Home / Sport / Paul Pogba: Il galletto dalle uova d’oro
Immagine copertina realizzata da Cesare "The Ceza" Bartoccini in esclusiva per Polinice.org

Paul Pogba: Il galletto dalle uova d’oro

“Lui è come un Van Gogh: chi lo sa quanto vale?
Dipende da quanti soldi ha in tasca chi vuol comprarlo”

Mino Raiola alla Gazzetta dello Sport parlando di Paul Pogba

Benché giovanissimo, Pogba è già uno dei giocatori più iconici e influenti di questa generazione calcistica. Tutti sanno che il campioncino della Juventus è nell’occhio del ciclone chiamato calciomercato ma la verità è che esiste una realtà, meno esposta ai riflettori, in cui il nome di Pogba è ancora più discusso: quella delle sponsorizzazioni.
Ultimamente si sta discutendo molto del fatto che il fuoriclasse francese non possegga un contratto di sponsorizzazione tecnica ufficiale ma la verità è che dietro c’è molto più di un paio di scarpini, ecco perché la sua decisione in merito potrebbe spostare gli equilibri più di quanto possa sembrare.

UNICO NEL SUO GENERE

Quando vieni riconosciuto come un talento unico e irripetibile dall’età di tredici anni, la tua vita non può essere normale. Tra trasferimenti, polemiche, traslochi, l’impatto con nuove lingue e nuove culture, la vita non è facile, ma se l’obiettivo è quello di diventare il calciatore migliore sul pianeta, sono esperienze che si mettono in preventivo. Dal Roissy-en-Brie al Torcy la strada è cortissima, da quest’ultima al Le Havre è altrettanto corta ma dalla Normandia al Manchester United il viaggio comincia ad essere lungo e impegnativo. I talenti unici sono anche i più particolari, ecco perché Pogba, dopo un solo anno in prima squadra, decide di voltare le spalle un’icona del livello di Sir Alex Ferguson e svincolarsi per poter trovare una squadra in cui giocare con costanza. Alla porta bussa la Juventus, ed è subito amore. In due anni e mezzo Paul diventa l’idolo dei tifosi, la stella di una squadra in grado di vincere due scudetti e due Supercoppe Italiane consecutive. Al tempo stesso, con la maglia della sua nazionale, vince un titolo Mondiale Under-20 e partecipa al Campionato del Mondo 2014 in Brasile vincendo anche il premio di Miglior Giovane della competizione. Come ciliegina sulla torta viene anche inserito tra i ventitre finalisti per la vittoria dell’ultimo Pallone d’Oro. Ovviamente tutti questi risultati gli permettono di far volare alle stelle il proprio valore di mercato, cosa che lo porta a firmare un prolungamento contrattuale con la Juventus dal valore di 4 milioni annui più bonus fino al 2019.

Penso sia cosa comune di ogni bar (almeno dalle mie parti è così) sentire gente più o meno anziana che commenta gli avvenimenti calcistici in modo più o meno approfondito. Bene o male si finisce sempre per sentire, nel rispettivo dialetto, la frase “che bella vita, un ragazzo così giovane che guadagna tutti questi soldi per giocare al pallone”. C’è da dire che Pogba di soldi potrebbe guadagnarne molti di più. E quando dico molti, intendo più del doppio di quello che già guadagna ora con il solo ingaggio. Pogba infatti rappresenta un caso piuttosto raro: non possiede alcuna sponsorizzazione tecnica. Nessuna tra Nike, adidas, Umbro, PUMA, Under Armour, New Balance e chi più ne ha, più ne metta lo paga per indossare il proprio materiale tecnico, cosa pressoché unica considerando la fama e il ritorno economico che un giocatore del suo livello permette di avere.

Pogba, in giovane età, aveva un contratto con Nike, cosa abbastanza comune quando si cresce nelle giovani del Manchester United, squadra che possiede il brand americano come sponsor tecnico, ma recentemente il suo contratto è scaduto e così, come fece con il Manchester, ha deciso di restare svincolato per ponderare la prossima mossa in attesa della sua prima vera firma importante con un’azienda. Anche questa, come quella di abbandonare i Red Devils, è una scelta rischiosa che praticamente nessuno avrebbe fatto.

LA NUOVA ERA DEL MERCHANDISING

Le grandi aziende hanno sempre influenzato il mondo del calcio, specie nell’immaginario di chi ha seguito questo sport a trecentosessanta gradi a cavallo tra anni novanta e anni duemila. Chi non ricorda lo spot di Nike con Maldini e Cantona mentre cercano di battere una squadra di demoni al Colosseo? E chi non ha sognato di giocare una partita come quella di Josè e del suo amico nello spot di adidas per il Mondiale 2006 (spot che si ispirava al videogame Fifa Street)? E chi non ha speso ore e ore a ricreare (ovviamente senza successo) il gol di Henry nella serie di spot Nike Joga Bonito? Nelle mie zone, per i ragazzi della mia età, questa serie di spot Nike fu così influente da dare vita a una realtà parallela in cui il tentativo di eseguire “numeri” e trick col pallone prendeva proprio il nome di Joga Bonito. Non so se i ragazzi delle mie zone fossero particolarmente influenzabili ma ricordo vivamente che quando ci si sfidava 2 vs 2 o 3 vs 3 senza le rimesse laterali e di fondo si diceva direttamente che si stava giocando “alla gabbia”, quella dello spot Nike del 2002.

Ora che è chiaro quanto gli spot influiscano sulla cultura popolare, la decisione di Pogba prende ancora più importanza, specialmente considerando che siamo nell’era d’oro del merchandising e degli scarpini. Mai come in questo periodo i brand si sono impegnati a realizzare sempre nuovi modelli e colorazioni oltre ad addentrarsi nel mondo delle collaborazioni con altre aziende e nella creazione delle cosiddette PE (Player’s Edition), ovvero modelli realizzati appositamente per alcuni giocatori con colorazioni e dettagli esclusivi. Questa delle PE è una realtà da anni comune nel basket ma non altrettanto nel calcio. Inoltre l’era del web 2.0 ha portato alla nascita di innumerevoli siti dedicati esclusivamente al mondo degli scarpini.

Nike ad esempio si è  dimostrata all’avanguardia per l’uso di materiali innovativi e si è anche addentrata nel mondo delle PE con le Nike Mercurial SuperFly nell’edizione di Cristiano Ronaldo e nelle Nike Hypervenom “Liquid Diamond”, create appositamente per Neymar.

Gli altri brand non stanno a guardare. PUMA ad esempio si è creata un nome con scelte particolari e interessanti, specialmente quando riguardano Mario Balotelli, uno dei loro uomini di punta. L’azienda tedesca ha infatti creato una linea relativa al calcio insieme a BAPE (A Bathing Ape), il famosissimo ed esclusivo marchio giapponese di streetwear che vede proprio Balotelli come testimonial principale. A Mario sono state dedicate anche diverse PE tra cui la stupenda PUMA evoPOWER “Stampa”, una scarpa caratterizzata dall’insieme dei provocatori titoli di giornale che coinvolgono proprio Super Mario, sfoggiata per la prima volta nel derby d’andata della stagione 2013/14 tra Milan e Inter all’interno della campagna “Why Always PUMA”, motto che ricalca il celebre “Why Always Me” di Mario. Un’azione di marketing per annunciare in grande stile il passaggio di Super Mario da Nike al marchio tedesco.

Sarebbe troppo facile parlare di uno scontro dicotomico tra Nike e PUMA ma la verità è che nemmeno adidas si è tirata indietro, anzi probabilmente è il marchio che più di tutti sta pensando in grande. L’azienda tedesca delle Three Stripes, storicamente rivale di PUMA, ha infatti creato la sua seconda scarpa di sempre interamente concepita per un singolo giocatore di cui prende anche il nome: la F50 Messi FG (la prima di sempre fu una scarpa derivata dalla adidas Predator dedicata a David Beckham). Di questa scarpa abbiamo visto una grande quantità di colorazioni esclusive quali una appositamente per il Mondiale, una per il compleanno della Pulce fino ad arrivare alla più recente The Messi 10.1, scarpino i cui colori riprendono quelli della città di Rosario, terra natia del fenomeno del Barcellona.
Per dimostrare quanto adidas punti forte sul 2015, basti sapere che ha “derubato” Nike di tre dei suoi principali designers: Marc Dolce, Mark Miner e Denis Dekovic. Quest’ultimo è l’uomo che più ci interessa dato che è colui che si cela dietro la gran parte dei prodotti calcistici di Nike, comprese le Nike Magista e le Nike Mercurial SuperFly, attuali pezzi pregiati dello Swoosh. La situazione però è decisamente tesa dato che Nike avrebbe denunciato Dekovic, Dolce e Miner (ma principalmente il primo) per danni alla propria immagine per oltre dieci milioni di dollari. La causa: la creazione di un centro di design adidas a Brooklyn a nome dei tre fenomeni appena trasferitisi al brand tedesco. Ma questa è un’altra storia.

CONTRATTI E MODELLI SENZA MARCHIO

In un mondo che si fa sempre più grande, importante e di conseguenza legato a cifre sempre più importanti, importante è cercare di capire perché giocatori come Pogba possano ritrovarsi senza una sponsorizzazione.
La questione principale è la seguente: siamo nella stagione successiva al Mondiale. Praticamente ogni azienda vuole fare in modo che il proprio giocatore sfoggi i propri modelli nelle grandi competizioni internazionali, ecco perché di solito un contratto con un grande brand è solito concludersi al termine della Coppa del Mondo o della propria competizione continentale. Questo sistema è ottimo sia per i marchi così come per i giocatori dato che le prestazioni in queste competizioni sono solite cambiare completamente il valore economico di un singolo. Basti pensare all’ultima Coppa del Mondo e alle prestazioni di James Rodriguez che gli hanno consentito di arrivare al Real Madrid per una cifra astronomica così come di diventare uno dei nuovi volti principali di adidas. Al contrario le brutte prestazioni in Brasile di Pepe e la sua espulsione contro la Germania hanno convinto Nike a non rinnovare il suo contratto facendolo così firmare con Umbro.
Talvolta i giocatori sono invece soliti utilizzare modelli totalmente neri o dei custom (modelli stilisticamente modificati da artisti esterni, solitamente per renderli poco riconoscibili) semplicemente perché si trovano in mezzo a una trattativa contrattuale tra un brand e un altro, come fece ad esempio Mesut Ozil. Altri ancora approfittano di questa situazione per intraprendere un nuovo progetto, come Zlatan Ibrahimovic. La stella del PSG si trova a metà tra Nike e adidas per via di una gestione turbolenta del rinnovo contrattuale con Nike e, di conseguenza, dopo un periodo in cui ha indossato diversi modelli in base al gusto personale, ha approfittato dell’uso dei modelli senza marchio per lanciare la campagna 805 Million Names, il nuovo progetto umanitario del World Food Programme che ha proprio Ibra come testimonial. In questo progetto Ibra non fa altro che indossare una scarpa monocolore, priva di marchio, decorata solamente dal logo della campagna.
Se però in allenamento vedete giocatori dichiaratamente simbolo di alcune aziende usare scarpini totalmente neri e senza marchio non vuol dire sempre che si siano distaccati dal proprio sponsor, anzi il più delle volte stanno utilizzando dei prototipi di modelli che al momento sono in via di miglioramento e progettazione.

UOMO IMMAGINE

Detto questo, non è difficile capire perché la decisone di una figura influente come quella di Pogba possa fare la differenza. Ma c’è dell’altro.
Pogba non è solo un simbolo in Italia, in Francia e in Europa in generale ma perfino in Guinea, il paese originario della sua famiglia. Il numero 6 juventino non ha mai scordato le sue radici, i suoi fratelli Florentin e Mathias infatti giocano nella nazionale della Guinea e Paul è solito guardare le partite dei Syli Nationale per sostenere i fratelli, nei momenti belli come in quelli difficili. Tempo fa, durante la Coppa d’Africa, ha mandato diversi messaggi di incoraggiamento alla Nazionale in vista dell’importante sfida contro il Mali (pareggiata 1-1, risultato che ha permesso alla Guinea di passare il turno mediante il sorteggio) e al fratello Florentin, infortunato. Il capitano della Guinea, Kamil Zayatte, ha detto che Paul Pogba è solito parlare con la squadra che, a sua volta, lo prende come modello da seguire. Chi, come il sottoscritto, ha avuto la fortuna di passare un lungo periodo in qualche paese del centro Africa, a stretto contatto con i ragazzi del posto, sa quanto un calciatore famoso possa influenzare le ambizioni della gente locale. I brand certe cose non le sottovalutano.

Il centrocampista juventino è anche un’icona francese ma non solo per le abilità calcistiche quanto per le connessioni con la cultura hip-hop nazionale, specialmente dal punto di vista del rap. Non è segreta la sua vicinanza con alcuni rapper appartenenti all’etichetta Wati-B, il collettivo che comprende gran parte dei principali rapper e gruppi di rapper quali Dry, Sexion d’Assaut e The Shin Sekai. Black M, uno dei leader della Sexion d’Assaut, ha anche nominato Pogba per l’Ice Bucket Challenge. Questa sua vicinanza con alcuni dei più famosi rappers parigini non è da sottovalutare in quanto non solo diffonde il suo nome tra gli innumerevoli fan di questi artisti ma perché la Wati-B, anche linea di abbigliamento, è molto legata al mondo del calcio e dello sport in generale. Wati-B è stata per più di un anno sponsor del Nanterre, squadra di basket di Eurolega, e dal 2012 è uno degli sponsor principali di squadre di Ligue 1 quali Montpellier e Caen. Dawala, capo e fondatore di Wati-B, ha anche fondato l’AS Wati-B, una squadra in Mali, ed è da poco diventato presidente del Bobigny, squadra dei sobborghi parigini militante nella Division d’Honneur, la sesta divisione francese. Questa enorme rete di connessioni tra sport e rap ricopre una gigantesca importanza. La musica può arrivare dove le reti televisive che trasmettono i campionati come la Serie A e la Champions League spesso non arrivano, come ad esempio in Africa, o in generale può trasmettere il nome di Pogba ai ragazzi francofoni (inizialmente) poco interessati al meraviglioso giuoco del calcio.
Ho solo perso tempo. Basta vedere il video “Qataris” di Black M per capire l’influenza di Wati-B sul pubblico e il rapporto che la scena rap parigina ha col calcio.

L’ennesimo motivo per cui è stato uno dei giocatori scelti per la campagna pre-Mondiale dei Poupluches: la versione peluche dei giocatori più rappresentativi della nazionale francese. Il sosia morbido e coccoloso di Pogba ha tanto da essere l’unico pupazzo a non essere mai stato messo in saldo pur riuscendo a vendere più degli altri.

MESSI + ROONEY + NEYMAR = POGBA

Cercare di capire per quale azienda firmerà Pogba è impossibile. L’unico modo per saperlo è essere Mino Raiola o Pogba. La situazione è quantomeno contorta. Si vocifera di almeno cinque aziende coinvolte nella ricerca di Pogba: Nike, adidas, PUMA, Umbro e New Balance. Si dice che, indipendentemente dall’azienda con cui firmerà la stella della Juve, l’accordo si aggirerà intorno ai 5 milioni annui più bonus, impressionante cifra che inserirà il suo contratto di sponsorizzazione tecnica tra i sei più remunerativi al mondo. Un bottino che equivale alla somma dei contratti di sponsorizzazione di Messi, Neymar e Rooney.
Ogni azienda ha diversi motivi per andare all in sull’ex United, ragioni che vanno analizzate.

Prima a bussare alla porta di Raiola sarà ovviamente Nike che fino all’anno scorso è stato lo sponsor tecnico del talento francese. La volontà di Nike è ovviamente quella di assicurarsi l’ennesimo fenomeno giovane e carismatico da  affiancare a stelle del livello di Hazard e Neymar nei prossimi spot. L’incentivo di Nike sarebbe quello di avere sotto lo stesso marchio sia la Nazionale Francese che la stella della squadra stessa, elemento importantissimo per le campagne pubblicitarie d’oltralpe dal momento che i giocatori di riferimento quali Benzema e Griezmann non fanno parte del marchio dello Swoosh.

Sempre inserita nella bagarre è adidas. Il brand tedesco può puntare su molti jolly tra cui la presenza dei designer autori dei modelli che Pogba maggiormente utilizza (Nike Magista) e una nuova linea imprenditoriale molto aggressiva in ambito calcistico, come testimonia l’ultima campagna pubblicitaria “#ThereWillBeHaters”. L’home run che adidas spera di battere nel suo turno in battuta consisterebbe nell’avere sotto contratto sia Pogba che la Juventus. Dalla stagione 2015/16 la Juve, conclusosi l’accordi di 148.2 milioni in 12 anni con Nike, passerà ad adidas con un accordo da 139.5 milioni in 6 anni. In matematica sono sempre stato scarso ma non ci vuole molto per capire che il nuovo accordo frutterà alla Juve quasi 11 milioni annui in più rispetto all’accordo con Nike. Praticamente il doppio.
L’avere sotto contratto sia la Juventus che la sua stella permetterebbe al marchio tedesco di portare avanti una campagna pubblicitaria pressoché perfetta, un’azione fondamentale per cercare di aumentare il numero di maglie bianconere vendute. Al momento infatti quelle juventine sono all’ottava posizione tra le divise da gioco più vendute al mondo, le più vendute se invece consideriamo solo le squadre italiane.

E’ storicamente noto che dove c’è adidas c’è anche PUMA a dare battaglia. Il marchio teutonico è alla ricerca del nuovo grande nome da affiancare a Balotelli, Aguero, Fabregas e Falcao per lanciare le proprie iniziative. Sarebbe importante l’arrivo di un giocatore di origine africana dato che PUMA è sempre stato il marchio più attento al calcio africano: il gran numero di nazionali sponsorizzate PUMA lo dimostra, così come anche tutte le campagne basate su Eto’o e la nazionale camerunense. Voci recenti parlano di una possibile scissione tra Eto’o e PUMA, ecco perché sarebbe fondamentale un giocatore con forti influenze in Africa.
Rischia di passare sottotraccia la presenza dell’agente Mino Raiola. Mentre Ibrahimovic continua a non figurare tra i giocatori più pagati dagli sponsor (e a litigare con Nike e adidas, come detto), Balotelli, altro protetto di Raiola, da quando ha firmato con PUMA è entrato tra i tre giocatori più pagati al mondo da uno sponsor tecnico grazie ai suoi 7 milioni annui. Sembra che Raiola sappia come trattare col marchio tedesco.

La situazione più interessante di tutte è quella di New Balance. Fino a quest’anno il marchio della NB non esisteva nel mondo del calcio, panorama in cui era presente sotto il nome di Warrior Sports. New Balance si è accorta di essere un nome più prestigioso della collega americana acquistata nel 2004 e di conseguenza ha deciso di produrre il materiale calcistico sotto il proprio nome dalla prossima stagione. Una scuderia che include squadre come Liverpool, Porto, Siviglia, Stoke City e Celtic oltre a giocatori come Nasri, Kompany, Ramsey, Negredo, Fellaini, Januzaj, Cahill e Fernando. Un gruppetto mica da ridere a cui potrebbe unirsi Pogba, l’ennesimo ex Manchester di questa lista.

Last but not least è Umbro. Dopo essere stata aggregata a Nike nel 2007, Umbro è stata rilevata dal gigante americano Iconix Brand Group nel 2012, tornando così indipendente. Ora Umbro punta ad attaccare qualche figurina sul proprio album. Precedentemente infatti il roster di Umbro era ben nutrito ma, poco prima della vendita da parte di Nike a Iconix, molti calciatori promettenti come Kyle Walker e Jordan Henderson sono migrati nelle scuderie dello Swoosh. Oggettivamente un marchio che punta a essere un’autorità nel mondo del calcio non può puntare su Pepe come principali testimonial. Non a caso Umbro ha deciso di lanciare il suo ultimo spot senza la presenza di giocatori professionisti dedicandosi a noi comuni mortali come recita lo slogan #GloryForAll.

Riprendendo le citazioni di Raiola, non saprei dire se Pogba è come un’opera di Van Gogh o di Salvador Dalì, la cosa certa è che Paul è sempre stato una mosca bianca, un’esemplare unico, sia per come gioca in campo così come per le scelte compiute al suo esterno. Ovviamente il mondo delle sponsorizzazioni non fa eccezioni. Non resta che aspettare per scoprire a quale marchio faranno riferimento, tra qualche anno, i ragazzini nelle loro tipiche frasi del tipo: “Prova a fare quel numero che faceva Pogba nello spot, quello di Nike/adidas/PUMA/New Balance/Umbro”.

About Claudio Pavesi

Claudio Pavesi

Check Also

I segreti dello scouting NBA – Intervista a Pete Philo, direttore International Scouting degli Indiana Pacers

E’ iniziata la Summer League e i nuovi rookie si stanno mettendo in mostra, adattandosi ...