Home / Architettura / Identità dell’architettura

Identità dell’architettura

Sfogliare l’ultimo numero di una (qualsiasi) rivista di architettura ci pone di fronte ad una situazione di disagio del quale non capiamo bene la causa. Sembra che agli architetti di oggi (o coloro che di architettura si interessano e scrivono) siano affascinati da troppe cose, tra loro diverse, ma tutte egualmente lontane da quell’idea di architettura che la necessaria indole ottimistica di chi si occupa di questa disciplina, porta ancora a cercare.

Troviamo allora articoli sul design e sulla moda, piuttosto che sulla grafica. Tutti aspetti fondamentali nella vita culturale di una società, essendo anch’essi la concreta rappresentazione della volontà estetica che le genera. Ma è diventato difficile leggere un saggio almeno utile (non sperando in un contributo illuminante) su un’opera o sul modo che un architetto porti avanti come modello di un’idea. E proprio le idee si chiudono spesso in articoli ermetici che finiscono per non dire niente di importante, a causa della difficoltà evidente che si prova nell’esprimere concetti vaghi già a partire dalla loro formulazione e che lo diventano ancora di più una volta affidati alle parole.

Una situazione che appare insipida, per molti aspetti avvilente, e che infatti rappresenta un punto di stallo della coscienza critica che l’architettura possiede oggi di sé. Perché anche se i mezzi di comunicazione sono cambiati, le riviste di architettura dovrebbero continuare ad essere il mezzo principale attraverso cui diffondere idee e dar loro il tempo di sedimentarsi e creare occasioni concrete di attuazione. Se c’è stato un momento in cui le cose andavano così, perché non pensare che si possa ripartire dal lavoro lasciato a metà? Magari con punti di vista diversi e rinnovati, ma con quella curiosità necessaria a rendere interessante un pensiero che altrimenti non avrebbe niente da dire.

Ma il problema principale, di cui la situazione descritta ne è prova, resta la mancanza di quell’idea che possa diventare pensiero condiviso senza rimanere affermazione della personalità del singolo e dei pochi ad esso affini. E ancora peggio, è proprio l’assenza di una ricerca stessa di questa idea, ovvero della messa in discussione del punto in cui ci si ritrova, a rendere difficile il riassesto di un pensiero architettonico consapevole del mondo sempre diverso nel quale lavoriamo. L’assenza di un pensiero che sappia far tornare l’architettura ad essere un mestiere consapevole della propria utilità, piuttosto che una somma di conoscenze specialistiche più o meno efficaci e sincere.

Ci sembra evidente come sia proprio la ricerca dell’identità dell’architettura (o meglio l’incapacità di interrogarsi collettivamente sul senso che oggi un processo del genere dovrebbe avere) il punto più debole del dibattito architettonico contemporaneo. Negli ultimi anni del ventesimo secolo abbiamo assistito ad una liberazione dell’architetto dalle maglie di un  processo che già ammetteva la mancanza di un’etica condivisa del proprio mestiere. Siamo lentamente arrivati ad una sorta di libera tutti che non ha fatto altro che confondere ancora di più le idee, portando all’inaridimento del pensiero architettonico di cui siamo  oggi tanto responsabili quanto inconsapevole risultato.

identità dell'architettura
immagine tratta da G. Pagano e G. Daniel, Architettura rurale italiana, 1936

 

Probabilmente, per aiutarci a capire perché questa situazione si sia potuta creare, sarebbe utile un’analisi sociologica e antropologica della società contemporanea, o anche cercarne la motivazione attraverso l’analisi dei mutati modi di vivere, i quali richiedono varianti continue in sostituzione di soluzioni consolidate. Ma un’analisi impostata su tali presupposti, allontanerebbe ancora di più l’architettura dal fatto pratico del quale essa deve essere risultato e soluzione. E proprio in quanto oggetto complesso, costituito da più elementi spesso eterogenei, l’architettura ha anche bisogno di punti fissi che sappiano costituire l’ancoraggio sicuro delle proprie basi.

Tale elemento caratteristico deve essere l’identità che essa riesce ad individuare. Ovvero  quella sintesi di elementi tra loro diversi, sebbene chiari nella loro definizione, che insieme possano restituire un’immagine chiara di cosa si voglia ricercare nel processo architettonico. O che, perlomeno, sappia riconoscere in un concetto chiaro l’obiettivo del proprio operato, eliminando la schizofrenia della quale siamo ormai assuefatti spettatori.

Si riuscirebbe allora, proprio attraverso l’individuazione di quei fattori che insieme possono costituire l’idea fondante di un pensiero architettonico rinnovato, a riportare il dato architettonico ad essere riconosciuto come collettivamente utile, risposta chiara ad una condizione che oggi appare decisamente poco nitida.

Bisogna ammettere quanto un atteggiamento del genere non sia in realtà niente che la storia dell’architettura non abbia già conosciuto: qualsiasi società, che abbia saputo riconoscere in essa la formalizzazione della propria cultura, ha sempre intrinsecamente ammesso l’esistenza di un dato identitario che legittimasse la propria posizione all’interno di una fase storica specifica. Nel momento storico che viviamo, reduci dal recente pensiero convinto di quanto fosse difficile identificarsi in un solo luogo o in una sola cultura, dobbiamo ritrovare rapidamente un punto di partenza che sappia tenere legati i complessi elementi che dell’architettura stessa ne costituiscono la forma.

Se alcuni fattori non possono più essere messi in discussione (ad esempio le innovazioni tecniche), diventa necessario capire quanto un riavvicinamento ad un’immagine condivisa e condivisibile sia il modo più efficace per ricostruire quel discorso che si è interrotto ormai troppo tempo fa. L’architettura di oggi deve riscoprire quanto di utile e indispensabile vi sia  ancora in sé, quanto ancora il contributo alla conformazione rinnovata del rapporto che l’uomo ha con ciò lo circonda e che, spesso inconsciamente, ha già saputo risolvere senza particolari difficoltà, sia necessario e imprescindibile.

About Alessio Agresta

Alessio Agresta
Architetto, convinto di aver scelto un mestiere capace di migliorare la vita di molti, ma anche in grado di far grossi danni. Scrivo su Polilinea dal 2012 anche per provare a schiarirmi le idee.

Check Also

Evoluzione, prossimità e sovrapposizioni dell’architettura

L’architettura è una delle più efficaci espressioni dei tempi che la producono, e porta con ...