratelli ed il loro mecenate, ricco discendente aristocratico, fervente patriota, ma anche uomo solo e succube della madre.

A metà tra un dramma sportivo e un thriller psicologico, il film nel complesso è ottimo, e descrive in maniera magistrale sia il mondo della lotta, territorio quasi inesplorato sul grande schermo, sia la solitudine dei due protagonisti, apparentemente molto diversi ma legati da una storia ed una sensibilità simili: emotivamente insicuri, entrambi sono cresciuti all’ombra di qualcuno più importante di loro.
L’interpretazione maiuscola di Steve Carell, reso irriconoscibile dal trucco, rappresenta uno dei punti di forza del film e gli arrangiamenti musicali dei brani di Bob Dylan e David Bowie trasmettono le angosce di un’America che sta uscendo dai sogni di gloria e supremazia che avevano caratterizzato l’epoca reaganiana.

Nonostante la pellicola abbia un punto debole nell’eccessiva lunghezza -qualche taglio in sede di montaggio avrebbe sicuramente reso la pellicola più scorrevole- è scandaloso che Foxcatcher sia stato trascurato agli ultimi Academy Awards. L’ottima regia di Miller e soprattutto la colonna sonora di Rob Simonsen avrebbero meritato ben altra considerazione e l’ottimo finale ripaga lo spettatore degli sporadici momenti di stanca.

Cristiano Romagnoli

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