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L’album: una specie in via d’estinzione?

Venendo da un campo album-centrico come il metal, ho per lungo tempo trascurato il valore dei singoli. Non che anche all’epoca non avessi le mie preferenze tra le varie canzoni di un disco, ma l’attenzione era invariabilmente sul tutto, e sul mio iPod non avreste mai e poi mai trovato pezzi spaiati.
Man mano che i miei gusti sono andati poppizzandosi questo integralismo è scemato. Non c’è stato nemmeno bisogno di arrivare a Beyonce o Rihanna: molti filoni più tradizionalmente “rispettabili” come punk e new wave pongono storicamente una certa enfasi sul mezzo del singolo, e sono stati innanzitutto gruppi come gli Smiths e i Cure ad educarmi in questo senso ben prima di giungere ai livelli di “corruzione” attuale.

Per imparare davvero la lezione c’è però sicuramente stato bisogno di familiarizzarsi con l’infinita distesa del pop più terra terra, che è un campo, come qualsiasi altro, che va saputo coltivare. Un po’ perchè si rivolge ad un pubblico dalla spanna di attenzione non vastissima, un po’ perchè il formato album nell’industria è a questo punto abbastanza superato, è raro che una star pop di primo piano pubblichi album degni di nota nella loro interezza. Anche nel caso in cui le singole canzoni siano tutte o quasi di pregevole fattura spesso l’album completo risulta inferiore alla somma delle sue parti per il semplice fatto che pochi si pongono il problema della coabitazione tra le traccie. Per fare un esempio l’anno scorso ho ascoltato un po’ il disco di Ariana Grande visto che mi piacevano i singoli e aveva ricevuto buone recensioni, ma la schizofrenia del passare dal pezzo su quanto si stia meglio da soli a quello sull’amore disperato nel giro di trenta secondi è più di quanto posso sostenere, e ho lasciato perdere.
L’insegnamento che ho tratto dalle mie esplorazioni è che nessuno fa tutto al meglio e diversi approcci possono portare a risultati ottimi per ragioni diverse. Scartare intere aree di ricerca non è quasi mai una buona idea anche nei molto pratici termini della volontà di massimizzare il rapporto tra godimento ottenuto e tempo sprecato.

Dopo attenta riflessione sono però anche tornato all’ovile sulla questione dei reciproci rapporti tra singoli e album. Chiariamoci, tuttora non sarei disposto a rinunciare ai primi, ma penso che non assegnare una priorità più o meno corposa ai secondi sia indice di scarso interesse per la materia.
Potrei essere disposto a farmi convincere che in effetti ci sia in qualche modo una soluzione di continuità tra i due formati, ma al netto di una visione del genere, e posto che per un certo tipo di prodotti quello del singolo resta il medium principe, non credo che l’ADHD collettivo di cui siamo preda abbia bisogno di ulteriore carburante, in campo musicale come altrove, e spero che il prendere piede del buffet dei servizi di streaming non riesca, alla lunga, a scardinare la sacralità di quello che resta ancora oggi un pilastro dell’esperienza degli appassionati di musica.
É chiaro, è chiaro, il fatto che io percepisca il formato dell’album come la fondamentale unità di misura della forma d’arte “musica” è dovuto principalmente al mio debito nei confronti delle istituzioni dell’intrattenimento occidentale della seconda metà del ventesimo secolo, e alla stessa maniera in cui la fruizione musicale cent’anni fa era diversa da quella odierna, non c’è motivo di pensare che col tempo i nostri canoni non sembreranno altrettanto obsoleti.
Diciamo quindi che quella a cui voglio dar voce oggi è la speranza che come il formato romanzo prima di lui, il formato album riesca a imporsi come un sempreverde regolatore dell’attività artistica nel suo campo di riferimento. Francamente la speranza è fievole, ma visto che oggi siamo in vena di opinioni di mezza età, diciamo anche che è l’ultima a morire.

About Lorenzo Peri

Studio informatica e sono un vorace -bulimico direbbero alcuni, e avrebbero ragione- consumatore di cultura pop in forme varie ed eventuali. Tutto mi interessa e niente mi conquista, non so proprio cosa farò da grande.

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