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Smartwatch: il gadget del futuro?

Ogni volta che un nuovo gadget tecnologico si affaccia sul mercato di massa non tardano a sbucare dalle loro tane schiere di Savonarola, pronti a fare il salto logico dall’adozione dell’ammennicolo in questione al declino della cultura occidentale. Dal Gameboy che avrebbe reso cieca e alienata un’intera generazione, al Kindle che mette a rischio la nobile arte della deforestazione, è raro che gli afflati luddisti di larghe fette della popolazione non vengano stuzzicati da questi profeti della domenica, e per quanto la lista di falsi allarmi sia ormai lunga chilometri non siamo ancora molto vicini al momento in cui queste resistenze saranno un fatto del passato.

Trovandomi solitamente dall’altra parte della barricata è però possibile che io sia occasionalmente incline ai facili entusiasmi, e quindi quest’oggi, per fare esercizio di pensiero critico, voglio spiegare i motivi per cui credo che l’ultima tendenza in fatto di gadget tecnologici sia destinata ad un oblio abbastanza rapido.
Mi riferisco ovviamente agli smartwatch, un prodotto che è stato per un certo periodo relegato alla nicchia dei nerd più incalliti, ma che con l’ingresso di Apple sul mercato sembra destinato a compiere il balzo nel mainstream.
Per chi non sapesse di cosa sto parlando, gli smartwatch sono degli orologi da polso pensati per fare da complemento agli ormai diffusissimi telefoni multimediali, e che permettono di gestire le notifiche e utilizzare comandi vocali o un certo numero di applicazioni specifiche, spesso legate ai sensori biometrici di cui molti modelli dispongono.
Molte delle tecnologie su cui questi arnesi si basano sono in una fase non ancora matura, e da qui nasce ovviamente la potenziale trappola in cui si rischia di cadere quando si prevede il fallimento di una tecnologia: l’attuale incarnazione di questi oggetti potrebbe essere molto distante da quelle che avremo a disposizione tra nemmeno moltissimo tempo, e la probabilità che un giudizio dato ora si riveli frettoloso è dunque alta.

In questo caso mi sento però in vena di sbilanciarmi perchè trovo ci sia una lacuna fondamentale nella concezione degli smartwatch, che non mi sembra particolarmente vicina ad essere colmata. Il problema, per come la vedo io, è che l’aggiunta dello smartwatch al carico di aggeggi che quotidianamente ci portiamo appresso non risponde a nessun bisogno particolarmente fondamentale. Ovviamente la definizione di “bisogno fondamentale” è relativa, ma al di là di tutto credo si possa essere d’accordo che quello di comunicare con gli altri e di essere informati su quello che accade intorno a noi sia un istinto piuttosto naturale. Ovviamente si potrebbe argomentare che la soddisfazione di questo “bisogno” che abbiamo nella società occidentale contemporanea sfoci nella sovrabbondanza e nell’eccesso, ma è fuor di dubbio che l’oggetto “telefono portatile” nelle varie forme in cui si è manifestato risponda ad un’esigenza condivisa dai più.
Lo smartwatch al contrario è pensato come un complemento ai device che già possediamo e, più che aprirci nuove possibilità, la sua funzione è quella di permetterci un accesso più immediato alle funzionalità offerte dagli strumenti che già ci portiamo in giro, in primis gli smartphone.

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La cosa di per sè non è priva di meriti, ma ad una convenienza che mi sembra per ora più su carta che altro, corrispondono una serie di costi estremamente concreti che mi fanno propendere per lo scetticismo. Non parlo solo dei costi economici, che sono evidenti ma che la prima generazione di qualsiasi prodotto mette più in risalto di quelle successive, quanto di costi in termini di praticità. L’orologio da polso è nel 2015 un oggetto puramente decorativo, che continua a essere indossato da una percentuale sempre più ristretta di persone per motivi che di pratico hanno poco e niente. Convincere il consumatore medio a riavvicinarsi ad un prodotto da cui si era allontanato, evidentemente perchè ritenuto superfluo e scomodo, è un’impresa che richiederà molto più che la promessa di poter leggere le notifiche con mezzo secondo di anticipo. A questo si aggiunga che lo smartwatch va ad allungare la già troppo lunga lista di arnesi del cui livello di carica siamo quotidianamente costretti a preoccuparci, e si otterrà un quadro quantomeno problematico.

La prima ondata, forte dell’effetto novità, sarà probabilmente cospicua, ma credo che per conservare l’interesse del pubblico le aziende dovranno fare più che affinare le attuali potenzialità dei loro prodotti. Ovviamente sviluppi in questo senso non sono impensabili, ma, più che una serie di incrementi quantitativi, ci vorrà un cambiamento di paradigma come quello che ci ha portato dai vecchi cellulari agli odierni smartphone per rendere questi orologi di nuova concezione dei veri e propri must-have per una fetta sufficientemente larga di consumatori.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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