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Perché salvare gli edifici più odiati del globo

Vi è mai capitato, uscendo con un amico o con il proprio partner, di rimanere incantati a guardare un edificio per poi sentirsi dire: “non capisco perché ti piaccia tanto, è brutto”? Generalmente questo genere di esternazioni danno luogo a lunghe e appassionate lezioni di architettura, il cui obiettivo è mettere in mostra tutti i valori dell’architettura in questione che non si rivelano agli occhi di chi non ne conosce la storia, il contesto in cui sono nate, l’idea che rappresentano. Ecco, pochi giorni fa il New York Times ha pubblicato un interessante articolo, Sette architetti di primo piano difendono gli edifici più odiati del mondo. Se pensate che sia complicato convincere i vostri amici che Ville Savoye è un edificio bello ed importantissimo, pensate quanto possa essere difficile spiegare ad un’intera comunità perché l’architettura che tanto disprezzano merita invece di essere conservata e valorizzata.

Quali sono dunque le architettura più odiate del globo? Per la redazione del Times sono la Tour Montparnasse, l’Orange County Government Center (di cui Polinice si è già occupata), l’Empire State Plaza, le Vele di Scampia, il Tempelhof Airport, la BT Tower, ed il Centre Pompidou. Certo non è una selezione che tutti condivideranno, ma ciò che interessa in questo contesto non sono tanto gli edifici in sé stessi, quanto la capacità di grandi menti, il cui valore culturale è riconosciuto in maniera trasversale, di cambiare il modo in cui la comunità guarda a determinate tematiche. Due elementi di questo elenco colpiscono immediatamente: il primo è che due dei sette edifici si trovino a Parigi (e che uno di questi sia il Centre Pompidou!), il secondo è che sei di queste architetture siano state realizzate tra gli anni ’60 e ’70.

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Per estendere il ragionamento ad una scala più generale concentriamoci su due edifici in particolare: le Vele di Scampia e il Tempelhof Airport di Berlino. A prendere le difese del complesso realizzato da Franz di Salvo è Ada Tolla, architetto napoletano, fondatrice di Lot-ek. Queste le sue parole:

Se qualcuno mi mettesse davanti questo complesso oggi, senza aggiungere nessun dettaglio sul contesto o la storia, lo considererei un opera di architettura molto forte. Sono edifici iconici che rappresentano l’idea modernista del diritto alla casa, una casa per tutti. Nel momento in cui fu progettato il complesso rappresentava un’idea positiva, ottimista e progressista. Portava con sé l’idea che le megastrutture fossero un meccanismo in grado di risolvere il pressante problema della sovrappopolazione e della saturazione del centro città. Anche l’impianto urbano rappresenta questa idea: tutte le strade sono intitolate a rappresentati della sinistra, socialisti o marxisti. Le corti interne e la stessa forma della vela combinano uno dei momenti più umili e vitali di Napoli – il vicolo – con l’iconografia opulenta della città e dell’acqua. Ma il complesso era maledetto. Non è stato costruito come fu progettato: gli ingegneri cambiarono la struttura riducendo le corti interne, e quindi la luce. Nessuno degli spazi pubblici progettati fu realizzato. Gli edifici vennero occupati ancora prima di essere finiti. La camorra installò cancelli e impedì alla polizia di entrare. Per me è importante riconoscere che le Vele non rappresentano il fallimento dell’architettura, ma il fallimento dell’esecuzione e della gestione. La demolizione è spesso un tentativo di nascondere lo sporco sotto il tappeto, e non mi sembra la migliore maniera di imparare dal passato.”

Due concetti espressi dalla Tolla rappresentano per me la chiave di lettura di questa e molte altre architetture: per esprimere un giudizio critico non si può prescindere dal conteso storico e sociale nel quale sono state realizzate e non si può valutare il risultato dimenticando il processo. Cosa sarebbe successo se il crimine organizzato non avesse messo le mani sul complesso? Se l’amministrazione pubblica avesse favorito un processo graduale di appropriazione dovuta da parte della popolazione?

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Il secondo esempio che vale la pena analizzare è quello del Tempelhof, la cui difesa è affidata alle parole di Norman Foster:

Il Tempelhof è uno dei grandi edifici dell’epoca moderna, ma è inevitabile che non sia celebrato da tutti. L’architetto, Ernst Sagebiel, è stato allievo di Erich Mendelsohn, ma ha poi servito i nazisti. L’edificio era adiacente ad un campo di concentrazione in cui venivano rinchiusi giornalisti, politici ed ebrei, evocando perciò le associazioni più negative. Come un pendolo, servì i propositi del regime nazista e in seguito divenne ancora di salvezza tra il 1948 ed il 1949, quando gli aerei scaricavano scorte di cibo per Berlino Ovest. L’aeroporto è pieno di contraddizioni e paradossi. Ha una facciata austera, che non richiama lo stile nazista, ma piuttosto il razionalismo svedese. La facciata posteriore è connotata da struttura curva a sbalzo. Se fossi trasportato lì a camminare sotto quello sbalzo saresti sbalordito. L’architettura è eroica, non in una maniera pomposa, vuota, è un pezzo di ingegneria che solleva lo spirito. I monumenti, se ne rintracci l’origine, possono rivelare elementi preoccupanti del loro passato. Cionondimeno hanno qualità durevoli che, se si considerano i loro meriti, possono essere di esempio per noi”.

La cultura italiana è ben addentro di questo genere di ragionamenti: quanto a lungo Luigi Moretti è stato escluso dalla nostra storia per il valore politico che le sue architetture hanno rappresentato? Certo, ogni cosa ha il suo tempo, ma credo che ormai l’elaborazione dei disastri provocati dai fascismi sia matura e che siamo in grado di valutare in maniera oggettiva le architetture del periodo. Perché disprezzare un edificio per ciò che ha rappresentato? Non è molto più sensato costruirvi intorno un nuovo sistema di valori che rappresenti l’evoluzione, si spera positiva, storica di quella comunità?

Esiste una sottotraccia che collega tutti gli interventi dell’articolo, benché mai esplicita: quella della cultura. Mi riferisco, in questo contesto, ad una specifica definizione di cultura, che la definisce come “la costruzione di una capacità di orientamento, che basandosi sulla comprensione del passato, guarda alla costruzione del futuro[1]. Come possiamo apprezzare questi edifici se non abbiamo alcuna cultura dell’architettura dell’ultimo secolo, se non sappiamo come orientarci nella sua storia? Tutti gli interventi sottolineano come gli edifici analizzati rappresentino l’espressione culturale di uno specifico movimento, come, in qualche modo, i loro autori volessero contribuire alla costruzione della capacità di orientamento della loro società. Delle volte questa operazione ha avuto successo (penso al Centre Pompidou in particolare), cambiando il paradigma progettuale di una generazione di architetti; altre volte le intenzioni del progettista erano semplicemente in controfase rispetto ad orientamenti prevalenti.

La domanda che ci poniamo oggi è: possono questi sette esponenti di punta del mondo architettonico contribuire alla costruzione di un nuovo sistema di orientamento che ci permetta di valutare in maniera diversa ciò che già conosciamo?

 

 

 

[1] Definizione di A. Saggio, data nel corso di una lecture al dottorato di ricerca Teorie e Progetto, Università degli studi di Roma – Sapienza

About Matteo Baldissara

Matteo Baldissara
Sono un giovane architetto, laureato presso l'Università degli studi di Roma - Sapienza nel Luglio del 2014. Attualmente frequento, presso lo stesso ateneo, il XXX ciclo del dottorato in composizione Teoria e Progetto. Dal 2014 collaboro con lo studio di progettazione WAR (Warehouse of Architecture and Research). Appassionato di letteratura ed arte, strizzo l'occhio al mondo della tecnologia, dalla programmazione alla grafica, e a quello del marketing.

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