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Il trionfo del Cile e la maledizione dell’Argentina

La Copa América 2015 ha dato un verdetto non del tutto inaspettato, ma comunque storico: ai rigori il Cile ─ la squadra di casa ─ ha vinto la competizione per la prima volta nella sua storia. Una delusione tremenda per l’Argentina, che ha perso in finale tre delle ultime quattro edizioni. Nella penultima, disputata proprio nella nazione di Messi e compagni, la formazione all’epoca allenata da Sergio Batista subì invece una cocente eliminazione ai quarti, per opera dell’Uruguay. È chiaro che la Albiceleste sta vivendo questo periodo storico come una maledizione. Non solo perché non vince la Copa América dal lontano 1993, ma anche e soprattutto perché è arrivata spesso e volentieri fino in fondo senza mai portare a casa il titolo. Per di più, agli insuccessi nelle finali continentali bisogna aggiungere la sconfitta ai Mondiali contro la Germania. Gli ultimi otto anni in particolare sono stati frustranti: la nazionale argentina non ha saputo sfruttare come avrebbe voluto ─ e dovuto ─ il crollo verticale del Brasile successivo al defilarsi della generazione dei vari Ronaldinho, Ronaldo, Rivaldo, Cafu e Roberto Carlos.

LE CHIAVI TATTICHE DELLA FINALE ─ Lo anticipiamo subito: non siamo e non saremo mai del partito del è colpa di Messi. Il Cile ha preparato la partita che ogni avversaria del fuoriclasse del Barça deve fare, se non vuole soccombere. E ciò significa non soltanto gabbia ogni qual volta che il pallone arriva sui suoi piedi, ma anche e soprattutto massima attenzione ai suoi movimenti senza palla per impedirgli di ricevere nell’ultimo quarto di campo. I giocatori di Jorge Sampaoli sono stati semplicemente perfetti e non hanno ovviamente omesso di fermare con le cattive Messi nelle situazioni in cui è riuscito a mettersi in moto. Il capitano dell’Argentina ha fatto ammonire Medel e Diaz nel primo tempo e si è potuta così notare la maturità tattica del Cile: i giocatori incaricati di creare la gabbia sono cambiati, con Vidal e Aranguiz che sono subentrati ai compagni per non rischiare di rimanere in inferiorità numerica. Messi è riuscito ad essere efficace solo nella parte finale di gara, dove la stanchezza ha regalato più spazi all’Argentina. Un contropiede da lui innescato all’ultimo secondo dei regolamentari non è stato sfruttato a dovere da Lavezzi ─ più attivo in fase di copertura che in fase di costruzione ─ e Higuain. Se si vuole imputare qualcosa a Messi, forse si può precisare che avrebbe potuto farsi vedere un po’ di più in posizione arretrata per mettersi in condizione di essere servito. Ma, va detto, le volte in cui ci ha provato non hanno aggiunto particolare dinamismo al gioco stagnante dell’Argentina.

Lavezzi, dicevamo, ha svolto il solito lavoro sporco di rientro difensivo ad ogni singola azione. Compito che non era inizialmente affidato a lui, ma a Di Maria, che oltre all’apprezzabile spirito di sacrificio è obiettivamente un giocatore di altra categoria rispetto al Pocho in fase offensiva. La sfortuna, però, si è accanita nuovamente sul giocatore del Manchester United e lo ha colpito con un infortunio al 25′: ai Mondiali, invece, fu costretto a saltare semifinale e finale. L’Argentina ha giocato una brutta partita, con un possesso sterile e una mancanza totale di collegamento tra i reparti. Ci si è affidati spesso e volentieri al lancio lungo di Romero o dei difensori, senza riuscire a tenere su palla e a creare una combinazione vincente tra i giocatori d’attacco. Quando la difesa avversaria riesce nell’intento di tenere Messi lontano dal gioco, l’impressione è che i giocatori dell’Albiceleste siano totalmente spaesati. Pastore è stato per 60 minuti il calciatore più positivo dei suoi in attacco: ha creato superiorità con costanza grazie ai suoi dribbling, ma si è spento man mano che la partita procedeva. Biglia non è stato assolutamente in grado di innescare i quattro davanti e Mascherano, perso in una fase di copertura che ha richiesto grande energia, si è limitato a servire il compagno al suo fianco e a cercare qualche sporadico cambio di gioco. Sicuramente i due elementi più in difficoltà sono parsi i terzini, Rojo e Zabaleta, sempre in ritardo sulle chiusure e quasi dannosi quando chiamati a salire.

Il Cile ha meritato il successo anche nei 120 minuti prima dei rigori. Non tanto per le occasioni create, che probabilmente si equivalgono per numero a quelle dei rivali, quanto per aver dimostrato un’organizzazione di gioco superiore e più efficace. Uno dei successi tattici di Sampaoli è stato chiaramente il trattamento riservato a Messi, ma non è solo in quella situazione che il Cile ha costretto l’Argentina sullo 0-0. I padroni di casa hanno gestito molto meglio il possesso, verticalizzando appena possibile e sfruttando ─ con le sovrapposizioni di Sanchez, Isla e Beausejour ─ gli enormi varchi che si aprivano frequentemente alle spalle di Rojo e Zabaleta. Con le combinazioni di passaggi tra elementi di grande tecnica come Vidal, Aranguiz, Valdivia e Sanchez, il Cile è stato in grado di creare trame di gioco che hanno portato più volte il pallone all’interno dell’area argentina. È mancato forse, per sbloccare la partita già nei regolamentari o nei supplementari, un po’ di peso in più in area, che poteva essere garantito da Pinilla: i frequenti cross di un ottimo Isla hanno sempre trovato la testa di Otamendi o Demichelis. È difficile, comunque, trovare un giocatore del Cile che non abbia meritato una piena sufficienza. I ragazzi di Sampaoli hanno fatto un lavoro migliore rispetto ai rivali anche nel pressing e nel recuperare palloni da giocare subito in profondità. I due migliori in campo, proprio per la capacità di primeggiare nelle due fasi, sono stati a conti fatti Aranguiz e Alexis Sanchez. L’esterno dell’Arsenal ha offerto una prestazione totale, che ha ricordato ─ per citare un argentino ─ la dedizione dimostrata da Di Maria durante la Champions League e i Mondiali nel 2014.

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IL FALLIMENTO DI MARTINO ─ La Copa América 2015 non era iniziata con i migliori auspici per l’ex allenatore del Barcelona. Messi e Di Maria erano stati colti dalle telecamere mentre si prendevano gioco delle parole dette dal Tata durante l’intervallo della sfida di apertura tra Argentina e Paraguay. La Albiceleste di Martino non ha mai dato l’impressione di solidità che questa squadra aveva appena un anno fa durante la Coppa del Mondo. E questo a causa di scelte tattiche ben precise. Sabella ai Mondiali 2014 aveva scelto di disporre di un potenziale d’attacco meno elevato, aggiungendo però quantità ad un centrocampo che riusciva anche a permettere un miglior rendimento in fase di possesso palla rispetto all’Argentina di quest’anno. Prima dell’infortunio di Aguero, occorso all’ultima giornata del girone durante lo scorso Mondiale, Sabella aveva sì schierato il Kun assieme a Messi, Higuain e Di Maria per circa 110 minuti complessivi, ma aveva optato per Gago ─ un centrocampista di maggior copertura rispetto a Biglia ─ al fianco di Mascherano. Dopo il forfait di Aguero, aveva schierato un 4-2-4 teorico con Biglia e Mascherano centrocampisti centrali, che diventava però un effettivo 4-4-2 in fase difensiva con Di Maria e Lavezzi che rientravano fino quasi alla propria area di rigore.

I due esterni, mai schierati assieme da Martino durante questa Copa América, erano stati la vera chiave dell’Argentina che arrivò a disputare la finale Mondiale: garantivano il raddoppio sulle corsie laterali ed erano in grado di convertire subito una palla recuperata in un fulminante contropiede. Sabella rese ancora più evidente quest’impostazione tattica a seguito dell’infortunio di Di Maria, quando decise di schierare Enzo Perez a destra. Martino quest’anno ha invece optato per un assetto più offensivo, ma molto meno bilanciato. In sostanza, l’Argentina in questa Copa América ha sempre puntato sul talento, con Mascherano e un regista come Biglia centrocampisti centrali dietro ad un poker iper-offensivo composto da Di Maria, Pastore, Messi e Aguero. Anche se Di Maria è un giocatore predisposto al sacrificio e può quindi risultare un’arma tattica importante su entrambe le metà campo, è chiaro che uno schieramento di questo tipo non ha favorito la coesione tra i vari reparti. Il centrocampo è sembrato abbandonato a sé stesso, quasi superfluo, sovrastato in numero dagli avversari e non in grado di risultare particolarmente incisivo in nessuna delle due fasi. In finale, infatti, l’Argentina è parsa del tutto slegata. E la presenza di Aguero da centravanti ─ anche se Higuain, quando è subentrato all’attaccante del City, non ha fatto meglio ─ ha finito per privare anche il reparto offensivo di un punto di riferimento stabile su cui appoggiarsi. Alla fine dei conti, la maledizione dell’Argentina è proseguita anche e soprattutto perché il Tata non è riuscito a creare un sistema di gioco bilanciato e funzionale. E nel calcio dell’organizzazione e della tattica, questo è un errore imperdonabile.

About Filippo Antonelli

Filippo Antonelli
Classe 1992, studente di Linguaggi dei Media a Milano. Vivo a Varese. Appassionato di sport, pallacanestro e calcio in testa, da gran parte della mia vita.

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