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Obsoleto a chi? Le eredità di blues e soul

La musica di consumo ha mille nomi, etichette, background – ma solo due vie. Blues e soul. Dal blues tutto ciò che è rock, dalla soul tutto ciò che è pop (e elettronica, passando per la disco). Sono due universi che viaggiano in parallelo almeno dal dopoguerra, mantenendo differenze e opposizioni (ma anche, ovviamente, incrociando il loro cammino: Bobby Bland divenne una delle voci nere per eccellenza mescolando il gospel al rhythm’n’blues). Forse lo scontro più affascinante tra blues e soul riguarda l’invecchiamento.

I mondi del rock vivono di un culto della vecchiaia che non ha eguali. E non da oggi: persino la rivoluzione punk nasce per il desiderio di tornare indietro – a Elvis, al rock’n’roll diretto e immediato in contrapposizione con il prog, la psichedelia e la musica da intellettuali. Questa venerazione per l’anzianità ha due conseguenze di massima. La prima è la sopravvivenza in perpetuo di gruppi più o meno rilevanti decenni dopo il primo successo. In alcuni casi deriva da una genuina voglia di mettersi in gioco disco dopo disco – più spesso è una persistenza in un pantheon immutabile, come una hall of fame per chi ha almeno vent’anni di carriera, e poco importa se non è più innovativo da quindici. Questo però ci porta al secondo punto: il rock (cioè, il blues e tutti i suoi figli, nipoti e pronipoti) è un patrimonio culturale che viene conservato con una cura incredibile dagli appassionati anche giovani. Nulla si perde e nulla viene dimenticato: i discendenti del blues sono archivisti minuziosi, che colmano hard disk con tutti gli album, i singoli e le raccolte dei gruppi storici – sì, anche quelle uscite un po’ meno felici, per completezza. Sarà uno stereotipo, ma non penso sia un comportamento bizzarro. Per dire, guardate i cataloghi online: sono meno completi di quanto si possa pensare. Archiviare file e cartelle (possibilmente travasando su pc una collezione di cd e vinili, e non scaricando tutto…ma nessuno è perfetto) è la soluzione dell’uomo comune alla perdita di memoria culturale.

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Il che ci porta all’altro mondo, al soul e al pop. La memoria culturale nel pop ha un nome: è il kitsch. Un quindicenne che ama il rock sarà felicissimo di ascoltare i Pink Floyd; il suo coetaneo pop vi riderà in faccia quando gli passate il best of di Gloria Gaynor. Il pop è un momento unico, non può sopravvivere al di fuori della cultura che lo ha generato. Gli esempi contrari sono talmente pochi da essere eccezioni – Madonna in particolare, e la sua presa sul pubblico più giovane è nettamente calata. Questo porta ad un ricambio di talenti paragonabile a quanto avviene nello sport: sopravvivere dieci anni al top è un’eccezione permessa solo ai più grandi. Ogni generazione di fan ha i suoi idoli e non li condivide con nessuno: chi è cresciuto con Rihanna non è toccato dagli One Direction, chi ama(va) Bieber non può ricordarsi i successi di Britney Spears, i Little Monsters di Lady Gaga non saranno fan della prossima stella pop. Si può dire che questo sia la conseguenza di un’industria che vede la musica come una catena di montaggio e vende prodotti la cui ‘shelf life’ (cioè il tempo di permanenza sugli scaffali dei negozi) è intenzionalmente breve. Questo può essere vero, ma lo ritengo poco interessante.

Intrigante, invece, cercare l’unicità in ogni generazione di fan: è solo figlia di una circostanza, dell’essere nati nel 1990 anziché nel 2000? O c’è in ogni prodotto pop una qualità legata indissolubilmente all’epoca in cui esiste, a differenza del rock che tende all’eternità? Certo, se il pop è fin troppo ruvido nei confronti delle star di ieri, il rock rischia di essere un paese vietato ai giovani. Ma un po’ è anche colpa dei giovani stessi, che cadono nella stessa trappola dei fan e fanno bagni di passatismo prima di suonare. Le aspiranti popstar, nella beata ignoranza di ciò che c’è stato prima, hanno più possibilità di raccontare una generazione. Anche perché il mito della catena di montaggio di cui parlavamo sopra è, nella maggior parte dei casi, un mito. Tutti i grandi nomi del pop hanno un forte input creativo sul loro prodotto. Anche solo contribuire a scegliere le canzoni inviate dagli studi di produzione (e sappiamo che invece chi è in cima alle classifiche non si limita a questo) è un’opera di selezione fondamentale.

Quella tra pop e rock non può essere una guerra: è una coesistenza perfetta. Dove finisce l’uno, inizia l’altro. Certo, fa sorridere pensare che tra vent’anni il pantheon del rock sarà pressoché identico a quello attuale (si può entrare nella lista dei grandi, ma non si può uscire), e che chi nasce ora troverà noioso il pop del 2015 – condannato ad essere obsoleto ben prima del 2030. Forse la vita tecnologica ci spinge all’invecchiamento precoce dei prodotti, alla voglia irrefrenabile di saltare da un trend all’altro per rimanere rilevanti. O forse il mantenimento dello status quo non è un’attitudine esclusivamente lo-fi, da collezionisti di polvere, e anche le Silicon Valley di tutto il mondo si stanno adeguando. Non penso che la nostra fame di prodotti attuali e freschi possa rallentare. E non mi sembra possibile che un meteorite spazzi via i dinosauri – non quando questi dinosauri (detto con affetto) sono una parte fondamentale della nostra cultura. Se Stephen King cancellasse Proust, d’altronde, sarebbe un gran peccato.

About Filippo Festuccia

Filippo Festuccia
Scrivo di musica da quando ascolto musica. Lavoro tra coumincazione, pubblicità e relazioni internazionali, quindi l'occhio musicale finisce per (provare ad) essere uno sguardo pop a tutto tondo. Aggiungiamoci passioni varie per arte, moda, design e video ed ecco che si può finire a parlare di un album senza quasi parlare di musica.

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