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Nanni e Margherita, Moretti allo specchio

Nanni Moretti è stato e per molti versi continua ad essere una figura di riferimento per il cinema italiano. Questo se vogliamo a dispetto del carattere suo e dei suoi film, che di un’idiosincrasia quasi esasperata hanno spesso fatto una ragion d’essere. Un po’ per il prestigio internazionale che ha ottenuto, un po’ perché come i cantautori di una volta ha saputo plasmare l’immaginario di una certa fetta di società, il regista romano continua comunque ad essere una delle poche figure nostrane i cui film costituiscono un evento da segnare sul calendario.

Nel caso del suo nuovo lavoro, Mia Madre, è la fortissima componente autobiografica, di cui sin dal titolo non viene fatto alcun mistero, ad aver suscitato l’interesse della pubblica discussione. Questa componente non è una novità nella filmografia di Moretti, ma nonostante l’interposta persona di Margherita Buy che interpreta l’alter ego dell’autore, raramente era capitato di avvertire così nuda la personalità del cineasta. La sua presenza su schermo, nel ruolo comprimario di fratello della protagonista, configura un gioco di specchi molto particolare tra il volto di Moretti e la sua “anima”, che sappiamo celarsi dietro le fattezze della Buy, donando a molti dei dialoghi tra i due fratelli l’enigmaticità che in passato film come Bianca o Palombella Rossa ottenevano mediante frequenti virate verso l’assurdo.

Questo è molto importante per un film che, raccontando l’effetto che lo spegnersi di un genitore ha sulla vita dei figli, naturalmente rischia sbandate melense o esageratamente tragiche. Non che Moretti possa essere accusato di una tale propensione, e anzi, all’interno del film c’è spazio per una piccola riflessione sulla retorica dei sentimenti “che non serve a nessuno”; il materiale è però così intimo e delicato che il rischio è intrinseco. Così intrinseco che basta poco a concretizzarlo, e questo accade quando il Moretti sceneggiatore perde di vista il Moretti regista.

nanni moretti
Il tono dei dialoghi e il ritmo del film sono in larga parte lontani da accenti esageratamente lugubri, sfociando anzi in diversi momenti di comicità nemmeno troppo dissimulata: si tratta di un umorismo amaro e niente affatto liberatorio, ma questi momenti sono frequenti abbastanza da rendere vivo e pulsante un film che inesorabilmente si dirige verso la fine di altre pulsazioni, meno metaforiche. Per converso i passaggi più rarefatti rappresentano di gran lunga i punti più deboli della pellicola. Non si tratta di lunghe sequenze, quanto piuttosto di intermezzi meditativi, che sarebbero forse meno invasivi e stridenti se non fosse per il goffo utilizzo della musica. Le solenni note di Arvo Part contrastano innaturalmente con il tono asciutto di gran parte del film, e rendono pesantemente retorici questi pur brevi intermezzi. L’intento è chiaramente quello di donare al film atomsfericità dal punto di vista registico e gravitas da quello drammatico, quando della prima non si sente bisogno e della seconda ce n’è già a sufficienza.

Il peccato, come accennavo sopra, non è mortale perché i contrappesi tonali a queste sbandate ci sono e funzionano. Oltre a quanto già detto, un buon contributo in questo senso lo dà la presenza un po’ anarchica di John Turturro nei panni di un bizzarro attore americano. Margherita, la protagonista del film, è una regista che troviamo nel mezzo delle riprese di un film a tema sindacale, e gli attriti tra attore e cineasta sono una maniera relativamente brillante con cui il film riesce a tratteggiare le nevrosi del personaggio della Buy. Queste dinamiche preparano il campo all’altro filone fondamentale del film, che sono le amarissime riflessioni che Moretti compie su quelli che con tutta evidenza sono suoi comportamenti e sue disfunzioni. A più riprese e con diversa intensità molti personaggi rimbrottano Margherita per il suo egoismo, il suo modo brusco e per certi versi violento di relazionarsi col prossimo, e per la sua fondamentale mancanza di empatia. L’effetto è ovviamente dirompente quando, seppur coi modi pacati che contraddistinguono il personaggio, è Giovanni, il fratello, a dare voce a queste critiche. Su carta può sembrare un’operazione di un’autoreferenzialità eccessiva anche per un regista che dell’autoreferenzialità ha fatto un marchio di fabbrica, ma i risultati sono sorprendentemente lucidi e l’impatto sul film naturale e ragionato.

In definitiva la principale ragione per cui Mia Madre è un successo è che se lascia trapelare l’immagine di Nanni Moretti come di un uomo in crisi e quasi allo sbando, minato nella propria autostima e privato di punti di riferimento, ci testimonia però di un artista ancora in grado di conferire alla propria opera una notevole densità di spunti e di organizzare questi spunti in maniera coerente ed efficace, per certi aspetti persino più che in passato.
È un peccato che Moretti faccia film così sporadicamente: non credo sia il tipo di autore per cui una lunga pianificazione pratica o una decantazione interiore aiutino il processo creativo, ma tant’è, ci contenteremo di quel che passa il convento.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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