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Villa di Tiberio a Sperlonga, I sec. d.C. | Alvaro Siza Vieira, Piscinas das màres, Matosinhos, 1961-66

Passammo l’estate su una spiaggia solitaria

Con l’estate, l’Italia rivive la propria relazione col mare. Un rapporto imprescindibile, che ne ha strutturato la forma che oggi conosciamo e che dovremmo osservare con maggior spirito critico. Un rapporto diverso rispetto al passato, di dipendenza sempre meno produttiva e ormai quasi esclusivamente turistica. Il panorama che ci si presenta è profondamente antropizzato, la presenza dell’edificato è costante e praticamente continua; sono poche le spiagge dalle quali è possibile non vedere case, strade, costruzioni. E quando ciò è ancora possibile, lo è quasi sempre grazie ai vincoli strettissimi che hanno protetto quelle fortunate porzioni di territorio dalla graduale avanzata dell’edificato.

Ma tra la cristallizzazione del territorio in uno stato primigenio e lo sfruttamento senza criterio del panorama costiero, può esistere una felice via di mezzo. Quella che consenta all’architettura di ricostruire il legame tra natura e artificialità.

Negli ultimi anni (decenni, in realtà) il paesaggio è stato continuamente depredato ad opera di speculatori, abusivismi e dal sempre più diffuso cattivo gusto che ha fatto saltare il legame antico che l’uomo aveva col mare. Un  legame di non velato timore, che aveva sempre condizionato il modo in cui le nostre città e i nostri piccoli centri vi si relazionavano.

“Ciò che deturpa e sempre deturperà le nostre riviere, ciò che ne è l’attentato ed il pericolo […] è l’architettura pretenziosa di certe case al mare. Nessuna delle buone vecchie case coloniche stona nelle nostre riviere: esse vi hanno naturale posto come le rocce e gli alberi, perché sono una pura e semplice manifestazione del fatto naturale dell’abitare” (1)

E nel passato, anche quando il rapporto era decisamente più conflittuale, rimaneva sempre sullo sfondo quel senso di rispetto nei confronti della natura. Un esempio importante di questa relazione è la villa dell’imperatore Tiberio a Sperlonga. Più suggestiva per come la possiamo vedere oggi, di quanto probabilmente non fosse all’origine. Quello che oggi ci affascina è la sua forma cartesiana, la presenza di un elemento geometrico talmente astratto e assoluto da entrare volutamente in conflitto con la linea della costa e del promontorio alle sue spalle. L’importanza del segno, della sua assolutezza nel confrontarsi col contesto, gli consente però di identificarsi contemporaneamente sia come elemento artificiale che proseguimento della natura. Costituisce la complessa risposta al modo classico in cui l’architettura si contrapponeva all’ambiente: doveva essere la soluzione ad un tassello mancante, confliggere con il dato ambientale per esserne proseguimento e soluzione.

Villa di Tiberio a Sperlonga, I sec. d.C. | Alvaro Siza Vieria, Piscinas das màres, Matosinhos, 1961-66
Villa di Tiberio a Sperlonga, I sec. d.C. | Alvaro Siza Vieira, Piscinas das màres, Matosinhos, 1961-66

 

Approccio a tratti simile, sebbene con quasi duemila anni di differenza, è quello che Alvaro Siza Vieira ha avuto nel famoso progetto delle piscinas das màres di Matosinhos, in Portogallo. Qui il dialogo con la natura è più complesso, in quanto assume allo stesso tempo la valenza di limite artificiale ancora una volta geometricamente assoluto nel suo confronto con la città, e mimesi col mare. L’assolutezza del segno architettonico che separa la strada dalle piscine è il bordo con cui si inizia in realtà una transizione: tra quanto è conosciuto e quanto invece si cerca di domare.

Questi due esempi sono storicamente separati da un periodo di tempo gigantesco. Eppure, come in tutta l’architettura capace di insegnare, riescono ad esprimere dei concetti molto semplici, seppure non scontati. Per analizzarli in maniera più esaustiva, possiamo ricorrere al famoso testo di Robert Venturi, Complessità e contraddizioni nell’architettura (2). In questo libro l’architetto americano ci aiuta a riflettere su come la complessità sia una qualità della buona architettura in quanto portatrice di significati più profondi rispetto alla semplice rispondenza o soltanto figurativa o soltanto funzionale. Proprio per questo si possono usare la villa di Tiberio e le piscine di Siza come esempi di quelle che lui definisce “architettura e-e”: ciascuno dei due casi è architettura, ma è anche natura; è paesaggio, ma è anche artificio; è scogliera ma è anche strada; è palazzo, ma è anche evocazione onirica. E il loro carattere bivalente costituisce la soluzione al conflitto che proprio nei limiti, nei passaggi da terra ad acqua, si drammatizzano e si rendono quanto mai evidenti. Costituiscono transizioni artificiali posti al centro di limiti naturali e, in quanto tali, non possono che trovare nella contraddizione interna la soluzione al loro fisiologico problema.

Ma oggi, guardando le coste, riusciremo a trovare questa stessa contraddizione? Purtroppo dobbiamo ammettere che la situazione è molto meno prosaica: non c’è contraddizione, ma quasi esclusivamente conflitto. Il rapporto antico con le coste si è frantumato. Lo si è piuttosto tradotto in uno sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali e del paesaggio, a discapito non solo della natura stessa, ma anche dei vantaggi che da essa avremmo dovuto trarre.

Passammo l’estate su una spiaggia solitaria.

E già arrivava l’eco di un cinema all’aperto.

 

 

(1) Giò Ponti, “Problemi italiani dell’abitazione al mare”, Domus, n° 150, 1940: p. 19-20

(2)Venturi, Robert, Complessità e contraddizione nell’architettura, Bari, Edizioni Dedalo, 1980.

About Alessio Agresta

Alessio Agresta
Architetto, convinto di aver scelto un mestiere capace di migliorare la vita di molti, ma anche in grado di far grossi danni. Scrivo su Polilinea dal 2012 anche per provare a schiarirmi le idee.

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