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La Gentrificazione è la chiave per predire le nuove tendenze

E’ sabato sera e sto camminando sul risicato ciglio di una strada ad alto scorrimento dall’altra parte della città, in piena periferia.  Siamo ben decisi nel voler assaggiare una blasonata rivisitazione da mixologi di Negroni in uno speakeasy ricercato quanto omologato, e dunque marciamo. Sono vestito da sera e ridacchio con l’illustre compare che mi accompagna in questi 900 mt di passeggiata imprevista. Le macchine sfrecciano veloci da spostare l’aria e io, mentre gioco a fare l’equilibrista sul bordo del marciapiede, gli faccio – ” Pensa se ci riconosce qualcuno che passa in macchina e ci chiede..” – Non mi lascia terminare la frase, conscio di cosa sto per dire mi risponde prontamente – ” Devi essere tu il primo. Devi essere il primo a dirgli e te che ce fai qua? Così lo freghi sul tempo. ” – Mentore.  Siamo in una delle zone di Roma vittime, o emerite del fenomeno sociologico definito con l’espressione Gentrificazione.  E siamo a piedi, perché il servizio più cosmopolita di cui ci hanno appena muniti: il carsharing, non supporta questa zona, forse nemmeno la considera Roma, quindi ci proibisce della facoltà di parcheggiare. Dobbiamo tornare nella zona blu e lasciarla là. Roma come di consueto non è ancora pronta. Eppure qua spicca un antichissimo acquedotto.

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Questo termine, gentrificazione, riassume in termini accademici i cambiamenti urbanistici e socio-culturali percepibili come graduale miglioramento di una data zona urbana, facendo principale riferimento al caso delle periferie urbane. Come potrete verificare è stato adottato per la prima volta riguardo il mutamento di determinati quartieri di Londra da una sociologa britannica (R.Glass). Legato principalmente alla compravendita di immobili è stato risfoderato per analizzare la migrazione di artisti e giovani à la page nelle periferie urbane di diverse capitali, aumentandone esponenzialmente il prezzo data la riqualifica delle frequentazioni. Ma dispetto della riqualifica urbanistica vera e propria.  Quello che è accaduto a Londra, nel quartiere di EastLondon, a New York, nel borough di Brooklyn e Williamsburg, a Berlino, prima nel Mitte e ora nel Neukölln, a Milano, sui Navigli e nel sogno tradito dell’Isola, a Roma, nel quartiere Pigneto.

Analizzandola nell’accezione meno formale, il fenomeno è osservabile in un semplice ciclo:

1. Artisti esordienti e squattrinati si trasferiscono in una zona periferica o popolare non troppo distante dal centro o limitrofa rendendola di moda →  2. La zona ancora mediamente popolare e malfamata attrae a se studenti, giovani coppie, imprenditori più o meno giovani che vogliono aprire locali di tendenza con budget limitati →  3.  La zona parzialmente riqualificata dalle frequentazioni si riempie di locali ed attività commerciali, la metratura di appartamenti e botteghe sale di quotazione, si osservano le prime ristrutturazioni. Segue una speculazione che coinvolge un ceto borghese à la page che vi si stanzia→  4. L’origine popolare della zona scompare gradualmente, o per immedesimazione nelle tendenze, o per cogliere i vantaggi della speculazione altrove  →  5. La zona passa da essere una zona di moda frequentata da artisti ad una zona borghese: con prezzi borghesi, boutique borghesi, collegamenti riqualificati e urbanistica parzialmente riqualificata. Questo mutamento non permette più ad un giovane artista non affermato, ad un hipster o a una giovane coppia di trasferivisi come prima casa, dunque queste nuove categorie cercheranno un altra zona popolare da colonizzare.

E’ accaduto a Roma trent’anni fa al Rione Parione nel cuore di Roma, li dove bazzicava la banda della Magliana e dove i giovani della romabene adoravano mischiarsi agli artisti americani che a quei tempi affollavano il Bar della Pace. Erano case popolari quelle, oggi i piani nobili possono valere molto più del milione di euro. Certo oggi le cose sono un po’ diverse. Nel caso dell’Isola di Milano questo sogno della riqualificazione non si è verificato, nella totale delusione dei pionieri. Il caso del Pigneto a Roma, la città più provinciale d’Europa, è ancora dibattito perché i nuovi abitanti si perplimono all’idea di aver speso parecchie migliaia di euro al metroquadro per essere etichettati come periferia per fare brunch gomito a gomito con spacciatori extracomunitari. Eppure, nonostante questi dubbi di carattere implicitamente borghese, si può a buon titolo affermare che le mode e le tendenze proprio qui si generano e si modificano prima di essere esportate nel resto della città e in provincia. Basti pensare ai bislacchi outfits dei primi hipster di Brooklyn, alle barbe ottocentesche dei proprietari dei negozietti vintage del Mitte, ai capi metrosexual indossati dai giovanotti dell’ East London.  Quindi andarci a vivere dopo tutto un senso ce l’ha, o ce lo può avere. La ventata di freschezza e anticonformismo che può offrire una zona giovane, e che per un periodo ne è colonia, sviluppa un’offerta, se non inedita perché sempre scopiazzata dalla colonia prima, quantomeno varia di ristoranti fusion, di carrozzieri e meccanici di cafè racer, di librerie specializzate in poesia russa dove si tutua, barbieri dove si fa può fare colazione con caffè al ginseng e muffin macrobiotici,  di circoli bocciofili dove si ascolta la Techno e il Jazz e di hosterie triviali dove si gratta il tartufo sulla pajata e di tante altre attività apparentemente progettate a “cazzo di cane” per esterofili provinciali che non sanno distinguere l’estro meditato della singolarità dall’improvvisazione che sfocia nella stronzata risparmiabile. L’Essenziale fusione di necessità, velleità e stravaganza forzata portano comunque nel bene o nel male a delle peculiarità che i quartieri più frequentati stanno smarrendo nell’incessante avanzamento della globalizzazione. Quest’ultima sta rendendo le città occidentali, sopratutto le capitali, degli involucri di mattoni diversi che offrono ormai ovunque gli stessi medesimi prodotti, gli stessi sapori, le stesse insegne, le stesse espressioni; da Starbucks a McDonald, dai megastore di Zara e H&M alle catene di ristoranti in franchising. Per questo, personalmente parlando, prediligo sempre quartieri più decentrati per apprezzare chi ha conservato la sua particolarità, chi è rimasto unico, diverso, di . Ma bisogna fare presto, perché anche la ricercatezza subisce la sua inflazione. Nella ricerca di diversità dal conformismo, si crea la tendenza, nell’adesione alla tendenza si crea la conformità – “Finì che per sentirsi differenti diventarono tutti uguali. Un’altra volta.” Mi permetto di autocitarmi. Del resto nelle vetrine dell’Oviesse di oggi ci sono i vestiti degli hipster di 10 anni fa. – “E mo’ servici sto Negroni, che di speakeasy con i baristi in papillon e bretelle da proibizionismo ne ho visitati a centinara. Voglio vedere se tu sai esprimere qualcosa di.. Nuovo. “

About Davide Bartoccini

Davide Bartoccini
Aspirante giornalista, scrittore e acclamato mondano. La mia massima aspirazione è quella di conoscere la verità e l'essenza di tutto ciò che mi circonda, del resto "VI VERI UNIVERSUM VIVUS VICI". Mi interesso di attualità, storia, moda, costume e sociologia. Amo la letteratura, il cinema, viaggiare, la fotografia, il whisky invecchiato e l'alta sartoria. Credo fermamente nel pensiero di Bukowski: "La gente è il più grande spettacolo del mondo, e non si paga il biglietto."

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