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Vite scolpite dalla rabbia: Una Storia Sbagliata

Cominciano al chiaro di luna e finiscono in un mare di inchiostro o di videochiamate. Le storie sono complicate, un po’ scontate, a volte sbagliate. E l’amore annega tra la rabbia e il dolore. Una storia sbagliata racconta una di quelle storie nere, che non si vogliono raccontare ma che non si riescono a dimenticare. Tra retorica e banalità, il film di Gianluca Maria Tavarelli è una storia a tinte forti sulla distruzione che porta la guerra o l’amore. Perché in entrambi i casi non ci sono né vincitori né vinti. Un’opera brillante per raffinatezza di scrittura e originalità di montaggio. Appassionante ma poco convincente. Proiettato a Montreal lo scorso settembre, il film è stato presentato in anteprima europea lunedì 1 giugno al Giardino degli Aranci di Roma per il decimo schermo pirata dei ragazzi del Cinema America Occupato. “Un esperimento che fa bene al cinema”, ha commentato Francesco Scianna, presente alla proiezione.

Roberto (Francesco Scianna) e Stefania (Isabella Ragonese) vivono serenamente la loro storia d’amore finché le continue partenze di lui non iniziano a minarla. Roberto, soldato, e Stefania, infermiera pediatrica, impegnata con l’associazione che sensibilizza le famiglie dei bambini nati con malformazioni a causa del petrolchimico, vivono a Gela, in Sicilia. Come “una coppia normale”, racconta Tavarelli, si amano, si sposano, comprano casa e vorrebbero avere un figlio. Ma lui va e viene dal fronte. Quando è in Iraq non vede l’ora di tornare da lei, quando è a casa non vede l’ora di ripartire. Lei non capisce. Poi l’attentato. E allora Stefania è costretta a indagare in quel dolore che non le dà pace.
La storia segue quindi i passi di Stefania che dalla Sicilia parte per l’Iraq per sapere la verità, vedere in faccia la famiglia del kamikaze che le ha distrutto la vita. Tavarelli non racconta in ordine cronologico, ma si lascia condurre da Stefania. Raccontare la guerra dal punto di vista di una donna è l’intento del regista che si focalizza sul momento in cui le piccole storie personali incrociano la grande Storia. Al tempo della globalizzazione siamo costantemente bombardati da immagini di popolazioni, guerre, paesaggi che ci illudiamo di conoscere. Ma tra il mondo raccontato dai media e le storie personali esiste uno spazio, di cui rimane traccia solo in irreparabili ferite.

Il film si snoda su una continua alternanza tra un passato di felicità e amore e un presente di sofferenza e desolazione. Un crescendo di emozioni che corre parallelo alla deriva di un amore. Tra la Sicilia e l’Iraq, ognuno dei due coniugi si ritrova sempre più solo senza che l’altro ne sia veramente colpevole. Tra andate e ritorni, l’unica certezza è la solitudine. E quella macchina che corre incessantemente lungo una via desertica diventa simbolo di quel disperato tentativo di ritrovare almeno se stessi in un viaggio che non ha senso. “Stefania –spiega Isabella Ragonese- parte con uno spirito irrazionale per cercare di vedere con gli occhi del marito quello che lui non sapeva raccontare”. Quello che doveva essere “un percorso di perdono” finisce per essere un “percorso di riconoscimento”.
Tra le sabbie del deserto Stefania cerca di liberarsi del suo dolore per poi ritrovarlo negli occhi della moglie del kamikaze. “Cos’altro vi serve da queste vite/ora che il cielo al centro le ha colpite/ora che il cielo ai bordi le ha scolpite”, cantava De Andrè i versi della canzone che dà il titolo al film.

Scolpita dal vento del deserto, la donna si ritrova cieca di fronte alla diversità, sorda alle sofferenze degli altri. Pur di arrivare alle informazioni sperate, l’infermiera inviata in Iraq mette a rischio la vita di una bambina malata. Allora fino a che punto il dolore può giustificare l’egoismo e la mancanza di rispetto per l’altro? Il ritratto di Stefania oscilla tra verità e buonismo senza scavare a fondo nell’animo del personaggio che rimane appiattito su sofferenze e pregiudizi. Un personaggio, quindi, poco credibile. Come l’Iraq ricreato nel deserto tunisino e i dialoghi tra Stefania e l’interprete (Mehdi Dehbi) sulla diversità e l’incomprensione tra culture che spesso cedono al cliché.
Dopo un lungo intervallo di fiction e serie, Tavarelli ritorna al cinema senza dimenticare l’esperienza della televisione. Una storia sbagliata brilla in tanti momenti ma nell’insieme non risulta all’altezza dei temi trattati. In poche scene ritroviamo quell’afflato che per tutto il film il regista insegue. E su Roberto e Stefania, magnificamente interpretati, non resta che un’ombra di pietas. In fondo, la guerra non è solo quella di chi va al fronte, ben più lacerante è la guerra di chi resta tra le macerie di chi è partito.

About Francesca Ferri

Francesca Ferri
Lucana nata a Roma, a 22 anni mi ritrovo alla scuola di giornalismo della Luiss. Una laurea in Lingue e letterature moderne a La Sapienza, un'attrazione per le lingue straniere e una passione per le parole in tutte le loro forme. Viaggi per il mondo e un anno a Parigi, dove sogno sempre di tornare, mi hanno lasciato curiosità e voglia di raccontare. La mia passione per la scrittura mi ha portato al giornalismo, nuova terra ancora da esplorare. La scrittura è per me una lente di ingrandimento sul mondo. Mentre ricerco la bellezza della verità nelle parole, progetto di imparare l'arabo, leggere Proust e girare il mondo alla ricerca di nuove storie da raccontare.

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