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Emil Zátopek, l’eroe ceco della pista di atletica

Facciamo una scommessa: se chiedete a uno spettatore occasionale di riferirvi le prime due figure che gli vengono in mente ad aver fatto la storia dell’atletica, di risposta otterrete un buonissimo numero di “Jessie Owens” e “Usain Bolt”. Due atleti che hanno effettivamente fatto la storia del loro sport, niente di sbagliato. Ma il sito britannico Runnersworld non porta nessuno di questi due in un’ipotetica Final Four per il titolo di miglior runner di sempre. Spieghiamo innanzitutto il criterio: gli atleti sono stati suddivisi in quattro tabelloni (Anni ’60 e precedenti, Anni ’70, Anni ’80-’90 e Anni 2000). I quattro campioni ad avanzare fino alla fase finale del torneo immaginario sono stati Steve Prefontaine per i ’70, Haile Gebrselassie per gli ’80-’90 e Kenenisa Bekele (davanti a Bolt) per i 2000. Ah giusto, ne manca uno. Colui che è stato tra l’altro eletto da questo sito come Greatest Runner of All Time. Emil Zátopek, la locomotiva ceca.

Zátopek nacque il 19 settembre del 1922 a Kopřivnice, in Cecoslovacchia. Una piccola città industriale non molto distante da Ostrava, il terzo più grande centro abitato del Paese. Il posto di lavoro abituale per un abitante di Kopřivnice era la fabbrica. Ed è lì che finì ─ nella vicina Zlín, per l’esattezza ─ anche Zátopek, ad appena 16 anni. Sesto figlio di una famiglia di condizione economica modesta, doveva iniziare a lavorare presto. Senza nemmeno immaginarlo, la fabbrica della Bata in cui approdò gli cambiò per sempre la vita. Era usanza, per le industrie più grandi, avere un allenatore sportivo che potesse prendersi cura delle attività ricreative degli operai. E l’allenatore di quella fabbrica di scarpe di Zlín insistette nel voler far partecipare Zátopek ad una corsa con un centinaio di ragazzi. Il giovane operaio non si sentiva fisicamente adatto a correre. Anzi, provò a giocarsi la carta della malattia. Una visita medica lo sbugiardò e fu quindi costretto a partecipare. Arrivò secondo, ma non è importante.

La vera svolta fu che, da quel momento, Zátopek sentì crescere dentro di sé la passione per l’atletica. Si iscrisse al club locale e organizzò una propria tabella per gli allenamenti, ispirandosi a ciò che aveva letto del fuoriclasse finlandese Paavo Nurmi. Il principio che muoveva il giovane atleta ceco era semplice: se le due qualità del mezzofondista sono velocità e resistenza, quale metodo migliore per allenarsi può esistere, se non quello di correre grandi distanze alla massima velocità? Ed è così che arrivò a fare, dopo anni di allenamento, anche cento volte i 400m ─ cinquanta alla mattina e cinquanta alla sera ─ , con un brevissimo intervallo di 200m di camminata per recuperare. Non solo: le sue tabelle prevedevano in aggiunta di correre portando un peso. Per esempio, in preparazione alle Olimpiadi del 1956 si procurò un’ernia mentre correva con la moglie sulle spalle. Anche le condizioni in cui si allenava non dovevano essere per forza quelle che avrebbe trovato in pista, anzi. Correva con scarpe da lavoro, sotto la neve e sotto la pioggia. Spiegazione semplice, persino in questo caso: se riesci ad avere buoni risultati così, le gare saranno in discesa.

Niente di convenzionale, insomma. E niente di salutare, se vogliamo. È opinione diffusa che un regime di allenamento così massacrante gli abbia accorciato la carriera. Una carriera che, comunque, è stata già breve di per sé a causa di quella maledetta guerra che ha distrutto il mondo tra il 1939 e il 1945. E convenzionale non era nemmeno la maniera in cui correva. Teneva la testa piegata, quasi appoggiata sulla spalla sinistra. L’espressione sul suo volto era perennemente contratta per la fatica. Sulla pista di atletica, la sua postura era contraria a qualsiasi canone di stile ed eleganza. Faceva ondeggiare il busto da sinistra a destra, come in una strana danza. Non mancava, occasionalmente, di urlare per lo sforzo. Il soprannome locomotiva, infatti, non era dovuto soltanto al suo implacabile incedere. Dopo che le sue apparizioni internazionali lo elessero a nuovo campione dell’atletica, la stampa dedicò al suo stile una serie di commenti pungenti e maligni. Ma non ha importanza, contano solo i risultati che Zátopek fu in grado di ottenere.

«Zátopek corre come un uomo con un cappio al collo.» (Red Smith, New York Herald Tribune)

«Un’anima infestata dalla pressione di una tortura fisica e spirituale.» (New York Times)

«Sembra che stia lottando con una piovra su un nastro trasportatore.»

«Non ho abbastanza talento per correre e sorridere nello stesso momento.» (Emil Zátopek)

Un fuoriclasse del genere, in grado di sottoporsi a preparazioni così brutali pur di essere al meglio, era destinato ad emergere. E il suo talento venne notato a livello nazionale già nel 1944, quando riscrisse i record cecoslovacchi nei 2000, 3000 e 5000 metri. Nel 1946 partecipò per la prima volta ad una corsa fuori dalla Cecoslovacchia, 5000m. Non sapeva come arrivare a Berlino ed optò per la soluzione più semplice: 350 chilometri in bicicletta. Anni dopo ammise che in quella manifestazione partì troppo veloce. La folla se ne accorse e iniziò a chiedersi chi fosse quel ragazzo, dubitando che potesse arrivare in fondo con quel passo. Zátopek, invece, vinse. Questo successo lo spinse a lavorare ancora più duramente per preparare il grande appuntamento del 1948: le Olimpiadi di Londra.

Pur essendo concentrato sui 5000m, Zátopek decise di testare le sue abilità sui 10000m un giorno prima dell’inizio delle Olimpiadi. I risultati furono convincenti e l’atleta decise di iscriversi alla gara. La sua intenzione era quella di correre ogni giro in 71 secondi, rimanendo così al passo del record mondiale. Per questo motivo diede un’istruzione precisa al suo allenatore: «Tieni d’occhio il cronometro: se sto mantenendo il tempo previsto, mettiti una maglia bianca. Altrimenti indossane una rossa». All’ottavo giro, Zátopek vide per la prima volta la temuta maglia rossa. Fu quello il momento in cui decise di accelerare. Solamente un corridore provò, per breve tempo, a stare al suo passo. Il nativo di Kopřivnice chiuse la gara al primo posto con 48 secondi di vantaggio sul francese Mimoun, giunto secondo. Non arrivò il record mondiale, ma il tempo di 29.56.6 minuti era comunque la miglior prestazione olimpica di sempre sui 10000m.

«Una delle migliori corse di sempre. Il fatto che Zátopek fosse il corridore più sgraziato a parteciparvi, la rende ancora più straordinaria.» (Guardian)

L’obiettivo principale, dicevamo, erano i 5000m. La mattina della gara, Zátopek si intrattenne in una sfida alla massima velocità con lo svedese Eric Ahlden durante la batteria di qualificazione. Uno sprint non necessario, dal momento che il ceco sarebbe comunque approdato in finale. Un fattore che potrebbe aver condizionato la sua tenuta, anche se è difficile credere che qualcosa potesse scalfire un uomo che svolgeva allenamenti disumani ogni giorno. Fatto sta che Zátopek fu tutt’altro che brillante in pista. Ad un certo punto si trovava addirittura a 100m di distanza dal belga Gaston Reiff, il leader della corsa. Ma cercò con successo le forze per riprendersi e per rimontare. Un passo alla volta, sempre più vicino al suo avversario mentre il pubblico era in piedi a godersi lo spettacolo. Eppure un ostacolo non da poco impedì a Zátopek di realizzare l’incredibile impresa: il traguardo. Reiff concluse la gara pochi attimi prima di subire il sorpasso dal rivale. Il tempo non mente: Zátopek arrivò ad appena 0.2 secondi di distacco dal belga.

La doppietta olimpica non arrivò per un paio di centesimi di secondo. Ma la carriera di questo 23enne era destinata a decollare. Nel periodo tra le Olimpiadi di Londra e quelle di Helsinki, Zátopek riscrisse qualsiasi primato possibile. Nel 1950 superò per due volte il record mondiale dei 10000m. Nel 1951 fece lo stesso nei 20000m e corse anche una distanza mai raggiunta prima nella sfida di un’ora. Fu a tutti gli effetti il primo atleta a superare i 20km in sessanta minuti. Un record che resistette per dodici anni, quando Bill Baillie arrivò a 20,190m, e che oggi appartiene a Haile Gebrselassie, con 21,285m raggiunti all’età di 34 anni. La preparazione alle Olimpiadi del 1952 procedeva a gonfie vele: aveva vinto 95 delle 96 corse disputate prima della partenza per Helsinki. Ma Zátopek incontrò un paio di ostacoli sul suo percorso. Prima, nel ’51, un infortunio rimediato mentre sciava. Poi, proprio nel ’52, una malattia che spinse i medici a consigliargli di non partecipare ai Giochi. Nulla poteva però intaccare l’enorme volontà della locomotiva ceca.

Le Olimpiadi del 1952, per Zátopek, si aprirono allo stesso modo di quelle del ’48: un largo successo nei 10000m, con il record olimpico ritoccato e un vantaggio notevole sul secondo classificato (15.8 secondi), sempre il francese Mimoun. Ma se questo trionfo non era mai in fondo stato in discussione, diverso era il discorso riguardante i 5000m. Zátopek era chiamato alla riscossa dopo la delusione rimediata quattro anni prima. Di nuovo, il ceco non si trovava in testa alla corsa quando i metri disponibili stavano per terminare. Fu all’ultima curva che Zátopek ebbe un guizzo. Pur dovendosi allargare su una corsia laterale per eseguire la manovra, riuscì a superare in un colpo solo Mimoun, Schade e Chataway. Il pubblico di Helsinki scandì un grido che sarebbe diventato ancora più celebre tre giorni più tardi: «Zá – To – Pek, Zá – To – Pek!». L’uomo cavallo ─ un altro dei suoi soprannomi celebri ─ aveva appena conquistato il suo secondo oro in appena quattro giorni. Una decina di minuti dopo la fine dei 5000m, Dana Ingrová, moglie di Zátopek, vinse l’oro nel lancio del giavellotto.

Zátopek non esitò a definire quel giorno come il più bello della sua vita. Non solo per il suo successo personale, ma anche per quello della moglie. E quando provò, in conferenza stampa, a sostenere che la sua vittoria nei 5000m aveva ispirato la sua consorte, Dana Ingrová rispose laconica: «Vai ad ispirare qualche altra ragazza e vediamo se tira un giavellotto a cinquanta metri!». Le Olimpiadi però, per Zátopek, non finirono quel giorno. Con due medaglie d’oro già in saccoccia, l’atleta aveva in mente un altro traguardo. Il più prestigioso di tutti: la maratona. Sembrava una follia: Zátopek non ne aveva mai corsa una in vita sua. Eppure la completezza dei suoi regimi di allenamento lo convincevano che fosse adatto anche a quella distanza. Aveva un piano preciso in mente: marcare Jim Peters, il britannico che allora deteneva il record mondiale nella disciplina. In quel modo, pensava Zátopek, poteva tenere il ritmo di un atleta che era un fuoriclasse sui 42km e non esagerare in eccesso o in difetto, mantenendo le energie.

E così fece. Subito all’inizio si mise di fianco a Peters e gli strinse la mano per presentarsi. Non che ce ne fosse bisogno, in realtà: Peters sapeva esattamente chi fosse quell’uomo con pochi capelli e poca grazia. E come molti altri a quell’epoca, non pensava che Zátopek potesse correre la maratona. Eppure il cecoslovacco non voleva saperne di staccarsi dall’avversario. A metà gara circa, i due erano al comando della corsa, ancora appaiati. Zátopek, con un misto di curiosità e ingenuità, chiese allora a Peters: «Il ritmo secondo te è buono? O stiamo andando troppo lenti?». Il britannico pensava che il ritmo fosse ottimo, ma decise di rispondere: «Troppo lenti», per provare a mandarlo fuori giri. Un errore fatale. Zátopek, dopo aver lanciato un «ok» al rivale, iniziò ad accelerare. Nessuno poté più reggere il suo passo e, anzi, Peters non finì nemmeno la corsa. Negli ultimi chilometri della maratona, Zátopek fu visto parlare tranquillamente con il pubblico e con i giornalisti, come se non stesse correndo da più di due ore. Fece il suo ingresso all’Helsinki Olympic Stadium, con il pubblico che scandiva il solito grido: «Zá – To – Pek, Zá – To – Pek!». Dopo aver tagliato il traguardo, fu portato in trionfo dalla squadra giamaicana della 4x400m. Nessun atleta oltre a lui è mai riuscito a vincere l’oro in 5000m, 10000m e maratona all’interno della stessa Olimpiade.

Gli anni di grazia proseguirono fino al 1954, con Zátopek che continuava a collezionare successi e record mondiali. Già nel 1954, però, ci furono i primi segnali di declino: agli Europei la locomotiva ceca vinse i 10000m, ma fu sconfitta dal sovietico Vladimir Kuts ─ e da Chris Chataway ─ nei 5000m. Un netto passo indietro rispetto all’edizione del ’50, quando aveva vinto su entrambe le distanze con 23 secondi di vantaggio sui 5000m e addirittura 69 sui 10000m. Il colpo più duro da digerire, per Zátopek, arrivò nel 1955, quando a Praga si tenne una conferenza degli allenatori di atletica. I sovietici dimostrarono come Kuts stesse correndo più veloce di quanto Zátopek avesse mai fatto, pur allenandosi meno della metà. Dopo essersi confrontato con l’atleta ucraino, Zátopek comprese che il rivale stava ottenendo risultati incredibili preparandosi sulla base della qualità e non su quella della quantità. Le Olimpiadi di Melbourne del 1956 furono per lui l’ultimo grande atto: sesto posto alla maratona. Nel 1957 disse ufficialmente addio alle corse.

Ridurre il personaggio di Zátopek a quanto fece in pista, però, sarebbe tremendamente ingiusto. Il campione olimpico era dotato di grande intelligenza e sensibilità e parlava sei lingue. Amava intrattenersi, durante gli eventi internazionali, con persone di qualsiasi provenienza. È proprio questo che ha sempre ricordato con maggior piacere delle Olimpiadi: la possibilità di incontrare, senza alcuna barriera, atleti da tutto il mondo. I britannici, scherzosamente, sostenevano che parlasse troppo, anche e soprattutto durante le corse. Un episodio del 1968 ci aiuta a comprendere fino in fondo la grande umanità di Zátopek. Invitò a casa sua l’atleta Ron Clarke, medaglia di bronzo nei 10000m alle Olimpiadi del 1964 e colto da malore durante la medesima gara in quelle del ’68. In sostanza, l’australiano non aveva mai vinto un oro olimpico nonostante avesse stabilito 17 record mondiali in carriera. Al termine della visita, Zátopek accompagnò l’amico all’aeroporto e gli diede un pacchetto. «Non è per amicizia, ma perché te lo meriti». Clarke aspettò di salire sull’aereo, prima di aprirlo. L’involucro conteneva la medaglia d’oro vinta da Zátopek nei 10000m alle Olimpiadi ’52.

Non dobbiamo dimenticare il contesto geografico all’interno del quale si è svolta la vicenda umana di questo straordinario atleta: la Cecoslovacchia. Anche un personaggio del calibro di Zátopek, non poteva non rimanere coinvolto nella situazione geopolitica dell’epoca. Un primo confronto con i comunisti lo ebbe già nel 1952: non volevano far partire Stanislav Jungwirth per le Olimpiadi perché suo padre era prigioniero politico. Zátopek fu perentorio: «Se non parte lui, non parto nemmeno io». Il partito resistette per due giorni sulla sua posizione, poi cedette e Jungwirth e Zátopek rientrarono così a far parte della spedizione. Per la gioia dei tifosi finlandesi che si erano allarmati quando la locomotiva ceca non era scesa dall’aereo assieme agli altri atleti cecoslovacchi. In molti concordano che solo Zátopek, in tutta la Cecoslovacchia, potesse esercitare un’influenza del genere. Aperto sostenitore della Primavera di Praga e di Alexander Dubček, Zátopek fu confinato e costretto a lavorare per sei anni in una miniera di uranio quando le truppe sovietiche invasero la Cecoslovacchia nell’agosto del 1968. Una tv austriaca gli chiese perché non avesse mai pensato ad una fuga all’estero e lui rispose che era convinto che prima o poi lo spirito della Primavera sarebbe riapparso. František Brož, compagno di nazionale alle Olimpiadi del ’52, ha dichiarato che Zátopek amava troppo la sua patria per pensare di abbandonarla. Fu riabilitato solo nel 1990 da Václav Havel, il primo presidente democraticamente eletto dal 1958.

Zátopek durante la Primavera di Praga
Zátopek durante la Primavera di Praga

Dopo una lunga malattia, Emil Zátopek morì a Praga il 22 novembre del 2000. Le parole migliori per descrivere ciò che ha rappresentato per la Repubblica Ceca, le ha trovate il giornalista Sakis Kontos: «In America ci sono Michael Jordan, Tiger Woods e tanti altri. Ma qui… qui c’è solo Emil Zátopek». Non è solo una questione di risultati sportivi, intendiamoci. Zátopek è stato un grande uomo, ancora prima che un grande atleta. Capace di sottoporsi ad allenamenti disumani per migliorare le sue prestazioni in pista. Capace di farsi amare da tutti, anche dai suoi rivali. Capace di far conoscere il nome della sua nazione al di fuori dei confini. Capace di impegnarsi in prima persona per l’affrancamento dell’allora Cecoslovacchia dall’Unione Sovietica. Capace di sopportare con dignità le pene a lui inflitte da un partito che voleva ridurlo al silenzio. Capace, alla fine dei conti, di essere ricordato ancora da tutti gli abitanti della Repubblica Ceca come una delle figure più importanti nella storia della loro nazione.

«Non esiste, e non c’è mai stato, un uomo più grande di Emil Zátopek.» (Ron Clarke)

Per approfondire:

About Filippo Antonelli

Filippo Antonelli
Classe 1992, studente di Linguaggi dei Media a Milano. Vivo a Varese. Appassionato di sport, pallacanestro e calcio in testa, da gran parte della mia vita.

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