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Le frontiere musicali di William Basinski

In ogni stadio della mia vita di ascoltatore ci sono stati degli artisti che mi hanno affascinato, almeno inizialmente, per una certa aura di mistero che li circondava. Quando avevo sedici anni, per esempio, gli Arcturus rappresentavano per me la vetta massima dell’esoterismo e della stramberia musicali. Un annetto dopo gli Explosions in the Sky mi conquistarono con i lunghi titoli delle loro canzoni e l’atmosfera naïf dei loro dischi. Nella maggior parte dei casi questo tipo di fascinazione non resiste al senso di familiarità portato da ripetuti ascolti, e la musica torna ad essere valutata secondo il più prosaico criterio del “quanta voglia ho di ascoltarla?”, ma il senso del mistero resta un importante motore per l’esplorazione di frontiere più o meno selvagge, e mi ha portato ad allargare i miei gusti in direzioni che altrimenti non avrei preso in considerazione.

Uno degli artisti che più hanno esercitato su di me questo tipo di fascino è sicuramente William Basinski. I primi contatti che ho avuto con lui devono risalire addirittura ai tempi del liceo perchè mi ricordo che a un certo punto mi ero messo in testa di mettere i suoi Disintegration Loops al centro della tesina di maturità, ma ci sono voluti anni di paziente rodaggio perchè la voglia di entrare nel club degli iniziati si traducesse in un effettivo godimento dei suoi dischi.
Del resto è difficile che un adolescente sturbato da Smiths e Smashing Pumpkins possa non sentirsi a corto d’ossigeno nell’aria esageratamente rarefatta dei lavori di Basinski, che dell’ipnotizzante e ripetizione di suoni distanti e misteriosi ha fatto una forma d’arte.
A tutt’oggi non saprei ben spiegare che tipo di musica faccia il buon William, se non usando un’etichetta piuttosto generica come “ambient”, e l’ineffabilità della sua proposta contribuisce a tenere vivo l’interesse per le nuove uscite con cui continua a deliziarci, seppur meno frequentemente che in passato.

william basinski
Il suo ultimo lavoro in particolare, intitolato Cascade, ce lo ripropone alle prese col formato della singola traccia da 40-50 minuti che ci ha regalato quasi tutti quelli che considero i suoi migliori lavori. L’ossessivo ripetersi di un loop (miei rilevamenti di dubbia accuratezza lo misurano in circa dodici secondi) potrebbe non sembrare un impiego particolarmente proficuo di un CD o del proprio tempo, ma l’esperienza di un disco di Basinski è un qualcosa che va provato per essere compreso. Il pianoforte subacqueo di Cascade produce un classico esempio delle atmosfere dell’artista statunitense, col suo suono coperto da una coltre imprecisata di rumori, provenienti forse da un passato ancestrale, forse da un distante futuro, e, grazie alla relativa concisione dell’opera, Cascade rappresenta un’ottima introduzione per chi volesse cominciare ad esplorare la discografia del nostro.

Chiaramente la pazienza e la dedizione iniziali che bisogna riservare ad un disco di questo tipo non saranno a disposizione degli ascoltatori meno determinati, e più in generale la sperimentazione di Basinski raggiunge degli esiti che vanno contestualizzati o quantomeno metabolizzati col tempo prima di poterne raccogliere i frutti. È però proprio l’arcana fascinazione di cui parlavo all’inizio del post, fascinazione che Basinski è senz’altro in grado di esercitare, che può fornire la motivazione necessaria a lasciar decantare nelle nostre orecchie l’esperienza di Cascade.
Il discorso è abbastanza fumoso, mi rendo conto, ma una delle sfide degli anni che passano è quella di restare motivati abbastanza da non finire col rispondere sistematicamente “non li conosco” quando qualche giovincello ci interroga sui suoi musicisti preferiti, e dove falliscono i testi emo che ci riempivano le giornate liceali può riuscire l’attrattiva dell’ignoto, dell’estremo e dell’inusuale.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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