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Storia ed evoluzione economica del Draft NBA

Il Draft è senza dubbio uno degli eventi più attesi da parte di un fan NBA ma anche da parte dei giovani talenti che, in questa magica serata, diventano finalmente professionisti realizzando il proprio sogno di giocare nel campionato cestistico più bello e competitivo del mondo. Si sa, la NBA è a tutti gli effetti un’azienda e, come tale, deve generare profitto. Anche i giocatori sono a loro volta delle piccole aziende dal momento che possono produrre guadagni per loro stessi e per la franchigia a cui appartengono. Ecco perché il Draft NBA è, era e sempre sarà un evento in cui non solo si pongono le basi per il futuro del basket giocato ma anche per il movimento economico che ne deriva. Dal momento che il Draft nella sua storia ha cambiato spesso modalità dobbiamo fare un passo indietro per spiegare come anche il marketing dei rookies si è evoluto.

Il nostro viaggio comincia nel 1949, quando la BAA (Basketball Association of America) stava ufficialmente diventando quella che oggi conosciamo come NBA (il cambio di nome avverrà ufficialmente nel 1950) grazie all’assorbimento delle squadra della NBL (National Basketball League). Ai piani alti, già all’ora, c’era l’intenzione di rendere questa lega un fenomeno perlomeno nazionale. Ma come si poteva rendere ciò possibile? D’altronde molte franchigie erano appena nate o erano appena state trasferite in una nuova città all’interno dello sconfinato territorio americano, come poteva quindi una squadra non legata al territorio attirare più pubblico delle squadre collegiali che invece da molti anni vivevano in simbiosi con la loro zona di appartenenza? Semplice, legando giocatori “locali” alla rispettiva franchigia. E’ così che nacque la Territorial Pick, ovvero la possibilità per ogni squadra di rinunciare alla propria scelta al primo giro per scegliere, prima del Draft vero e proprio, un giocatore che avesse frequentato un college situato in un raggio di massimo 50 miglia dalla città della franchigia NBA in questione. Stiamo parlando di una mossa di marketing geniale: tantissimi tifosi infatti, appassionati più al singolo giocatore che alla squadra, avrebbero riempito i palazzetti della franchigia NBA locale per seguire da vicino l’atleta che negli anni precedenti li aveva fatti cestisticamente innamorare in ambito collegiale, facendo di conseguenza avvicinare i già citati tifosi alla franchigia e formando così nuove generazioni di fan o, se vogliamo vederli da un punto di vista economico, di consumatori.

Se proprio vogliamo essere polemici si può dire che la Territorial Pick fosse abbastanza ingiusta dal momento che perfino la squadra campione in carica poteva rinunciare alla scelta al primo giro (l’ultima, in questo caso) per “rubare” la prima scelta assoluta nel caso questa fosse cresciuta nelle sue vicinanze. Ciò nonostante non nacque mai alcuna polemica a riguardo, almeno fino a che non si presentò al Draft Wilt Chamberlain. Wilt era ovviamente il giocatore più ambito del Draft 1959 ma proveniva dal college di Kansas, il quale non si trovava all’interno di alcuna area legata a una franchigia NBA e per questo non avrebbe potuto essere scelto con la Territorial Pick, per la gioia dei Cincinnati Royals, che in quell’anno possedevano la prima scelta assoluta. I Philadelphia Warriors però chiesero alla NBA di esercitare comunque l’opzione della Territorial Pick in quanto Wilt Chamberlain era cresciuto proprio a Philadelphia, città in cui aveva giocato anche a livello liceale, precisamente a Overbrook High School. La proposta fu accettata dalla NBA, i Warriors scelsero Chamberlain con la Territorial Pick e si creò così un precedente che diede vita a una nuova norma: la possibilità di esercitare la Territorial Pick basandosi sul periodo pre-universitario quando il college di provenienza esulava dall’area di una qualsiasi franchigia NBA. I Cincinnati Royals dovettero così accontentarsi di Bob Boozer e non riuscirono a creare quello che sarebbe stato un asse piccolo-lungo da libri di storia: Oscar Robertson-Wilt Chamberlain. “The Big O” infatti sarà scelto al Draft dell’anno successivo proprio mediante la Territorial Pick. Per completezza va detto che la Wilt Chamberlain Rule fu utilizzata anche nel 1962 con Jerry Lucas, scelto dai Cincinnati Royals nonostante provenisse da Ohio State University dato che crebbe nei dintorni di Cincinnati frequentando Middletown High School.

Wilt Chamberlain a Overbrook High School
Wilt Chamberlain a Overbrook High School

Se pensate che da un punto di vista del marketing la Territorial Pick non abbia influito vi sbagliate di grosso. Su ventidue giocatori chiamati con questa modalità ben undici, ovvero la metà, sono poi entrati nella Hall of Fame e insieme hanno contribuito a un palmares che comprende quattro Rookie of the Year, cinque MVP stagionali e ben ventinove titoli NBA (avete letto bene, ventinove). Immaginate quanti tifosi abbiano formato questi ventidue giocatori e quanti incassi abbiano portato alle rispettive franchigie.

La Territorial Pick fu abolita nel 1966 a favore del sistema basato sul lancio della monetina. Secondo questa nuova norma, le squadre con i due record peggiori si sarebbero giocati la prima scelta assoluta con un banale testa o croce, un sistema rimasto in atto fino al 1985, anno della prima Lottery.
E’ così che arriviamo finalmente al sistema attuale, quello che anche oggi conosciamo e che rende il Draft così imprevedibile e unico. Ebbene, anche il singolo evento della Lottery fu una mossa di marketing geniale e studiata per la televisione. Quando la Lottery fu introdotta, la NBA era in un’era d’oro, rappresentata da stelle come Magic Johnson, Larry Bird e Michael Jordan. Per questo motivo, anche l’evento in sé della Lottery, caratterizzato solamente dall’assegnazione dell’ordine di scelta al successivo Draft delle prime quattordici squadre (nel 1985 riguardava solo sette squadre), divenne un fenomeno mediatico impressionante. Trasmessa in tutto il mondo, la Lottery ha un ascolto medio di tre milioni di telespettatori, senza considerare quelli che al giorno d’oggi la vedono in streaming. In certi anni gli ascolti hanno addirittura superato quelli del Playoffs di NHL, la lega professionistica di hockey, garantendo alla NBA notevoli introiti dai diritti di trasmissione televisiva.

Gli anni passavano e la NBA diventava ogni giorno più conosciuta e ricca. Di conseguenza anche i salari dei giocatori crescevano e i piani alti della Lega decisero di regolamentare gli stipendi dei giocatori scelti al Draft. Fu così che nel 1995/96 venne introdotta la NBA Rookie Scale, ovvero l’uso di stipendi predefiniti in base alla posizione in cui un qualsiasi giocatore viene scelto al Draft.

Tabella 95-96

Al momento della sua introduzione questa norma era ancora piuttosto rudimentale. Come si vede dalla tabella soprastante la Rookie Scale dell’epoca comprendeva solo i primi tre anni di contratto del giocatore in questione, senza considerare l’opzione di rinnovo per ulteriori annate, come succede ora. Ma spieghiamo nel dettaglio. Dalla stagione 1998/99 la NBA ha cambiato la struttura della Rookie Scale in modo che non solo i salari dei rookies scelti al primo giro fossero predefiniti per quanto riguarda i primi tre anni (garantiti), ma venne anche imposto un limite alla percentuale di aumento salariale nel caso la squadra in possesso del giocatore avesse esercitato l’opzione per rinnovare il contratto del suddetto giocatore per un quarto anno. Nel nuovo sistema di Rookie Scale del 1998/99 venne regolamentata anche l’offerta massima possibile (in percentuale al rookie contract) in caso la squadra del giocatore in questione avesse voluto presentare la qualifying offer al suddetto, al termine del quarto anno di contratto, prima che questi possa testare la free agency. Anche in questo caso una tabella spiega meglio di mille parole.

Tabella 98-99

Tuttavia l’NBA non obbliga le squadre a seguire questa norma in maniera oltremodo rigorosa, infatti i rookies possono firmare per una cifra che può scendere o salire fino al 20% del salario indicato. Quindi, in parole povere, un giocatore può firmare per una cifra variabile da un minimo dell’80% a un massimo del 120% della cifra predefinita dalla NBA. Questa elasticità è stata ovviamente inserita per favorire le squadre a gestire in maniera migliore il proprio spazio salariale. Inutile dire che i giocatori più talentuosi (ad esempio gente come Jahlil Okafor e Karl-Anthony Towns, se ci riferiamo al Draft attuale) sono più propensi a guadagnare il 120% della cifra predefinita.
Ora è più facile capire perché, per alcuni giocatori, può essere una sconfitta essere scelti anche solo due o tre chiamate dopo rispetto alle previsioni. Economicamente infatti la perdita è notevole.

Consideriamo gli stipendi destinati ai rookies del Draft 2014, la scorsa stagione. Se un giocatore destinato alla prima chiamata assoluta venisse scelto come quarto, non perderebbe solo il prestigio della prima chiamata ma vedrebbe svanire in pochi minuti circa 3’968’400 dollari garantiti in tre anni. La prima scelta infatti guadagnerebbe circa 14’397’600 dollari in tre anni (con le possibili variazioni fino al 20% di cui abbiamo parlato), mentre la quarta scelta porterebbe a casa 10’429’200 nello stesso periodo di tempo. Differenza non da poco considerando che questi soldi vanno a finire nelle tasche di un ventenne che, fino a questo momento, non ha potuto per legge avere alcun introito (sempre che provenga dal basket collegiale americano e non dal professionismo europeo).

Questo è uno dei motivi per cui vediamo sempre più one-and-done (per chi non lo sapesse, questo termine indica i giocatori che passano dalla NCAA alla NBA dopo un solo anno di college) e, prima che fosse proibito, abbiamo visto crescere anche i giocatori liceali arrivare direttamente in NBA. In passato infatti si preferiva scegliere con le prime chiamate giocatori esperti e già formati, mentre successivamente si è preferito puntare sul potenziale, tanto che oggi vediamo sempre più freshman tra le prime chiamate della Lottery. Questi giovanissimi talenti sarebbero andati al Draft anche senza passare per il college se la NBA non lo avesse proibito nel 2006, ma come dar loro torto? Ogni anno infatti, i contratti garantiti destinati ai giocatori scelti al primo giro del Draft diventano sempre più remunerativi e, al giorno d’oggi, è quasi impossibile per un ragazzo, specie se proveniente da una situazione disagiata, rinunciare a certe cifre. Se guardate nella tabella sottostante come sono cambiati i contratti in termini economici dal 1995/96 all’anno scorso, fino ad arrivare a quelli del 2019/20, non ci vorrà molto per capire l’impatto economico dei rookies nella Lega, nonostante l’inflazione.

Tabella finale

Da questi discorsi capiamo come per un giocatore sia fondamentale la scelta dell’agente che lo rappresenta. Le abilità di quest’ultimo possono influenzare in primis lo stipendio (sulla base di quel 20% variabile di cui si parlava) e, cosa da non sottovalutare, anche la posizione in cui il giocatore verrà draftato. Se infatti un prospetto si lega con un agente che generalmente rappresenta molti All-Star, il suo prestigio aumenta di conseguenza.
Il lavoro dell’agente durante il Draft è però uno dei più rischiosi. Jared Kernes, agente di giocatori NBA, dichiarò a Forbes che solitamente è la compagnia per cui lavora l’agente a dover pagare ogni spesa da quando il giocatore firma il contratto di rappresentanza fino al Draft. Queste spese includono vitto, alloggio, allenamenti con preparatori privati, fisioterapisti e tutti i trasporti nel periodo dei provini pre-Draft. Molto spesso le compagnie non vengono rimborsate dai giocatori per queste spese, mentre altre volte, la minoranza, i soldi vengono restituiti con una percentuale sul primo contratto del giocatore rappresentato. Il rischio aumenta quando si decide di rappresentare un giocatore destinato a essere scelto nel secondo giro. I contratti dati ai giocatori pescati nel secondo round infatti non sono per forza garantiti ma vanno a discrezione della franchigia. Kernes ha anche spiegato come, il più delle volte, l’agente non riceva un guadagno diretto in percentuale dal primo contratto del giocatore. Ma allora perché rappresentare un rookie? Lo spiega ancora Kernes. Per prima cosa per “farsi un nome” e invogliare altri rookies delle annate successive a firmare con loro, ma anche e soprattutto per negoziare il secondo contratto del giocatore una volta esaurito il rookie contract. L’agente è solito percepire una cifra che si aggira attorno al 4% della cifra complessiva del nuovo contratto.

Come avete potuto vedere il Draft è una scienza difficile anche per gli addetti ai lavori, non solo per quello che riguarda le scelte prettamente tecnico-tattiche ma anche e soprattutto per il fattore economico e di marketing. Ora però non pensate che il Draft sia un mondo in cui il denaro è l’unico padrone. Resta sempre spazio per il fattore umano. Sapete infatti che chiunque può iscriversi al Draft anche senza aver mai giocato a basket? Precedentemente al Draft 2013 infatti un ragazzo (rimasto anonimo) ha mandato una mail alla NBA dicendo che lui, essendosi laureato al college di Miami e rientrando nei limiti di età, voleva iscriversi al Draft 2013. La NBA gli rispose dicendogli che, avendo lasciato l’università nel 2010, si sarebbe potuto dichiarare al Draft 2011 e non a quello 2013, così divenne un normale free agent. Ovviamente questo ragazzo non ha mai trovato una squadra in NBA ma è un buon esempio per spiegare come certi traguardi siano accessibili a tutti. Se anche voi volete ripercorrere le sue gesta però ricordate quanto abbiamo detto in precedenza e cercatevi un bravo agente.

Tratto da “My-Draft Magazine” di My-Basket.it

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