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Sufjan Stevens, Carrie & Lowell

L’immagine di un uomo solitario con una chitarra in braccio è una di quelle che hanno lasciato il segno. Ha degli echi ancestrali e può essere declinata in una varietà di direzioni, usata come base per sviluppi ulteriori o presa nella sua incarnazione più semplice, ed in ogni caso il pubblico sembra non averne mai abbastanza.
Da “rottamatore” musicale quale per certi versi mi considero non sono troppo affezionato a questa figura di aedo contemporaneo, e nel contesto specifico della musica popolare italiana credo anzi che sia un vero e proprio cancro, una di quelle tradizioni succhia-sangue che hanno da lungo tempo esaurito la benzina ma che continuiamo a trascinarci dietro per motivi che mi sfuggono.
Come dicevo sopra però, c’è un’attrattiva pressochè primordiale nell’uomo che denuda se stesso e la propria arte per donarsi al pubblico, e anche io non posso dirmi immune da questa fascinazione. A volte tutto cade al posto giusto e l’incantesimo viene inspiegabilmente riprodotto, mettendo a tacere qualsiasi monito della mia coscienza che mi vorrebbe giovine, baldanzoso e ascoltatore di Prurient.

È stato questo il caso, nell’ultimo paio di mesi, con l’ultimo album di Sufjan Stevens, che dopo l’accoppiata di dischi in pompa magna che lo hanno tenuto occupato per una decade è tornato al suono minimale degli esordi.
Non ero e non sono un fan sfegatato di Stevens: conosco i suoi vecchi lavori a spizzichi e bocconi, e prima di ascoltare Carrie & Lowell (questo il titolo del nuovo lavoro) i miei rapporti col cantautore statunitense erano stati pressochè inesistenti per anni. Ogni tanto ascoltavo Casimir Pulaski Day su YouTube, ma tutto lì. Non sono nemmeno stato particolarmente colpito sul vivo dal tema sottostante le canzoni, visto che mia madre gode di ottima salute e consuma quantità moderate di bevande alcoliche, caratteristiche che, a detta del suo pargolo, la signora Stevens non poteva vantare.
A voler essere particolarmente cinici si potrebbe anche riscontrare una parentela un filino troppo vicina tra il suono di Carrie & Lowell e quello dell’Elliott Smith primo periodo, diciamo fino ad Either/Or, ma lo spirito dei due menestrelli è molto diverso, e non credo che questa sia una critica molto fondata.

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Al di là di queste riflessioni un po’ estemporanee abbiamo davanti a noi un disco estremamente semplice, di quelli in cui le uniche cose che contano davvero sono proprio l’uomo e la chitarra di cui sopra. Per quanto scontata sia la forma, la sensazione di poter allungare la mano e stringere le interiora della persona che ci sta sussurrando nelle cuffie è così fortemente presente durante le undici canzoni che il resto passa in secondo piano.
C’è anche un certo sollievo nel pensare, non so quanto fondatamente, che questo tipo di musica sia di così facile comprensione e condivisione che oltre a portarci ad una qualche comunione col musicista, ci avvicini anche all’ascoltatore prossimo nostro. La settorializzazione delle scene musicali e l’idiosincrasia estrema dei gusti del pubblico anche solo minimamente smaliziato sono fatti che molti neo-fricchettoni o vetero-sessantottini non riescono ad accettare, ma che per lo più considero sviluppi positivi: faccio volentieri a meno della dimensione ritualistica del rock d’annata, e ho da lungo tempo rinunciato all’idea di poter condividere il mio raffinatissimo palato con chicchessia (fatta eccezione per i lettori di Polinice, savàsandir). Il pensiero che molte persone intorno al globo abbiano connesso con questa forma piuttosto primitiva e quasi rozza di espressione però scalda il mio cuoricino avvizzito, e mi fa in parte ripensare le mie posizioni.
Sia quel che sia, Carrie & Lowell è l’ennesima ripetizione di un mantra che in una forma o nell’altra attraversa la storia dell’umanità, e se non vi è mai capitato di bagnarvi in questo fiume sotterraneo, questo disco non rappresenta certo il peggior punto di contatto che potreste trovare.

About Lorenzo Peri

Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.