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Bigness: un problema di rapporti

“Il junkspace è la realtà. Lo ha elaborato il ventesimo secolo, e il prossimo secolo ne sarà l’apoteosi.”

Rem Koolhaas

L‘architettura è fatta anche di libri, non solo di costruzioni. Ne esistono alcuni che a distanza di anni restano alla base della formazione del pensiero di chi li legge e che sanno condizionare il pensiero delle generazioni successive, altri che una volta stampati hanno già perso la loro utilità. Altri ancora lavorano in secondo piano, dopo aver seminato delle idee apparentemente confuse, ma in realtà così profonde da farle riemergere nei momenti meno attesi.

È il caso di Junkspace, scritto da Rem Koolhaas nel 2001 che già qualche tempo fa ci aveva fatto ragionare sulle dinamiche contemporanee dell’evoluzione del paesaggio urbano. Ed è sorprendente come la densità di quelle stesse pagine dia la possibilità di provare a formulare altre considerazioni, questa volta sulla scala, ovvero sulle dimensioni fisiche dell’architettura.

Perché uno dei suoi problemi principali è sempre stato quello di ordinare lo spazio in unità e proporzioni misurabili: le risposte a questa necessità non sono mai state scontate, ognuna rapportata al tempo e ai modi in cui si è espressa. Storicamente, nei casi in cui tale rapporto è stato scardinato, ovvero quando si è volutamente superato il rapporto diretto con  l’oggetto misurato, si sono avuti i grandi edifici rappresentativi, i palazzi, i grandi monumenti. L’elemento vincente è stato la moltiplicazione esponenziale delle proporzioni, ma all’interno di un modo di concepire l’architettura sempre legato al confronto antropometrico con lo spazio. Così è stato fino a pochi anni fa, quando Le Corbusier, attraverso il suo Modulor cercava di ordinare una serie di dati numerici riferibili alle dimensioni del corpo umano. Un metodo affascinante, probabilmente troppo personale per farne un linguaggio condivisibile. Il passaggio ad un nuovo modo di intendere il rapporto con lo spazio, ha reso prescindibile il rapporto diretto e misurabile con il corpo. Lo spazio si misura anzi in unità slegate dal rapporto con il corpo umano, non più in proporzioni.

Su queste considerazioni ci viene in aiuto Koolhaas, che prova a teorizzare il concetto di bigness, ovvero del problema della grande dimensione che si traduce nella soggezione che gli edifici troppo grandi trasmettono in chi li vive: “qual è il massimo [in termini di dimensioni, ndr] che l’architettura può fare?” (1) è allora la domanda fondamentale alla quale non sembra si sia ancora data una risposta. Volendosi allontanare dalle considerazioni sui costi di produzione e gestione di edifici dalla scala sovrumana che, seppure condivisibili, rimangono eccessivamente semplicistiche, sarebbe giusto capire che si tratta anche della questione intimamente umana del rapporto fisico con quanto ci circonda. Si capisce allora come il senso di estraniazione è un sentimento che si può facilmente provare quando la percezione degli spazi prescinde dal rapporto diretto con le dimensioni del proprio corpo.

E se le quotidiane esperienze ne sono la prova, nei grandi aeroporti piuttosto che nei grandi centri commerciali, un altro chiaro ed attuale esempio sono i grandi eventi sportivi, le grandi fiere e le esposizioni che ciclicamente assorbono attenzioni, energie e capitali. E sembra sconcertante constatare come si continui a  pensare a queste manifestazioni con lo stesso approccio che si aveva nei secoli passati. Eppure, se da un lato siamo diventati  diffusamente coscienti dei limiti che un ipocrita modello di crescita lineare ed ininterrotta pone nel campo dell’economia, un ragionamento simile non ancora stato fatto sull’architettura.

agnosia
Esposizione Universale di Shanghai, 2010

 

Come semplice dato quantitativo, e senza voler scendere nel merito dei singoli casi, basti pensare che l’esposizione universale del 2000 ad Hannover occupava una superficie di 160 ettari, per esplodere dieci anni dopo con i 530 di Shanghai e tornare ai 110 di quella in corso a Milano. Un ridimensionamento sensibile, ma ascrivibile più ad una impossibilità pratico/economica, piuttosto che ad una maturata sensibilità nei confronti delle dimensioni dell’architettura costruibile.

Questo allontanamento del rapporto fisico/dimensionale, appare riflesso nella perdita di identità della città che da tempo viene descritta e denunciata, essendo essa stessa costituita da altri elementi più piccoli, ma come abbiamo visto, altrettanto complessi. L’esasperazione del vuoto, inteso come contraltare della bigness degli edifici, rappresenta allora il rischio, oltre che il sintomo, della sconfitta dell’architettura dei nostri tempi. Attraverso la perdita di una forma leggibile della città contemporanea, si arriva alla prevalsa incontrollabile della dimensione orizzontale, dilatata nei suoi rapporti e nella sua incapacità di reagire con gli elementi che la compongono.

La ricerca di una dimensione riconoscibile non può essere classificata come approccio ingenuo alla soluzione del problema della bigness: ne deve costituire invece la base.

Poiché è impossibile parlare di bigness degli edifici senza riferirsi a quella delle città. I due elementi sono costituiti gli uni dalle altre, i limiti di ciascuno dei primi si leggono nelle contraddizioni delle città stesse. Se il ritorno ai rapporti classici tra uomo e architettura costituirebbe una ingenua proposta per il superamento dei problemi di oggi, la riscoperta della necessaria misurabilità dello spazio confrontato alle dimensioni del corpo, può costituire il mezzo attraverso cui rispondere alle domande che l’architettura contemporanea ci pone continuamente.

 

(1) Rem Koolaahs, Junkspace, Per un ripensamento radicale dello spazio urbano Quodlibet, Macerata 2001, pag. 21

About Alessio Agresta

Alessio Agresta
Architetto, convinto di aver scelto un mestiere capace di migliorare la vita di molti, ma anche in grado di far grossi danni. Scrivo su Polilinea dal 2012 anche per provare a schiarirmi le idee.

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