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Alive in Joburg: Humandroid di Neill Blomkamp

Neill Blomkamp è uno dei nomi in più rapida ascesa nel panorama mainstream contemporaneo. Dopo l’inaspettato successo del suo primo film, District 9, il regista sudafricano è riuscito a conquistarsi una particolare nicchia con la sua fantascienza degli emarginati, e sono poche le nuove leve hollywoodiane che abbiano già sviluppato una poetica autoriale così forte e riconoscibile.
Il suo stile informa chiaramente anche il suo ultimo lavoro, Chappie (Humandroid in Italia), che è stato demolito dalla critica d’oltreoceano, ma che, pur non potendo essere considerato un fiore all’occhiello della sua ancora acerba cinematografia, presenta svariati motivi d’interesse per gli ammiratori del cineasta di Johannesburg.

Nella sua città d’origine Blomkamp ambienta questo suo ultimo film, che proprio dell’ambientazione fa il suo punto di forza, lasciando in secondo piano gli spunti di sceneggiatura. Questi si rifanno ad una corposa tradizione senza fornire una prospettiva particolarmente fresca, e anzi, rivelando il relativo disinteresse del regista stesso che coglie la prima occasione disponibile per tagliare corto e far parlare le armi da fuoco. Humandroid non è un film per gli amanti della fantascienza, e il vero motivo d’interesse continua ad essere la branca di ghetto-cyberpunk marchio di fabbrica di Blomkamp, che viene portata in questa occasione ai margini della commedia con risultati molto più convincenti di quelli di Elysium, il serioso film precedente che metteva in luce le qualità di creatore di mondi del suo autore, ma allo stesso tempo esponeva l’inconsistenza della sua scrittura.

Sotto quel punto di vista la situazione non migliora di molto in Chappie. Il film racconta la storia di un’intelligenza artificiale installata nel corpo di un droide della polizia e “cresciuta” dalla disfunzionale famiglia formata da Yo-Lanti e Ninja dei Die Antwoord. Il protagonista si trova quindi conteso tra il reprensibile stile di vita dei suoi genitori adottivi e le manie di controllo del suo creatore, un ingegnere occhialuto interpretato da Dev Patel. Di principio i temi toccati non sono molto diversi da quelli, per esempio, di A.I. di Spielberg, ma Blomkamp non compie nemmeno il tentativo di approfondire gli spunti a sua disposizione, ed è molto più interessato alle gag fornite su un piatto d’argento dal robot che cerca di internalizzare lo stile di vita gangsta della sua famiglia, acquisendone la comica gestualità più che la mentalità.

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In questo senso il film funziona, è divertente e a tratti tenero, e la leggerezza di molte sezioni contrasta efficacemente l’immaginario distopico che Humandroid condivide coi suoi predecessori. L’improbabile scelta di casting del duo sudafricano paga oltre ogni aspettativa, dando una certa credibilità all’ambientazione nella quale i due si muovono con naturalezza, senza per questo levare forza all’auto-parodia cui Blomkamp li piega. Il film perde quota solo quando il peso dell’antagonista di Patel, un ingegnere guerrafondaio con la faccia (e le braccia) di Hugh Jackman schiaccia la vena leggera di cui sopra per mettere in riga la trama e infiocchettare il finale con un bel conflitto a fuoco di cui non si sentiva il bisogno.
Pur non sfigurando, Blomkamp non è in grado di donare a quest’ultima parte l’urgenza o la maestria visiva che l’avrebbero giustificata, e il risultato è che il tutto viene avvertito come una pezza messa lì per mancanza di idee migliori.

Humandroid non è un film del livello di District 9, ma presenta spunti sufficienti a renderlo una visione piacevole. Non dubito che Blomkamp ritornerà al suo stile-feticcio in futuro, ma il suo prossimo film, già annunciato, sarà un reboot della serie di Alien, e voglio sperare che questa deviazione dal suo corso di marcia possa fornire nuova linfa alla creatività del regista.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.