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I puntini sulle G: Google e la sfida Project Fi

É notizia di pochi giorni fa: Google diventa operatore mobile lanciando Project Fi, servizio di telefonia e navigazione, con cui promette ancora una volta di “cambiare per sempre la nostra concezione di [riempire a piacere]”. L’assenza di clamore suscitato in Italia da tale annuncio mi spinge a spenderci due righe, e ad accompagnarle con qualche parola sulle attuali strategie della sei volte consecutive “best company to work for”.

Svestiti da anni i panni di semplice sviluppatore e gestore del motore di ricerca più usato al mondo, Google decide di superare il concetto stesso di prodotto software (o hardware, considerando nexus, chromebook ecc) per irrompere nella fornitura di servizi (un primo passo in questa direzione era stato il lancio di Project Fiber). L’idea è semplice: quanti tra noi possessori di smartphone si preoccupano più di minuti e sms inclusi nei loro piani tariffari? Molto pochi, visto il predominio dell’instant messaging tra le attuali modalità comunicative (se penso a quanto mi sembravano preziosi neanche cinque anni fa i miei “1000 sms verso TIM” mi sento un turista dei piani temporali). Dunque quale miglior investimento se non la creazione di una rete virtuale che garantisca ai clienti la “miglior esperienza mobile” provata fin’ora? Stando alle statistiche, anche in un paradiso neoluddista come il nostro paese (e lo dice uno che non sopporta l’esterofilia) la copertura Wi-Fi di spazi pubblici e privati è un fenomeno in aumento. Aggiungendo a ciò le mega-infrastrutture di proprietà dei maggiori carrier nazionali (al momento Project Fi è supportato dai colossi Sprint e T-Mobile) Google ha partorito il concetto di una rete (virtuale) continua, da cui l’utente possa non scollegare mai i propri dispositivi.

Quello che al profano appare come un trucco magico è in realtà frutto di un avanzamento nel campo dell’automazione. Grazie al potere di sensori e algoritmi il sistema dell’abbonato effettuerà non solo lo switch tra traffico dati e Wi-Fi, ma anche, e qui il mio senso di ragno freme, tra le reti dei partner, per garantire sempre la connessione disponibile più potente. Se penso che oggi l’elemento che più azzoppa la mia esperienza con lo smartphone è proprio la costante roulette russa della copertura del mio operatore (passo più tempo ad aspettare il caricamento delle pagine che a consultarle), una simile prospettiva, al netto delle sparate del reparto marketing, mi strappa un lungo “aaaww..”. Come la nonna che, ansiosa di non averci appagato con un pranzo luculliano, ci allunga anche la ciotola dei cioccolatini, così Google teme che la garanzia di un simile servizio non sia sufficiente a fidelizzarci. Da ciò l’ulteriore offerta: rimborsare il cliente per ogni mega di traffico non utilizzato. Come sappiamo i mesi dell’anno non sono tutti uguali in termini di navigazione. C’è il periodo in cui siamo tumulati in casa, attaccati fissi al nostro router, e quello in cui il bisogno impellente di pubblicare selfie dalle coste del Salento ci prosciuga i dati. Perchè pagare lo stesso in entrambi i casi? Nella prima situazione Fi ci permetterebbe di rientrare quasi del tutto della spesa mensile, accreditandoci a fine mese un dollaro per ogni cento mega ancora disponibili sulla nostra utenza.

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Tuttavia il paese della cuccagna non esiste. É necessario sottolineare una serie di punti deboli del progetto, che potrebbereo ridimensionarne l’attrattiva. Innanzitutto i prezzi: per ora l’offerta non è affatto competitiva, anzi. Dando un’occhiata alle statistiche sembra quasi che Google ritenga il suo servizio così attraente da giustificare spese quali 20$ per 2Gb di traffico mensile (ad oggi ho la stessa quantità alla metà del prezzo), da sommarsi ai 20$ per il piano base, voce e messaggi. In secondo luogo la scelta automatica e in tempo reale della rete richiede il funzionamento continuativo di due antenne in ogni dispositivo. Ora non so voi, ma se la copertura è la mia principale preoccupazione legata allo smartphone, subito dopo viene la durata della batteria. Già oggi chi carichi la saponetta meno di una volta al giorno è guardato come l’Eletto, immaginate cosa vorrebbe dire avere un meccanismo di scansione delle reti disponibili SEMPRE ATTIVO, e dover alimentare una componente hardware aggiuntiva.
Se a ciò aggiungiamo l’odiosa tendenza, sempre più in voga, di non munire i telefoni di batteria estraibile, si profila un futuro all’insegna dei centri assistenza. A ciò si sommano l’iniziale supporto esclusivo del Nexus 6, una scelta che di fatto restringe il bacino d’utenza potenziale, e le ambigue dichiarazioni sulle fantomatiche antenne di cui la compagnia già disporrebbe nel mondo (quante sono? Dove e come sono distribuite?).

Alla luce di ciò appare decisamente credibile la teoria di numerosi esperti, che vedono nel continuo lancio di progetti da parte di Big G non tanto un’effettiva volontà di espansione imprenditoriale, quanto piuttosto l’intenzione di plasmare la società occidentale dei prossimi decenni. É opinione condivisa infatti che la strategia sia più o meno quella di mostrare agli utenti un prodotto o un servizio di cui questi, dopo l’epifania, non possano più fare a meno, e spingere così le multinazionali del settore di turno a muoversi in quella direzione. Da un lato la richiesta dei clienti, dall’altro la paura di essere bruciati da Google stessa, spingerebbero i colossi a costruire il futuro che quest’ultima auspica. Una mossa geniale se confermata: ciò che all’azienda sembra interessare davvero è l’infinita quantità di dati prodotta dagli utenti ogni istante, da cui il bisogno di una “società dell’infrastruttura” che renda questa mole di informazioni accessibile e condivisibile in maniera sempre più efficiente. Questa politica porterebbe così alla realizzazione di tale obiettivo senza neanche l’investimento di un reale capitale di rischio (le spese per ricerca e pubblicità di Project Fi, seppur ingenti, non sono neanche lontanamente paragonabili a quelle necessarie alla realizzazione di una vera rete di comunicazione internazionale). Dulcis in fundo, la società e i suoi leader consoliderebbero l’immagine di guru e pionieri illuminati, pronti a condurci alla prossima “next big thing” (perdonatemi), un’immagine che personalmente trovo insopportabile, ma che oggi sembra fondamentale nel mondo dell’informatica e dell’impresa. Direi che l’ago della mia personale bilancia pende ancora verso l’ottimismo, ma non escludo che svolte future possano zavorrare il piatto della disillusione. Vedremo.

About Marzio Persiani

Marzio Persiani
Romano, studio informatica. Curiosa intersezione tra cose che mi appassionano e argomenti con cui non si rimorchia.

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