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10 anni di Barça: Ronaldinho, Messi e le quattro Champions League

Ogni storia che si rispetti ha bisogno di un inizio. E la Storia, con la esse maiuscola, del calcio del terzo millennio ne ha uno ben preciso. Tremendamente suggestivo. È la sera dell’1 maggio 2005. Una giornata di ordinaria amministrazione per il Barcellona di Frank Rijkaard, primo in classifica con sei lunghezze di vantaggio sul Real Madrid. Dall’altra parte, c’è l’Albacete penultimo. Nonostante il dominio sul campo, il match è più difficile del previsto. Lo sblocca Eto’o a metà del secondo tempo. Al minuto 88, Rijkaard decide di far entrare quel piccoletto che, a 17 anni, ha già giocato 6 partite di Liga.

A Lionel Andrés Messi Cuccittini bastano due minuti per lasciare il segno: Ronaldinho lo libera davanti al portiere e l’argentino realizza con un pallonetto. Ma il gol viene annullato per fuorigioco millimetrico. Passa un minuto: van Bronckhorst recupera un pallone sulla sinistra e lascia a Deco. Lancio lungo diretto a Messi, che controlla di testa e gioca di sponda per Ronaldinho. Il tocco sotto del brasiliano è delizioso e, per la seconda volta in due minuti, lancia il ragazzino in porta. Messi lascia rimbalzare il pallone e regala agli 80000 del Camp Nou un altro pallonetto che scavalca Valbuena. Questa volta, al portiere dell’Albacete, non resta che raccogliere la sfera in fondo alla rete. Ronaldinho per Messi, un ideale passaggio di consegne che si concretizzerà solo qualche anno più avanti. È il primo gol dei 412 in maglia blaugrana.

«Conosco già il giocatore che prenderà il mio posto nel calcio e il suo nome è Lionel Messi. Ha qualcosa di diverso da ogni altro calciatore. È un leader che sta dando l’esempio.» (Diego Armando Maradona dopo la tripletta di Messi nel Clásico 2007)

Il Clásico d’andata della stagione 2005/2006

Dal 2005, Messi è definitivamente aggregato in prima squadra. Ma non è ancora il leader tecnico ed emotivo, quel ruolo spetta ad un altro giocatore. Colui che ha saputo far proseguire la tradizione dei grandi numeri 10 del Barça: Maradona, Romário e Rivaldo, per fare qualche nome. Ronaldinho, a metà degli anni 2000, è semplicemente il miglior giocatore del mondo. Un’esperienza mistica per chiunque abbia la fortuna di vederlo sul campo. L’essenza pura del calcio: classe, magia, spettacolo, imprevedibilità. E quel sorrisone irriverente con cui sfodera, ad ogni piè sospinto, i suoi indimenticabili dentoni. Ma Ronaldo de Assis Moreira, a metà degli anni 2000, non è solo questo: è anche concretezza, tremenda concretezza. Una squadra intera attende le sue invenzioni e di esse si nutre.

La sera in cui Ronaldinho spicca definitivamente il volo è quella del 19 novembre 2005, ad un mese dalla conquista del Pallone d’Oro. Il Barça, che aveva iniziato il campionato con appena due vittorie nelle prime sette giornate, ha inanellato una serie di quattro successi in fila. Ora però si fa sul serio: si va sul campo del Real Madrid. Rijkaard opta per una mossa a sorpresa: nel tridente titolare non c’è Ludovic Giuly, ma Leo Messi. Ed è proprio l’argentino a propiziare il gol dell’1-0: partenza dalla trequarti, dribbling secco su Iván Helguera. Eto’o gli soffia il pallone e calcia nell’angolino. In tutto questo, non si può certo dire che Ronaldinho stia a guardare. Il brasiliano, partendo dalla sinistra, fa ammattire Míchel Salgado con un dribbling dietro l’altro. Il linguaggio del corpo del terzino spagnolo è di quelli che non lasciano dubbi: Salgado appare semplicemente rassegnato, quando al 40′ Ronaldinho fa partire un contropiede ─ che non verrà concretizzato ─ con un tocco indescrivibile all’indietro.

Nel secondo tempo, però, è Sergio Ramos ad accorgersi di quanto fermare quell’avversario sia impossibile, e forse sarebbe persino ingiusto. Al 60′ Ronaldinho riceve sulla sinistra e di nuovo il mondo è a bocca aperta. Mette a sedere Sergio Ramos allargandosi sulla fascia, poi rientra verso il centro dell’area, supera agevolmente Helguera e infila Casillas per il 2-0. Basta un altro quarto d’ora per ritrovare il Real fatalmente scoperto da quel lato. Stavolta Ronaldinho non punta il centro dell’area: prosegue la sua corsa ─ ostacolata ancora una volta da Sergio Ramos ─ verso il fondo e, di interno destro, buca l’estremo difensore dei Blancos. L’espressione di Casillas è eloquente: scuote la testa e allarga le spalle, come chi sa di essere impotente testimone dello spettacolo. E a questo punto avviene una scena magica, di quelle che mettono i brividi per la loro unicità e valenza. Tutto il Bernabéu, lo stadio degli eterni rivali, si alza in piedi. Ed esplode in una indimenticabile standing ovation per un giocatore del Barcellona. Ronaldinho, la stella più brillante dell’universo.

«È stata una partita perfetta. Non me la dimenticherò mai perché è rarissimo per qualsiasi giocatore ricevere applausi del genere dai tifosi avversari.» (Ronaldinho)

La Champions League 2005/2006

I sogni di gloria europei dei Blaugrana devono passare ─ agli ottavi ─ da un’avversaria feroce: il Chelsea di José Mourinho, semifinalista dell’anno precedente. Soltanto un anno prima, Ronaldinho aveva segnato ai londinesi uno dei gol più belli della sua carriera. Nella gara di andata succede di tutto: i Blues rimangono in dieci per un’entrata killer di Del Horno su Messi, ad esempio. Nella ripresa i padroni di casa vanno in vantaggio grazie ad un pasticcio di Valdes e Puyol su una punizione di Lampard, ma Terry restituisce il favore con un autogol. Forte del gol del pareggio, l Barça diviene padrone dal campo, creando occasioni su occasioni. Il 18enne Messi colpisce un incredibile incrocio dei pali con un tiro da fuori area. Serve una pennellata mancina di Rafa Márquez per pescare Eto’o di testa nell’area piccola, 2-1. Nel ritorno il punteggio rimane inchiodato fino al minuto 77, quando Ronaldinho scherza Ricardo Carvalho e John Terry come se fossero due scolaretti e infilza Cech per sigillare il passaggio del turno.

Nei quarti il Benfica di Fabrizio Miccoli potrebbe sembrare un avversario di poco conto, ma la gara d’andata termina sul risultato di 0-0. È il solito Ronaldinho, al 20′ del ritorno, a trovare la rete: questa volta si limita ad appoggiare in gol un magnifico suggerimento di Eto’o. Il camerunense chiude poi i conti nel finale. Sulla strada del Barcellona c’è ora il Milan di Ancelotti, finalista a Istanbul un anno prima. Il doppio confronto ha un sapore di finale anticipata: dall’altra parte del tabellone, si incontrano Arsenal e Villarreal. All’andata prevale l’equilibrio. Il Milan colpisce un palo con Gilardino, poi Valdés nega il gol a Shevchenko. Il Barcellona risponde con gli imprecisi tiri da fuori di Eto’o. All’inizio del secondo tempo, Kakà e Gilardino sprecano un’occasione ghiottissima. E a questo punto si materializza il guizzo del fuoriclasse: Ronaldinho è sulla trequarti, tallonato da Gattuso. Il numero 8 rossonero, nel contrasto, cade per un secondo. Non fa in tempo a rialzarsi: quando si rimette in piedi, il fantasista brasiliano ha già fatto partire un lancio millimetrico che manda in porta Giuly. Dida esita sull’uscita e permette all’avversario di trovare il gol. Ronaldinho, pochi minuti dopo, colpisce anche un palo in contropiede. Poco male per i Blaugrana: favorita anche da un gol regolare annullato a Shevchenko, la squadra di Rijkaard riesce una settimana dopo a tenere lo 0-0 in casa e a qualificarsi per la finale di Saint-Denis. L’allenatore olandese, tuttavia, deve fare a meno di Messi, alle prese con un infortunio.

L’Arsenal sorprende i rivali nelle battute iniziali della gara: Valdés è costretto a due miracoli su Henry e nemmeno l’espulsione del portiere Lehmann, che lascia in dieci la squadra di Wenger, interrompe gli attacchi dei londinesi. Al 37′, una punizione dalla destra battuta da Henry permette a Sol Campbell di trovare il gol del vantaggio. Eto’o colpisce un palo prima della fine del primo tempo. All’intervallo Rijkaard decide di rimescolare le carte, inserendo Iniesta al posto di Edmilson. La ripresa, dopo un brivido iniziale procurato da Ljungberg, è del Barcellona. Il cambio decisivo è quello del 61′: Henrik Larsson al posto di Mark van Bommel. Lo svedese, al minuto 76, lancia in porta Eto’o per il pareggio. Quattro minuti più tardi, sfrutta un varco lasciato sulla destra dalla difesa dell’Arsenal per servire a Belletti ─ entrato per Oleguer al 71′ ─ l’assist decisivo. Dopo 14 anni di attesa, il club catalano può alzare al cielo la seconda Champions League della sua storia. Puyol viene eletto miglior difensore della competizione, Deco miglior centrocampista e Eto’o miglior attaccante. Ronaldinho, con 7 reti, arriva secondo in classifica marcatori alle spalle di Shevchenko (9).

Messi ha svelato un retroscena relativo ai festeggiamenti della Champions 2006. Il suo rimpianto più grande, infatti, è quello di non aver mostrato troppo entusiasmo, deluso com’era di non aver potuto giocare per guai fisici. Per questo motivo, ricorda con particolare affetto il gesto di Ronaldinho, Deco e Thiago Motta, che al termine della gara gli portarono la coppa.

«La gente parla sempre di Ronaldinho, Eto’o e Giuly, ma non li ho visti oggi, io ho visto Henrik Larsson. È entrato, ha cambiato la partita ed è stato il fattore decisivo. Spesso voi parlate di Ronaldinho e Eto’o e alla gente piace; dovete parlare del giocatore che fatto davvero la differenza, e stasera è stato Henrik Larsson.» (Thierry Henry)

2008: l’addio di Ronaldinho e l’arrivo di Guardiola

Dopo il successo europeo del 2006, la situazione si è fatta pesante per Rijkaard e per il club. La stagione 2006/2007 ha visto un secondo posto in campionato e un’eliminazione in semifinale di Champions. Sono emersi i primi screzi tra Rijkaard e alcuni giocatori-chiave della squadra ─ Eto’o su tutti ─ e Ronaldinho ha avuto una stagione tormentata da problemi di forma, pur avendo firmato il record personale di reti (21) in Liga in un solo anno. I risultati dell’annata 2007/2008 sono ancora più deludenti e convincono Laporta ad una decisione drastica: licenziato Rijkaard, dal 30 giugno 2008 la squadra è affidata all’allenatore del Barcellona B, l’ex capitano dei Blaugrana Josep Guardiola.

Guardiola ha un’idea rivoluzionaria di calcio. Vuole che i suoi giocatori ─ tutti con spiccate doti tecniche ─ vadano a pressare molto alti al fine di recuperare in fretta il pallone. A quel punto, il Barça gestisce il possesso come forse mai nessuno nella storia del calcio. Una fitta ragnatela di passaggi, per lo più corti e rapidi. Il cosiddetto tiki-taka. Il Barcellona di Guardiola punta a sfiancare gli avversari e, al contempo, a trovare il varco giusto ─ con calma e pazienza ─ mediante i movimenti senza palla degli attaccanti. Il nuovo allenatore, fin dal primo giorno, ha già in mente i giocatori che faranno parte del suo progetto. E le colonne portanti di questo sistema, oltre all’ormai maturo Lionel Messi, sono gli spagnoli Xavi Hernández e Andrés Iniesta, che hanno caratteristiche perfette per interpretare il calcio alla maniera di Guardiola.

Xavi è uno dei giocatori più importanti del Barcellona dal 2001, ma prima della promozione di Guardiola non è mai stato accompagnato da grandi proclami. Certo, è già una colonna della nazionale ─ titolare nella finale degli Europei 2008, vinta contro la Germania ─ e del calcio spagnolo in generale. Il tiki-taka lo aiuta a esaltare ulteriormente le sue qualità e a guadagnare anche il riconoscimento internazionale. È nel Barcellona di Guardiola che emerge per la precisione dei suoi passaggi e per una certa propensione a far uscire dal suo piede traiettorie impossibili per mandare in rete i compagni. Xavi esisteva anche prima del gioco di Guardiola, questo non è in dubbio. Ma si può dire, senza timore di andare lontani dalla realtà, che sia stato proprio quest’ultimo a permettere al centrocampista quel salto di qualità che lo fa considerare, oggi, uno dei migliori interpreti della mediana che il calcio abbia mai avuto.

Nel frattempo, Pep autorizza le cessioni di Ronaldinho e Deco. Due giocatori fondamentali per Rijkaard, ma ritenuti inadatti alla nuova idea di calcio che il club blaugrana deve mettere in pratica. Deco va al Chelsea, dove ritrova Felipe Scolari, che aveva allenato la nazionale portoghese dal 2002 al 2008. Ronaldinho, invece, al Milan. Non è un addio indolore, sebbene il brasiliano abbia giocato ─ a causa delle condizioni fisiche rivedibili ─ appena 26 partite nella stagione precedente. Ancora oggi, Dinho resta uno dei giocatori più amati dal pubblico del Camp Nou. Che ha avuto la possibilità di tributargli tutto il suo affetto in occasione del Trofeo Gamper del 2009, quando Ronaldinho è tornato a Barcellona da avversario. La carriera ad alti livelli ─ in Europa ─ dell’ex numero 10 del Barça è sostanzialmente terminata dopo la sua partenza dalla Catalogna. Dinho è entrato nel cuore dei tifosi anche al Milan e ha sfoderato qualche prestazione memorabile, ma non è più tornato ai livelli di prima.

«Ronaldinho e gli altri brasiliani hanno reso le cose molto facili per me. Ma più di tutti lui, perché era la stella della squadra e mi ha insegnato tanto. Non è facile per un 16enne, specialmente con il mio carattere, entrare in uno spogliatoio. Ronaldinho mi ha sempre aiutato e ho avuto la fortuna di condividere tanti grandi momenti con lui. È una bellissima persona ed è questa la cosa più importante.» (Lionel Messi)

Il Triplete 2009

Il calcio di Guardiola conquista subito appassionati e addetti ai lavori. Il Barcellona è più che mai spettacolare e concreto. E l’inizio in Liga è incoraggiante per i Blaugrana: dopo i passi falsi contro Numancia e Racing, il Barça spicca il volo e conquista, a suon di gol, 19 vittorie in 20 partite. A maggio, c’è la sfida decisiva per prendere definitivamente il largo su un Real che è solo a -4 in classifica. La partita si trasforma in uno dei più grandi massacri che la storia del Clásico ricordi: il Real va subito in vantaggio con Higuaín, ma viene raggiunto dal gol di Henry e superato con quello di Puyol. Messi rincara la dose e, nonostante il gol di Ramos in apertura di ripresa, il Barça dilaga con le reti di Henry, Messi e Piqué. 6-2, al Bernabéu. La più grande sconfitta dal 1930 per il Real Madrid. E una vittoria, per il Barcellona, che chiude definitivamente il discorso Liga. Il campionato i Blaugrana lo concludono con 105 reti segnate in 38 partite, al fianco di appena 35 gol subiti. Il miglior marcatore del club in Liga è Samuel Eto’o (30 reti), davanti a Messi (23). Due settimane dopo il 6-2 nel Clásico, il Barça vince anche la Coppa del Re: 4-1 sull’Athletic, con gol di Touré, Messi, Bojan e Xavi.

In Champions, il Barça ha sfruttato le sfide casalinghe per avere la meglio sul Lione (5-2) negli ottavi e sul Bayern Monaco (4-0, tutti nel primo tempo) nei quarti. Ma la semifinale vede il Barça affrontare una rivale europea ormai storica: il Chelsea. La sfida d’andata, giocata al Camp Nou, si risolve sostanzialmente in 90 minuti d’assedio. La porta del Chelsea, nonostante i venti tiri degli avversari, rimane inviolata. La squadra di Guardiola è chiamata a far l’impresa a Stamford Bridge, il campo da cui passarono i destini dei Blaugrana anche nel 2006. La gara di ritorno è ricordata più che altro per i disastri dell’arbitro Øvrebø, palesemente inadeguato a dirigere un match di quella portata. Il Chelsea, penalizzato da tutte le scelte del direttore di gara, rimane comunque in vantaggio nel doppio confronto dal minuto 8 ─ gol di Essien ─ fino al 93′, quando Iniesta, servito da Messi, scarica sotto l’incrocio un gol che vale la finale di Champions. A Roma il Barcellona trova il Manchester United campione in carica: Eto’o segna subito il gol del vantaggio, poi ─ dopo 60 minuti in cui gli inglesi vendono cara la pelle ─ è Messi di testa, su assist di Xavi, a firmare il 2-0. Con 22 anni ancora da compiere, l’argentino è il più giovane capocannoniere di sempre nella storia della Champions League (9 reti). Il Triplete del Barça verrà arricchito, entro la fine del 2009, con le vittorie di Supercoppa Spagnola, Supercoppa Europea e Mondiale per Club.

«Non siamo la miglior squadra nella storia del Barcellona, ma siamo quella che ha avuto la miglior stagione.» (Josep Guardiola)

I problemi del 2010 e il ritorno al trono nel 2011

L’annata 2009/2010, che parte carica di attese dopo il Triplete del 2009, si può riassumere con un nome e un cognome: Zlatan Ibrahimović. Il Barcellona dona all’Inter 46 milioni di euro più Samuel Eto’o per mettere le mani sul fuoriclasse svedese. Ma Ibra, per un calcio come quello che vorrebbe vedere Guardiola, è un problema. È una personalità troppo forte, non ama il carattere del suo nuovo allenatore e si comporta in contrasto con i regolamenti interni del club. Un altro punto di rottura è legato alla posizione in campo: Guardiola si fa portavoce delle perplessità di Messi e comunica ad Ibrahimović che vorrebbe vedere l’argentino più coinvolto in posizione centrale e sotto porta. L’unione tra Ibra e il club blaugrana dura appena un anno e non può essere considerato un successo. Lo svedese, che nell’estate 2010 viene ceduto al Milan, chiude la stagione con 21 gol in 45 gare. Il Barça si conferma in Liga, ma non in Champions, dove subisce l’eliminazione ad opera dell’Inter in semifinale.

Per questo motivo, la stagione 2010/2011 assume i contorni di una magica riscossa per i ragazzi di Guardiola. E per il suo gioco, che nel frattempo ha smesso di stupire e ha guadagnato un numero pressoché infinito di detrattori. Viene ritenuto noioso, prevedibile, fine a se stesso. «Vogliono andare in porta col pallone», è una delle frasi che si sentono più spesso a tal proposito. In campionato i Blaugrana continuano a non far prigionieri: arrivano al Clásico di fine novembre con 10 vittorie e 31 punti nelle prime 12 partite. Un dato impressionante, ma che non basta per il primo posto. Il Real Madrid del neo-allenatore Mourinho è a quota 32. La sfida tra il portoghese e Guardiola diventa quasi più importante, per la stampa, di quella sul campo tra Messi e Cristiano Ronaldo. Il match del Camp Nou inizia con Iniesta che manda in gol Xavi al 10′, vantaggio che il Barça incrementa dopo appena otto minuti grazie alla realizzazione di Pedro. Nel secondo tempo i Blancos continuano a subire le iniziative dei rivali storici: Villa fa una doppietta e, nel finale, si toglie la soddisfazione di segnare al Real anche il giovane Jeffrén. 5-0 o, se preferite, la Manita. Dopo questo sorpasso, il Barça non si volta più e chiude il campionato a quota 96 punti. Messi arriva secondo in classifica cannonieri (31 gol) dietro a Ronaldo (40) e primo in quella degli assist (18).

Come nella semifinale di Champions del 2009 contro il Chelsea, il Barça è investito dalle polemiche anche nel corso dell’edizione 2010/2011. Agli ottavi, l’Arsenal vince 2-1 l’andata ed è sull’1-1 al ritorno. Al 56′, tre minuti dopo aver segnato il pareggio, si ritrova in dieci per un secondo giallo esageratissimo mostrato a van Persie dall’arbitro svizzero Busacca. Il Barça approfitta della superiorità numerica per segnare con Xavi e Messi (su rigore). Dopo la passeggiata di salute contro lo Shakhtar (5-1 all’andata), in semifinale è in programma l’epica sfida tra Barcellona e Real Madrid. Il Barça al Bernabéu va a vincere 2-0 (Messi, Messi), anche se il Real non digerisce l’espulsione diretta di Pepe al 61′. Al termine della gara, Mourinho si prodiga in una leggendaria conferenza stampa («¿Porqué?»). Basta un gol di Pedro al ritorno per spegnere le velleità di rimonta del Real. La finale di Wembley diventa quindi la rivincita del 2009: Barcellona contro Manchester United.

Questa volta, il divario tra le due formazioni appare ancora più evidente. La squadra di Alex Ferguson è schiacciata nella sua metà campo fin dal calcio di inizio. Il Barça non aspetta altro che l’occasione giusta per sbloccarla: al 27′ Xavi, con una palla geniale, pesca Pedro che non sbaglia a tu per tu con van der Sar. Ma alla prima vera occasione lo United trova una combinazione spettacolare che spedisce Rooney al tiro per l’1-1. La pressione della formazione di Guardiola, se possibile, aumenta ancora. E quando tutto sembra in equilibrio, è la squadra con il miglior giocatore del mondo che finisce per prevalere. Era così con Ronaldinho, è così con Messi: l’argentino si accentra partendo da destra, approfittando della copertura pigra di Park, e buca il portiere dello United dalla distanza. Dopo un quarto d’ora, il Barça trova anche il 3-1 con uno splendido gol di Villa. Per i catalani si tratta del quarto successo continentale della loro storia. Il terzo in appena sei stagioni.

«In tutta la mia carriera da allenatore, questa è la miglior squadra che io abbia mai affrontato. Tutti lo riconoscono e io lo accetto. Non è facile pensarla in altro modo quando ti battono in questa maniera. Si meritano la vittoria perché giocano nel modo giusto e si divertono con il loro calcio.» (Sir Alex Ferguson)

I record di Messi e gli anni di transizione

Giocare a calcio ai massimi livelli e vivere costantemente sotto i riflettori non è mai facile, nemmeno se ti chiami Leo Messi. Gli anni successivi alla Champions del 2011 sono tumultuosi, per il Barça e per il suo fenomeno. Messi distrugge ogni tipo di record, con 50 gol in campionato e 73 totali nella stagione 2011/2012. Ma i Blaugrana sono sopravanzati nella Liga dal Real Madrid e vengono eliminati in semifinale di Champions dal fortunato e ultra-difensivo Chelsea di Di Matteo. Nonostante gli insuccessi di squadra, Messi vince il suo quarto Pallone d’Oro consecutivo. Riportando alla luce le polemiche successive all’assegnazione del 2010, quando arrivò davanti a giocatori decisivi per la conquista della Champions League ─ Sneijder e Milito su tutti ─ o della Coppa del Mondo ─ i suoi compagni di squadra Xavi e Iniesta.

Come se non bastasse, al termine di quella stagione Guardiola decide di lasciare il club. Il Barça passa nelle mani di Tito Villanova prima e di Gerardo Martino poi, riuscendo a riconquistare la Liga nel 2013, ma senza avere successo in Champions League, a causa delle eliminazioni patite ad opera di Bayern Monaco e Atletico Madrid. Il ciclo del grande Barcellona, inaugurato nel 2005 con l’inclusione di Messi in prima squadra, sembra agli sgoccioli. La Pulce continua a segnare, 101 gol in due anni, ma il sistema Barça sembra in crisi nelle sue fondamenta. Il gioco non convince più, non è più in grado di impensierire le migliori difese europee. Le avversarie attendono pazientemente l’errore nel fraseggio e poi ripartono, approfittando di una difesa che non è più rocciosa come negli anni d’oro. Nonostante i correttivi apportati dai nuovi allenatori, il Barcellona sembra schiavo di se stesso e del suo passato. Ancorato ad una impostazione di gioco che non riesce più ad eseguire con efficacia. La dirigenza blaugrana ha bisogno di compiere investimenti e di rivedere le sue filosofie. In quest’ottica di arricchimento dell’organico, arrivano Neymar nel 2013 e Suárez nel 2014. E la squadra viene affidata a Luis Enrique.

Il Barcellona di Luis Enrique e il Triplete 2015

Rivedere le filosofie, dicevamo. Luis Enrique, sebbene provenga dal Barcellona B come Guardiola, non segue la stessa visione del calcio. Accantonato il tiki-taka, anche perché l’età avanzata di Iniesta e soprattutto Xavi non permette un gioco così dispendioso. La squadra è più sbilanciata rispetto a prima, ma sfrutta appieno il talento di un tridente irreale composto da Messi, Neymar e Suárez. Il pressing non è più finalizzato, come in precedenza, al recupero di palla per gestire il possesso, ma a verticalizzare in rapidità per attaccare una difesa colta in contropiede. Ci vuole tempo per implementare il nuovo sistema offensivo. Non fosse altro che Suárez è fuori fino al 25 ottobre per la squalifica conseguente al morso a Chiellini durante i Mondiali 2014. Prima del rientro dell’uruguaiano, per la verità, il Barcellona vince sette partite delle prime otto senza subire neanche un gol.

La rivoluzione di Luis Enrique non è indolore. Ha risvolti che vanno oltre il campo e che mettono in dubbio la stessa permanenza dell’allenatore in blaugrana dopo appena pochi mesi. In questi casi si può fare riferimento solo a voci di corridoio e rumors, ma è certo che il suo carattere e le sue idee abbiano causato un piccolo terremoto. Per giunta in una stagione già difficile per il blocco del mercato e il licenziamento di Zubizarreta, seguito dalle dimissioni del suo assistente Puyol. Luis Enrique, durante la sua prima stagione al Barça, ha avuto problemi con i due migliori giocatori della squadra, Messi e Neymar. La rottura con il primo, ad un certo punto dell’anno, pareva insanabile. Ma l’allenatore ha avuto l’intelligenza di assecondare le richieste e gli umori dei suoi fuoriclasse. Portando il Barcellona a livelli che solo Guardiola aveva raggiunto.

La sconfitta per 3-1 al Bernabéu nel Clásico d’andata è un incidente di percorso. Il Barça disputa uno dei campionati più incredibili dell’era moderna: 110 gol segnati, appena 21 subiti. Nonostante, come dicevamo, una squadra sbilanciata nell’impostazione e completamente votata ad innescare un tridente che, nella sola Liga, ha accumulato 81 reti. La marcia a suon di gol del Barça colpisce anche in Coppa del Re, dove i Blaugrana eliminano Huesca (12-1 nel doppio confronto), Elche (9-0), Atletico Madrid (4-2) e Villarreal (6-2), arrivando così all’atto finale contro l’Athletic Bilbao. Una formalità, soprattutto se Messi è in serata di grazia. L’argentino mette per due volte il suo nome sul tabellino dei marcatori. E lo fa a modo suo: il primo gol, al 20′, è una pietra miliare della storia del calcio. Parte a destra, passa in mezzo a tre avversari, ne salta un quarto entrando in area e calcia sul primo palo. Onnipotenza allo stato puro. Luis Enrique, al suo primo anno da allenatore del Barcellona, si porta così in corsa per eguagliare il Triplete 2009 di Guardiola.

Il terreno di prova più importante per il Barcellona è quello della Champions. I tre anni precedenti hanno scalfito tutte le certezze dei Blaugrana, che ad inizio stagione vengono considerati sfavoriti rispetto al Bayern Monaco e al Real Madrid. Alla seconda partita del girone, tra l’altro, la squadra di Luis Enrique cade per 3-2 sul campo del PSG. E il sorteggio degli ottavi non è dei migliori: c’è il Manchester City. Una doppia sfida in discesa per le due reti di Suárez nella prima mezz’ora, ma che si complica dopo l’errore di Messi nei minuti di recupero, con il Barça che vince solo per 2-1. I Blaugrana reagiscono con l’1-0 in casa e atterrano, nei quarti di andata, anche il PSG: 3-1, con Suárez che fa letteralmente impazzire il malcapitato ─ e in una certa misura colpevole ─ David Luiz. Dopo il 2-0 di Parigi, all’allievo Luis Enrique spetta la sfida con il maestro Guardiola ed il suo Bayern Monaco. L’andata sembra bloccata, finché Messi al minuto 77 beffa Neuer dalla distanza. Tre minuti più tardi, mette a sedere Boateng e si inventa un pallonetto per il 2-0. Risultato che, nei minuti di recupero, sarà gonfiato ulteriormente dalla rete di Neymar in contropiede. A poco serve la reazione del Bayern, che vince 3-2 in casa. Il Barça è in finale di Champions.

Ed affronta a Berlino una delle più grandi sorprese dell’edizione 2014/2015, la Juventus di Massimiliano Allegri. Una partita che sembra subito in discesa: Messi cambia gioco per Neymar, che premia l’inserimento di Iniesta. L’Illusionista s’inventa un assist geniale per Rakitic e dopo 4′ è già 1-0. Il gioco del Barcellona potrà anche essere cambiato, ma Iniesta è sempre lo stesso di prima: nella finale di Berlino ha completato 49 dei 55 passaggi tentati. Il punteggio potrebbe anche farsi più rovinoso per la Juventus nei primi 25 minuti, ma Buffon salva il risultato. Il Barça, in una sorta di revival del passato, si limita a gestire fino all’intervallo. Poi la Juve reagisce e, su una respinta corta di ter Stegen, trova il pareggio con Morata. Si può ammirare, nei venti minuti che seguono il gol dei bianconeri, la più interessante evoluzione del Barcellona di Luis Enrique: i Blaugrana stanno indietro, aspettano. Sanno di avere più chance se innescano i tre davanti in situazioni di contropiede. E così succede: la Juventus rischia l’infilata in più occasioni. Poi Messi, al 75′, è sontuoso nel liberarsi di Lichtsteiner e far partire il tiro. Buffon devia, Suárez arriva per primo: 2-1. Neymar, nei minuti di recupero, chiude i conti. Quarta Champions League in dieci anni.

«Neymar aveva fatto una grande stagione l’anno scorso, al suo primo impatto con il Barcellona e con il calcio europeo. Quest’anno è stato spettacolare. È cresciuto in maniera incredibile, dal punto di vista delle statistiche e delle prestazioni. Ha dimostrato di essere uno dei migliori giocatori del mondo.» (Luis Enrique)

Epilogo

Il Barcellona ha segnato in maniera indelebile gli ultimi dieci anni di calcio mondiale. Non solo per i titoli conquistati, ma anche per i giocatori che lanciato ad alti livelli e per le differenti filosofie di gioco che ha mostrato in questo arco di tempo. Dal Barcellona tecnico e offensivo di Rijkaard alle ripartenze di Luis Enrique, passando per il tiki-taka di Guardiola. E l’epoca del Barça non sembra in procinto di finire. Negli anni i tifosi blaugrana hanno assistito alle partenze di Ronaldinho e di Eto’o, al breve esperimento con Ibrahimović e ai ritiri di due giocatori-simbolo come Carles Puyol e Xavi Hernández, che ha avuto nel finale della sfida con la Juve la sua passerella. Ma il club ha saputo rinnovarsi, trovando le risorse giuste per il campo e per lo staff tecnico.

Un capitolo a parte lo meritano Messi e Iniesta, due giocatori che ─ come Xavi ─ hanno fatto parte di questo ciclo fin dall’inizio. E, a differenza del numero 6, avranno la possibilità di scrivere anche le pagine future della storia blaugrana. Messi ha ormai conquistato la sua posizione tra i migliori giocatori che il calcio abbia mai visto. E la quarta Champions League vinta ─ terza da titolare ─ non ha fatto altro che distruggere ulteriormente i pochi argomenti rimasti ai suoi detrattori. I suoi numeri parlano di 412 reti in 482 presenze ufficiali. È il giocatore con il maggior numero di gol segnati nella Liga (283) e in Champions League (77, pari a Cristiano Ronaldo); detiene il record per il maggior numero di reti in un anno solare (79 con il club, 91 totali) e in una stagione (73 con il Barça). E, per una volta, ci possiamo accontentare delle fredde statistiche. Ulteriori commenti risulterebbero superflui.

Andrés Iniesta, invece, ha dimostrato delle capacità di adattamento spaventose ai vari ruoli che gli venivano richiesti di anno in anno. Abbandonate la vostra concezione del centrocampista moderno, il concentrato di muscoli e tecnica. Iniesta unisce ad una struttura fisica modesta una comprensione del gioco senza eguali. È un genio, un mago della trequarti. Sempre capace del passaggio decisivo ─ unico giocatore nella storia ad aver fornito un assist in tre diverse finali di Champions ─ o dell’inserimento vincente. Il vero segreto per unire il centrocampo all’attacco, soprattutto durante gli anni di Guardiola. E, al contempo, uno dei partecipanti all’infinita rete di passaggi. La presenza di un fenomeno come Messi ha impedito a Iniesta e a Xavi di ottenere i riconoscimenti individuali che avrebbero meritato.

Ma parlare solo di quanto è stato fino ad ora rischierebbe di lasciare l’analisi incompleta. Il Barcellona, che ha inserito Messi in squadra con Ronaldinho ancora presente, ha confermato il suo vizio di preparare in anticipo il terreno per la successione. L’erede di Messi è già in blaugrana e si chiama Neymar da Silva Santos Júnior. Il fattore inquietante, per le rivali del Barça, è che i due potrebbero giocare assieme ancora per molti anni. Neymar ha strabiliato il mondo del calcio europeo fin dalla sua prima apparizione. Considerato in gioventù un giocatore dai grandi colpi, ma comunque fumoso, si è invece rivelato l’elemento di cui Messi aveva bisogno per riportare il club sul tetto d’Europa. Dopo 15 gol in 41 partite del primo anno, il brasiliano è decollato grazie al gioco di Luis Enrique e ne ha segnati al secondo colpo 39 in 51 partite ufficiali. La sfida futura, per Luis Enrique, sarà riuscire a non cadere ─ come successe ai suoi predecessori ─ nella prevedibilità e nella routine. E ci sono giocatori chiave che vanno sostituiti, nell’immediato (Xavi) o nel futuro prossimo (Dani Alves). Il mondo è avvisato: se gli ultimi dieci anni sono stati indimenticabili per il Barça, non è detto che i prossimi dieci non lo saranno altrettanto.

Foto copertina: 101greatgoals.com

About Filippo Antonelli

Filippo Antonelli
Classe 1992, studente di Linguaggi dei Media a Milano. Vivo a Varese. Appassionato di sport, pallacanestro e calcio in testa, da gran parte della mia vita.

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