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Boko Haram – Isis, una nuova alleanza?

È recente la notizia che Boko Haram, l’organizzazione terroristica jihadista nigeriana, ha professato fedeltà allo Stato Islamico o almeno così sembrerebbe secondo le intenzioni del suo leader Abubakar Shekau. Negli stessi giorni, a Bamako, capitale del Mali, ha avuto luogo un attentato in un bar frequentato per lo più da occidentali. A causa di quest’atto terroristico hanno perso la vita cinque persone (un francese, un belga, il quale lavorava per la delegazione della Commissione europea, e tre cittadini maliani). Sono rimaste ferite almeno nove persone, tra queste, alcuni cittadini svizzeri che si trovano in Mali in quanto parte del contingente ONU.

L’attentato è stato rivendicato dal gruppo jihadista algerino guidato dal guerrigliero Mokhtar Belmokhtar. È possibile che l’ondata jihadista terrorista che ormai da anni ha travolto il nord del paese possa estendersi anche alla capitale del Mali?

Il The Washington Post di lunedì 9 marzo sosteneva che all’interno dello Stato Islamico, in questo momento, ci sarebbero grandi divisioni, legate soprattutto alla provenienza dei miliziani. In particolare, scontri tra i jihadisti autoctoni (quindi iracheni e siriani) e jihadisti esterni (gli stranieri giunti in loco per unirsi al califfato).

Cominciamo dai fatti e dalla cronaca.

Dalle varie ricostruzioni e testimonianze dei sopravvissuti all’attentato riportate dalla stampa, sappiamo che Venerdì 6 marzo, poco dopo la mezzanotte, un commando di sei persone è giunto in macchina a Rue Princesse, la via centrale della movida di Bamako. Uno di questi guerriglieri è salito al primo piano de “La Terrasse”, noto ristorante della capitale frequentato da occidentali e da una classe medio alta maliana, e ha lanciato tra i clienti del locale una granata. Questa fortunatamente non è esplosa e, dopo la mancata deflagrazione, il terrorista ha cominciato a sparare all’impazzata cercando di colpire prevalentemente i bianchi e gli occidentali.

La rivendicazione di questo attentato da parte di Mokhtar Belmokhtar è arrivata puntuale.

Secondo fonti di intelligence, Mokhtar Belmokhtar, battitore libero del jihadismo, in quanto ha cambiato diverse volte bandiera, facendo sempre in qualche modo la sua guerra nel grande spazio tra l’Algeria, il Mali e la Mauritania, poco prima dell’attentato si era recato in Nigeria per incontrare il gruppo terroristico Boko Haram. Forte della guerra della sua organizzazione contro l’esercito nigeriano, nigerino e quello ciadiano, sarebbe tornato in patria con una nuova strategia. La volontà di cambiare registro e di superare una linea di non ritorno che fino ad allora ancora non era stata varcata: attaccare la capitale ed i civili.

Le autorità maliane, purtroppo, non sono riuscite a bloccare i terroristi.

Si parla spesso di una guerra tra brand. In questo momento lo Stato Islamico è quello che in assoluto “tira di più” (usando un verbo del gergo del marketing). Sappiamo che in Mali sono attivi, soprattutto al nord del paese, gruppi ancora legati ad Al Qaida. Mentre Boko Haram, come già detto si è invece professato vicino al califfato. Si può dire a questo punto che anche in Africa questi due brand, che sono i brand del jihadismo globale, si fanno concorrenza.

Un elemento fondamentale da osservare è che fino ad ora l’appeal maggiore lo Stato Islamico lo ha avuto in paesi arabofoni. E le trasformazioni reali da Al Qaida a Stato Islamico si sono avute esclusivamente tra paesi arabofoni che hanno maggiore contatto  tra loro, grazie a jihadisti che migrano da una parte all’altra del mondo arabo per presentarsi sui diversi teatri di combattimento.

Quanto sul serio dovremo prendere l’intenzione di Boko Haram di affiliarsi al califfato non possiamo dirlo. Certo è che la procedura teorica di affiliazione di Abu Bakr al-Baghdadi (cioè del neo califfo) vorrebbe che la denominazione Boko Haram si sciogliesse in un’altra denominazione, diventando appunto una provincia (“wilaya”) dello Stato Islamico. Ciò non è avvenuto diversi mesi fa, quando Boko Haram aveva già dichiarato il proprio apprezzamento nei confronti del califfato, e non è avvenuta oggi. Tuttavia, non è escluso che Boko Haram nei prossimi mesi possa compiere questo passo.

Un portavoce dell’esercito nigeriano ha dichiarato che questo annuncio da parte di Boko Haram rappresenterebbe in realtà un segnale di debolezza. Sentendo la pressione non soltanto dall’esercito nigeriano, ma anche dalla comunità internazionale che sta combattendo, Boko Haram adesso cercherebbe un appoggio per così dire “mediatico” da parte del brand o addirittura in maniera sostanziale da parte del califfato.

A mio avviso quest’aiuto risulta di difficile attuazione. Un vero collegamento tra questi due gruppi terroristici si rende difficile proprio per motivi logistici. Dunque,ritengo sia corretta l’osservazione che questo potrebbe essere un segnale di debolezza.

Al riguardo, il Washington Post, tornando allo Stato Islamico presente sul territorio, sostiene che al suo interno ci sarebbero delle divisioni soprattutto tra stranieri ed indigeni. Quindi tra siriani ed iracheni e tutti i jihadisti giunti dall’estero. Questa divisione potrebbe essere per lo Stato Islamico, se non addirittura più pericolosa dell’azione militare della coalizione a guida diciamo iraniano-statunitense, tanto preoccupante per il califfo quanto l’avanzata della coalizione internazionale.

Su questo ritengo che l’analisi sia abbastanza importante. Lo Stato Islamico fin dalla sua nascita, quando si chiamava Stato Islamico di Iraq, ha vissuto sempre una grossa ambivalenza al suo interno: cioè il fatto di poter vivere attraverso un sistema di propaganda che gli assicurava un afflusso di jihadisti dall’estero e la gestione dei jihadisti autoctoni che ha a che vedere invece con politiche locali molto strutturate.

In Iraq lo Stato Islamico è sostanzialmente un’associazione criminale, quasi mafiosa, quindi l’interesse del jihadista iracheno medio non coincide con quello del jihadista foreign fighter che arriva magari per motivi ideologici, per quanto questi possano essere leggeri e superficiali. Dunque, questa è senza dubbio una debolezza strutturale dell’organizzazione con la quale lo Stato Islamico ha convissuto da sempre e con la quale dovrà continuare a convivere.

Riccardo Di Marco

About Riccardo Di Marco

Riccardo Di Marco
Laureato in giurisprudenza a La Sapienza di Roma. Studente presso il master dell'istituto studi diplomatici. Viaggiare, conoscere ed immergermi in differenti culture è ciò che più amo fare. Ecco perchè scrivo di politica internazionale.

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