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Uno, nessuno e centomila nomi: Samba!

La danza dei sans-papiers tra lavori a nero e impieghi precari: Samba, un nome vuoto per chi più non balla. Quattro anni dopo Quasi amici, campione d’incassi in Francia, secondo solo a Giù al nord, il duo Eric Toledano e Olivier Nakache ripropone la formula del successo con meno ottimismo e più ambizioni. Ciò che resta è l’impronta del feel good movie, che però non rinuncia al dramma in un ritratto sociale che ha la leggerezza della commedia e la lucidità del documentario. Ispirato a un romanzo di Delphine Coulin, “Samba pour la France”, il film è una favola contemporanea in bilico tra sentimentalismo e realismo, e disegna la geografia culturale di un paese in cui integrazione significa inconciliabilità, perdita dell’identità ma anche incontro con l’altro e reinvenzione di sé.

Samba Cissé, senegalese, da dieci anni confinato in un centro di accoglienza alle porte di Parigi, vive tra la paura dell’espulsione dalla Francia e la speranza di ottenere il permesso di soggiorno. Il ragazzone comico di Quasi amici, assistente di un miliardario parigino tetraplegico, mantiene il ruolo di immigrato nero, questa volta al fianco di una giovane dirigente d’azienda parigina, vittima di burn out e temporaneamente impegnata come volontaria in un’associazione a sostegno degli immigrati. Omar Sy, la voce comica della banlieue, premiato ai Cesar 2012 come miglior attore per Quasi amici diventa la cura di una brillante Charlotte Gainsbourg, nei panni di una depressa e goffa Alice, che è per Samba la chiave per regolarizzare la sua posizione sociale. Tra degradanti centri di assistenza e lussuosi alberghi si firma il contratto sociale: l’inconciliabilità apparente tra la borghese e il clandestino lascia spazio a colloqui assistenziali, telefonate d’emergenza, appuntamenti romantici.
Samba ripropone la trama di Quasi amici e poi lo supera, rivelando infine la visione utilitaristica delle relazioni umane. Lo snobismo di classe radicato in Alice e il disincantato opportunismo di Samba rendono più amaro il sorriso e più cinica la commedia. Se nell’opera precedente la cura passava attraverso l’educazione di Driss, in Samba i due protagonisti si ritrovano su un piano parallelo di scambio egualitario. Entrambi emarginati e affamati d’affetti, Samba e Alice si incontrano a metà strada tra la cinica convenienza e il bisogno d’amore, in un intrigo sentimentale che progredisce al rallentatore, a volte mancando un po’ di ritmo.

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Toledo e Nakache vogliono finalmente guardare in faccia la realtà: Samba indaga sullo sfruttamento degli immigrati senza permesso di soggiorno, l’umiliazione dei lavori a nero, la prepotenza della polizia senza fare sconti allo spettatore in cerca di relax. Il lucido piano sequenza dalle tavole opulente della festa nel grande albergo alle sotterranee e assordanti cucine con cui si apre il film dichiara immediatamente le intenzioni dei registi: mostrare le quinte di una società che vuol essere democratica, inclusiva, egualitaria.
Un impietoso realismo che trova la sua migliore rappresentazione nel personaggio di Lamouna (Youngar Fall), lo zio di Samba che, come il saggio della tribù, mette in guardia da vizi e pericoli della ricchezza, delle donne, dell’Occidente. Se per Lamouna integrazione vuol dire accettare i nuovi costumi senza rinunciare alla propria dignità e sicurezza personale, Wilson (Tahar Rahim) rappresenta l’altro volto dell’immigrato, spregiudicato e disinvolto algerino che si finge brasiliano per accumulare donne, lavori e successi. E alla domanda di Samba su quale sia la capitale del Brasile, Wilson risponde Algeri. Il vetrinista che improvvisa uno strip-tease a mezz’aria ispirandosi allo spot della Coca Cola, il contrabbandiere di falsi documenti nelle banlieues parigine, il ballerino dai tratti magrebini che sprizza gioia di vivere sui ritmi brasiliani: sono i mille volti di Wilson. Uno, nessuno e centomila: il divertimento è assicurato.

Piacere allo spettatore, l’obiettivo dei registi è far stare bene un po’ alla maniera dell’ultimo Ken Loach, raccontando con dolcezza e affetto la crudezza della realtà. Si potrebbe obiettare che per piacere a tutti poi si rischia di sconfinare nel buonismo sentimentale e nella banalità interpretativa della commedia americana. Ma alla diffidenza della critica francese per l’eccesso di gentilezza nel trattare le ingiustizie sociali, Toledano e Nakache ricordano che il dramma e la commedia a volte si possono incontrare. Che sia in un salotto borghese o tra sporche lenzuola di un centro di detenzione, poco importa. Ciò che conta per una commedia sociale è che il messaggio raggiunga la società.
Tra rocambolesche fughe dalla polizia e baci desiderati, Samba cerca la strada verso la legalità e la libertà in un’odissea quotidiana di disagi e incertezze senza mai dimenticare la sua Itaca. “Quando non ricorderai più il tuo nome -ricorda Alice- grida ‘Samba’ e tutti penseranno che vuoi ballare!”.

About Francesca Ferri

Francesca Ferri
Lucana nata a Roma, a 22 anni mi ritrovo alla scuola di giornalismo della Luiss. Una laurea in Lingue e letterature moderne a La Sapienza, un'attrazione per le lingue straniere e una passione per le parole in tutte le loro forme. Viaggi per il mondo e un anno a Parigi, dove sogno sempre di tornare, mi hanno lasciato curiosità e voglia di raccontare. La mia passione per la scrittura mi ha portato al giornalismo, nuova terra ancora da esplorare. La scrittura è per me una lente di ingrandimento sul mondo. Mentre ricerco la bellezza della verità nelle parole, progetto di imparare l'arabo, leggere Proust e girare il mondo alla ricerca di nuove storie da raccontare.

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