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Topolinia Confidential

Sono cresciuto in una casa piena di fumetti. No, riformulo. Sono cresciuto in una casa piena di fumetti comprati dai miei in età in cui la società non lo giudichi ancora un sintomo di sociopatia. Quindi vecchi. Quindi graphic novel. È forse per questo che da sempre ho considerato abbastanza familiare il settore fantasma delle fumetterie, quello in cui nessuna storia parla di shinigami, mecha e mutazioni radioattive, non esistono copertine non cartonate e 10 euro per 50 pagine sono considerati un buon prezzo. Esplorando tali (spesso) paradossali meandri ho messo una volta gli occhi su una copertina di Blacksad: un gattone antropomorfo vestito come Dick Tracy caccia il ferro e imbruttisce qualcuno fuori scena mentre una rossa gli si stringe contro. Lì per lì non gli concessi più di una sfogliata incuriosita, più o meno dimenticandomene fino a qualche tempo fa, quando grazie all’internet me ne sono potuto procurare diversi volumi.

Blacksad, creato da spagnoli per il mercato francese (regno del fumetto d’autore), è incentrato sulle indagini dell’omonimo protagonista, investigatore privato di un’America di fine anni ‘50 popolata da animali antropomorfi. Sorta di Topolinia in cui la Banda Bassotti gestisce piazze di spaccio, Paperone fa sparire i sindacalisti e Topolino è membro del Ku Klux Klan.

Personalmente sono un maniaco della forma, non riesco proprio a godermi un’opera di cui non apprezzi i disegni, e in questo senso non sono certo rimasto deluso. Juanjo Guarnido è un Vero Drago dell’illustrazione, passato per Marvel e Disney (quando ancora erano roba separata) e comunque capace di fondere accademia ed estro per dare vita ad uno stile impeccabile e personale. Il tratto è netto, ma accompagnato da tinte tenui e sfumate.
Molte vignette sono contraddistinte da un dinamismo travolgente, e arrivo a dire di essermi sentito seriamente fomentato dalle pose con cui i personaggi corrono, saltano, volano dalle finestre, randellano il prossimo o si scaricano addosso caricatori. Il livello di dettaglio è incredibile, ogni ambiente trabocca di personaggi, elementi scenici, dettagli architettonici. Più di una volta mi sono ritrovato a scandagliare i fondali in cerca dell’ennesima delizia grafica, senza mai uscirne deluso. Il culmine è raggiunto nella tavola unica contenuta nel volume “L’inferno, il silenzio”, impressionante istantanea di un Mardi Gras a New Orleans che non ha nulla da invidiare ad un paginone di “Where’s Wally?” (non escludo si potesse trattare di un tributo).

L’opera è chiaramente il frutto della passione per il noir degli autori, e attinge a piene mani da mezzo secolo di cinema, letteratura e musica. Riferimenti a pellicole come Il Grande Sonno si sprecano, ma sono evidenti anche influenze meno canoniche: l’universo corrotto di Ellroy, la città del peccato di Miller, le tele di Rothko, le angosce di Ginsberg; il tutto accompaganato dalle note di jazzisti e bluesmen ormai iconici.
Il tono generale sembra costantemente in bilico tra parodia e adozione dei luoghi comuni del genere: è tutto un susseguirsi di bettole fumose, baristi complici, guardie dure e pure, trench, informatori pidocchiosi, femme fatales, tuguri-abitazioni-uffici, pugili suonati, scagnozzi nati per essere massacrati, e spesso non capisco se gli autori pieghino il mezzo al loro volere o ne stiano invece rimanendo schiacciati.
Tra l’altro mi sono sembrati mancare alcuni dei più interessanti tratti del noir, i carichi pesanti.
Il senso di disillusione che spesso serpeggia nel genere, fa da impalcatura a storie basate sull’impotenza del bene e trascina all’inferno i protagonisti è qui del tutto assente.
Nonostante non siano tutte rose e fiori, e può capitare che il nostro gattone prenda la sveglia, la palese convinzione dei creatori è che in fondo il bene prevalga sempre (“l’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio”). Sentimento nobile nella vita di tutti i giorni, ma di certo non il miglior fondamento per una storia crime che lasci il segno. I dialoghi, altro elemento caratteristico del genere, sono in questo caso, spesso, di un didascalismo inaccettabile. Ora, non dico che sia obbligatorio adottare l’ermetismo esasperato di Ellroy, che nove volte su dieci lascia al lettore il compito di ricostruire doppi sensi, intuizioni e moventi; francamente però in un’opera che si sente adulta, e come tale si presenta, stridono i continui spiegoni che ogni personaggio si sente in dovere di effettuare ad ogni svolta della trama.

Estratto riassuntivo e simulato dai dialoghi di Blacksad:

personaggio X:”Quindi, è stato proprio personaggio Z a sparare a personaggio W!”

personaggio Y:”Esatto, è stato Z a sparare a W perchè lo aveva tradito con l’idraulico.”

personaggio X:”Ecco perchè Z è sembrato così a disagio quando gli ho chiesto del suo
rapporto con W..”

Eddai su.

A ciò si aggiunge quella che è per me la pecca più grave di un’opera che, al netto di quanto detto fin’ora, avrei comunque potuto annoverare tra i migliori fumetti su cui avessi mai messo gli occhi:
la visione del mondo manichea di Juan Dìaz Canales, cui evidentemente nessuno ha mai rivelato che al mondo non tutto è bianco o nero. Mi spiego: non che di tanto in tanto un bel cattivone vecchia maniera o un paladino senza macchia non siano godibili, ma un’intera saga così impostata? Insostenibile.
Nel mondo di Blacksad non esistono le sfumature, o si è diavolo o si è acqua santa. Personalmente trovo che poche cose siano intriganti come un protagonista controverso, e qui ci troviamo agli antipodi: Blacksad, seppur burbero, è perfetto. Infallibile, simpatico, furbo, altruista, tombeur de femmes, mansueto ma, alla bisogna, esperto nel distribuire legnate; allo stesso tempo i suoi nemici sono il Male incarnato, privi del più piccolo briciolo di umanità, interessati solo al profitto, al potere e capaci di calpestare tutto e tutti per raggiungere i propri obbiettivi.
Il tutto è peggiorato da una delle letture politiche più semplicistiche che mi sia mai capitato di leggere: a sinistra i buoni, a destra i cattivi. Così. Punto. Senza deroghe o eccezioni.
Personalmente sarei il primo ad esultare se ciò corrispondesse alla realtà, tuttavia una simile lettura non solo risulta miope (chi ritiene che chiunque non la pensi come lui sia sempre una merda anaffettiva dovrebbe contattare uno specialista al più presto) e debole dal punto di vista di soggetti e testi, ma è anche dannosa.
Pensarla a questo modo significa essere certi delle proprie posizioni in maniera acritica, non interrogarsi mai sulla loro validità. È una strategia facile, rassicurante e totalmente sterile. Non porta all’evoluzione del pensiero, ci lascia ingrassare in un nido di convinzioni incrollabili.
Non è un caso secondo me che Blacksad dia il meglio di sè quando le sue trame evitano di affrontare in maniera esplicita temi come kkk o Maccartismo, lasciandoli invece sullo sfondo per concentrarsi su trame più vicine al giallo che al fumetto politico.

Nel complesso ritengo Blacksad un prodotto discretamente interessante, innalzato da un tocco artistico pazzesco, una vera delizia per gli occhi, e affossato da grossi difetti di scrittura. Ironia della sorte, un’opera nè bianca nè nera, con buona pace del suo creatore.

About Marzio Persiani

Marzio Persiani
Romano, studio informatica. Curiosa intersezione tra cose che mi appassionano e argomenti con cui non si rimorchia.

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