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Rigetto televisivo

Ultimamente il mio interesse per le serie televisive è di molto scemato. Non che pensi che la qualità dell’offerta sia in calo, sono sicuro che a cercarli ci sarebbe sicuramente un certo numero di show che potrebbero piacermi quanto quelli che in passato più mi hanno catturato, ma il mezzo in questo momento occupa a livello di fruizione una terra di nessuno tra cinema e letteratura in cui non mi trovo troppo a mio agio.

Anche nei momenti di maggiore entusiasmo per una qualche serie non sono mai stato il tipo di spettatore assatanato in grado di passare notti insonni a recuperare intere stagioni: ho sempre preferito centellinare o quantomeno dare una cadenza in qualche modo ritmica alle sessioni di teledipendenza. Questo un po’ perchè tendo a pensare che le serie migliori debbano tenere presente la cadenza settimanale a cui vengono originalmente trasmesse, e che quindi fruirle in una modalità radicalmente alterata non possa render loro giustizia, un po’ perchè per mia inclinazione, anche in altri campi, preferisco gli assaggi alle abbuffate.

Questo approccio ha bisogno di una certa costanza per essere applicato fruttuosamente, e passare una settimana senza guardare una puntata significa spesso che ne passerà un’altra, e poi un mese, e che la serie di turno verrà mestamente abbandonata. Per motivi logistici la costanza di cui sopra mi risulta più complicata da mantenere rispetto al passato, e mi sto quindi rassegnando al fatto che in questo momento l’interesse per gli show televisivi debba essere messo in secondo piano.
Prova definitiva di questo andazzo mi è recentemente venuta da The Knick, una serie in cui riponevo grandi aspettative per un certo numero di ragioni.

C’è una certa tendenza a pubblicizzare alcune serie usando il nome di registi del grande schermo che dopo aver girato una o due puntate si ritirano in ruoli organizzativi di dubbia consistenza. É il caso di Scorsese con Boardwalk Empire o di Fincher con House of Cards, ma per The Knick Steven Soderbergh si è preso l’impegno di girare l’intera prima stagione, cosa che dona allo show un’unità di stile visivo più unica che rara, avvicinandolo a un prodotto cinematografico (ovviamente in molti casi l’unità di stile delle serie deriva dal fatto che non hanno nessuno stile, ma direi che quelli sono casi che non vogliamo prendere in considerazione in questa sede).

La brevità della stagione -solo dieci puntate-, l’ambientazione tendente allo steam punk, l’indubbio carisma di Clive Owens e la volontà di mostrare immagini anche molto crude, specie per gli standard televisivi, mi avevano fatto sperare di essermi imbattuto in un prodotto forse un po’ fuori dai canoni che potesse ravvivare la fiammella del mio interesse, ma mi sono arreso davanti alla forse ovvia constatazione che la dimensione narrativa non può non essere di gran lunga la più importante in un prodotto seriale di questo tipo. Il tocco visivo di Soderbergh ha finito col diventare più stucchevole che altro quando ripetuto per più puntate, la figura del protagonista bastardo e carismatico presa di peso da Mad Men e, per quanto mi è dato di capire, House of Cards comincia a risultare un po’ consunta, e in generale non ho avvertito quello scarto che avrebbe potuto far spiccare The Knick dall’ormai sterminata moltitudine di nuove proposte che affollano i piccoli schermi.

Non sono ancora del tutto rassegnato, e sicuramente tenterò nuovamente di approcciarmi a qualche prodotto, magari un po’ sui generis, ma per ora il campo televisivo verrà lasciato a maggese.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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