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Le rovine di Palmyra

Esplorando il teatro di guerra mediorientale, andiamo oggi in Siria per raccontare la caduta di Palmyra, la “sposa del deserto”, la “Venezia delle sabbie”, uno straordinario sito archeologico che 2000 anni fa era al centro delle vie dei commerci sul limes orientale di Roma (era infatti un importante centro carovaniero sul fiume Eufrate nel quale viaggiatori d’Oriente e d’Occidente si incontravano).
Secondo l’Osservatore Siriano dei Diritti dell’Uomo (OSDU), l’ISslamic State è penetrato in questo sito archeologico risalente al primo secolo dopo Cristo, considerato come il più bello della Siria e che accoglieva, prima del debutto della guerra, circa 150 000 visitatori per anno.

La preoccupazione e gli appelli per il timore di una possibile distruzione sono subito sorti in seno alla Comunità internazionale. Timore derivato dall’esperienza di quanto è recentemente accaduto nella straordinaria città assira di Nimrud in Iraq, devastata e rasa al suolo, a colpi di piccone, frese, bulldozer ed esplosivi.
Tuttavia, allo stesso tempo, la caduta di Palmyra sembrerebbe confermare anche l’impressione, ricavata da altri fronti non so quanto veritieri, che da appunto l’idea che dopo quattro anni qualcosa stia cambiando nella guerra siriana.
Fino a poco tempo fa si parlava di un Assad ormai quasi prossimo alla vittoria, ma oggi i ribelli hanno il vento in poppa. E non sto parlando solo dei ribelli di Daesh, ma anche di altri gruppi che stanno avanzando sul territorio.
Questo episodio della guerra da luogo a degli importanti risvolti e va a nutrire un mercato di contrabbando molto lucrativo per i terroristi. Dando uno sguardo alla mappa della Siria e alla mappa delle risorse energetiche siriane, la conquista della città di Palmyra pare essere più che altro la presa di un bottino archeologico che è fonte di introiti notevoli per lo Stato Islamico. Negli ultimi anni, infatti, la vendita dei reperti archeologici è diventata una fonte di profitto non indifferente. Se prima si pensava solo ai ricavati delle raffinerie, adesso gli interessi delle organizzazioni terroristiche si sono rivolti anche al contrabbando dei reperti archeologici, sia in Iraq che in Siria.
Io la vedo più in quest’ottica, anche se è fuori discussione che ciò rappresenta un avvicinarsi strategico alle regioni controllate dal regime. Geograficamente, mandare un movimento verso il sud a controllare una striscia di terreno, potrebbe preludere al riconoscimento di un fronte meridionale. Ed indubbiamente questo costituisce altresì un successo militare dello IS in Siria che, sembrerebbe, controlli oramai più della metà del territorio della nazione. La conquista di Palmyra è ha inoltre scatenato una eco mediatica senza precedenti in questo conflitto, in quanto è la prima città ad essere stata sottratta al governo di Bashar al-Assad.
La scorsa settimana sono arrivate dal fronte siriano altre notizie importanti, forse meno eclatanti dal punto di vista mediatico. In particolare, dalla provincia di Idlib dove i ribelli avrebbero completato una conquista iniziata a marzo quando era caduto il capoluogo della provincia. Qua siamo in un’altra zona, siamo al confine con la Turchia (dunque zona nord occidentale) e parliamo anche di ribelli di diversa provenienza. Sto parlando di una coalizione che ha il nome de “l’Armata della Conquista” composta da diversi gruppi islamisti e jihadisti. Il giornale Le Monde, qualche giorno fa, raccontava l’ esperienza di Idlib come una sorta di laboratorio di quello che potrebbe essere il governo di una Siria di domani.
Mi trovo fortemente scettico sulla coalizione dei ribelli che sta guadagnando terreno, se non altro per la loro matrice molto lontana da quella che era la matrice originaria della rivoluzione e per il fatto che chiaramente, se questo fosse il modello della Siria del futuro, staremmo parlando di una coalizione formata da Al-Qaida più un movimento salafita jihadista.

Tornando a Palmyra, Maamoud Abdelkarim, direttore delle antichità siriane, ha lanciato un nuovo appello alla Comunità Internazionale “per impedire il contrabbando e la distruzione di questa preziosa eredità siriana che è un’eredità dell’umanità”, consacrata a patrimonio mondiale dall’UNESCO,
Sin dall’inizio dell’offensiva jihadista contro questa oasi, numerosi osservatori internazionali temevano infatti che il sito subisse la stessa sorte toccata ai tesori archeologici iracheni distrutti poco tempo fa dallo IS.
Il direttore dell’OSDU ha recentemente precisato, nondimeno, di non essere stato informato per tempo della distruzione per mano degli integralisti in diversi antichi siti siriani. Secondo M. Abdelkarim, alcune centinaia di statue sono già state messe al sicuro.

La direttrice dell’UNESCO, Irina Bokova, ha dichiarato che “ciascuna distruzione che avrà luogo a Palmyra sarà non solamente un crimine di guerra, ma anche un enorme perdita per tutta l’umanità”, reiterando il suo appello al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di provvedere a tal riguardo. Da quando sono iniziati i combattimenti in Siria, una perla come Palmyra purtroppo è stata cancellata dalle mappe turistiche come Aleppo e Damasco. Le guerre stanno ridimensionando la grandezza del nostro pianeta, del nostro passato e anche del nostro futuro. Spazzano via ripetutamente terreni pregni di storia. Sta diminuendo il numero delle città sicure. Sta diminuendo il numero di siti archeologici studiati. Sta diminuendo il numero di monumenti protetti ed i


l numero di Paesi visitabili.

Ciò che prima era la testimonianza dello splendore e dei fasti di un altro tempo, è diventato oggi lo scenario di orrori e di morte.
Provo una sconcertante tristezza nel constatare che proprio nel tempo della globalizzazione, dei viaggi low-cost e della conoscenza a “portata di smartphone”, non ci si possa più permettere di viaggiare liberamente alla scoperta di luoghi così profondamente distanti dalla nostra identità, dotati di un fascino senza tempo.

È una sconfitta per i cittadini del mondo e per la cultura.

About Riccardo Di Marco

Laureato in giurisprudenza a La Sapienza di Roma. Studente presso il master dell'istituto studi diplomatici. Viaggiare, conoscere ed immergermi in differenti culture è ciò che più amo fare. Ecco perchè scrivo di politica internazionale.

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