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La Russia profonda di Leviathan

Nel weekend sono finalmente riuscito a recuperare uno dei film più apprezzati dell’anno scorso, il russo Leviathan del regista Andrey Zvyagintsev. Presentato a Cannes, il film è fruttato al regista, che l’ha anche co-scritto, il premio per la miglior sceneggiatura, e agli ultimi Oscar ha ottenuto una candidatura come miglior film straniero, premio poi andato al polacco Ida.

Ambientato in una cittadina fittizia nella regione di Murmansk, il film racconta di Kolya, un meccanico alquanto buzurro, che cerca di difendersi dagli abusi di potere del sindaco, intenzionato ad espropriare il terreno su cui sorge la casa in cui la famiglia di Kolya ha vissuto per generazioni. Non riuscendo ad ottenere giustizia in tribunale il protagonista, con l’aiuto del suo avvocato, cerca di dissuadere il politico con l’arma del ricatto, mettendo in moto una reazione a catena di eventi che condurranno alla sua inevitabile rovina.
L’intreccio si presterebbe ad un paio di approcci, e non sarebbe inconcepibile una commedia nera, ma di comico Leviathan ha poco o nulla, e il ritmo dilatato della narrazione, insieme alla fotografia molto panoramica che caratterizza la pellicola smorzano notevolmente l’intrinseca ironia kafkiana della trama.

Tutti i personaggi della vicenda, dalla moglie alienata di Kolya, passando per il figlio in balia di turbe puberali e la strana coppia padre-figlio di vigili urbani di dubbia rettitudine, sono profondamente disturbati, e in tutto il film non c’è nessun appiglio emotivo per l’immedesimazione dello spettatore, che viene lasciato in un certo senso all’esterno della vicenda.
Questo ovviamente non è di per sè un difetto, e la cura formale e fotografica riversate sulla pellicola giustificano largamente questa prospettiva a volo d’uccello in cui veniamo relegati. In questo senso l’ambientazione dal retrogusto quasi post-apocalittico viene sfruttata al massimo delle sue potenzialità, e l’atmosfera desolata e desolante è l’aspetto del film che più lascia il segno a visione conclusa.

Leviathan cerca di dipingere un quadro di impotenza dell’uomo comune (e comunemente basso) di fronte al “sistema” che, prendendo ispirazione dal paesaggio circostante, si rivela ostile e avaro di risorse, e se non si può dire che fallisca in questo suo scopo, è anche vero che la struttura della sceneggiatura non fornisce spunti extra-narrativi di particolare interesse, e che il regista non sembra voler sfruttare gli sviluppi della storia per sferrare un pugno emotivo allo spettatore. Il risultato è un film che non morde quando potrebbe, e non stimola riflessioni che vadano al di là del sempre attuale la vita è ‘na merda, rimanendo in un limbo da cui l’ottima fattura della confezione non riesce a salvarlo.
Resta un lavoro interessante di un regista di cui dovrei sicuramente esplorare il catalogo, ma non posso dire che abbia soddisfatto le alte aspettative che mi ero fatto.

About Lorenzo Peri

Lorenzo Peri
Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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