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Standards vol. 1: L’esordio dello standard trio

Nel jazz si parla di standard molto più che di “classici”. Gli standard sono un po’ come dei canovacci, dei temi che i musicisti si dilettano a sviluppare nella direzione che preferiscono. Questo lascia una libertà concettualmente infinita, motivo per il quale ogni interpretazione può essere considerata un pezzo a sé stante: c’è chi aggiunge poche acciaccature melodiche e si lancia in esperimenti armonici e chi invece abbandona del tutto la melodia iniziale e crea qualcosa di completamente diverso; ogni ascolto ha una sua propria essenza.

“Standards, vol 1” è un lavoro seducente, di una bellezza trasparente e dal suono familiare, che ripropone delle pietre miliari della storia del jazz.
A dargli forma è un trio di giganti che, già all’epoca dell’uscita del disco, erano artisti musicalmente maturi, figli del jazz d’avanguardia degli anni 50-60: lo scontroso ed ispirato pianista Keith Jarrett, l’equilibrato e saggio contrabbassista Gary Peacock e il frizzante batterista Jack DeJohnette. I tre si danno il nome di “Standard Trio”, proprio a sottolineare il loro scopo di rivisitare gli standard della canzone americana nella fusione dei loro bagagli discografici: non ci sono leader, ciascuno sente la responsabilità di condizionare il naturale evolversi della musica.
Si tratta di un album cruciale non solo per i tre musicisti, ma per la storia del jazz in generale, poiché segna, in un periodo di sperimentazione ben più che spinta, l’inizio di un “ritorno al classico”.

Il tutto inizia con venti secondi di solo piano, nei quali Keith introduce il brano “Meaning of the Blues” con note raffinate e cariche di lirismo, finché non lo raggiungono i suoi due “compari” dando vita ad una composizione travolgente ma lineare.
Segue “All the things you are” che, nonostante ne siano rispettati sia l’armonia che la melodia, suona nuovo ed eccitante per l’impronta bebop che i musicisti decidono di imprimergli.
“It never entered my mind”, terzo brano del disco, inizia in maniera geometrica ed ipnotica, cattura tutti i sensi dell’ascoltatore grazie ad un perfetto unisono dei tre strumenti, e poi evolve in un intrigante dialogo tra gli artisti, che prendono strade diverse per infine tornare tutti e tre al tema iniziale.
Si passa al lato B, con “Masquerade is over”, brano breve ma intenso, dal quale trasuda il talento immenso degli esecutori, sia come trio che come solisti. Il brano di chiusura è, in contrasto con il precedente, il più lungo, ma anche il più leggero, il più lirico e armonico dei brani suonati in quella seduta di registrazione: “God bless the Child”.

Non si tratta di un lavoro da “un ascolto e via”. La ricchezza espressiva di ciascuna battuta può essere ben assimilata soltanto dopo ascolti ripetuti e mirati, caratteristica che, del resto, si sposa perfettamente con la personalità e con il modus operandi di Keith Jarrett.

Buon ascolto.

About Pasquale Scognamiglio

Pasquale Scognamiglio
Aspirante chirurgo con il vizio del pianoforte. Ben lungi dall'essere un musicologo, preferisco definirmi come uno a cui piace parlare di musica, che, lo diceva Miles Davis, insieme alla vita è una questione di stile. Oop bop sh'bam. Ho detto tutto.

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