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Protect me from what I want

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Era il 1985 quando nel cuore luminoso di Manhattan l’artista Jenny Holzer proponeva l’installazione di un grande schermo LED che proiettava frasi da lei scritte e raccolte in un unico progetto tematico “Survival Series”. L’arte è ormai entrata in totale contatto con lo spazio pubblico e urbano, non più secondo una relazione monumentale e memoriale, bensì d’interazione e dialogo. Confondendosi tra le pubblicità luminose di Times Square il messaggio della Holzer arriva a chi lo vede e parla per la città.

Sarà a distanza di pochi anni che John Carpenter realizzerà l’iconico e balzano film “They Live” di riflessione sul rapporto bombardante dei mass media nella vita dell’uomo.

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Sono gli anni ’80 e si sta formando la cultura globale, l’entusiasmo verso l’oggetto di consumo degli anni ’60 avuto nei colori felici della Pop Art è in parte giunto a termine, rimangono i colori ma cambia il contenuto, incentrato ora sul tema del consumo e non più del quotidiano. La stessa ricerca architettonica aveva denunciato questa riflessione sull’effimero attraverso il lavoro di James Wines e del gruppo SITE per i  Supermercati Best, che in Peeling Project del 1972 ed Indeterminate Façade Showroom del 1975, coevi e sicuramente influenzati da Gordon Matta Clark, comunicano la fragilità delle facciate, svelando nel difetto il loro aspetto di contenitore, scatolone del consumo. Un’estetica irriverente della catastrofe.

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L’architettura rispecchia un modo di vivere del tempo e può trovare una commistione con l’arte attraverso la provocazione. La consonanza tra le due discipline la si trova anche nella collaborazione che hanno Frank O. Ghery con l’amico Pop-artist Claes Oldenburg e Coosje van Bruggen nell’edificio per uffici a Venice. I tre progettano una facciata a forma di cannocchiale, che non poteva prendere forma altrove se non in California, la patria delle riflessioni di Venturi e della Scott Brown sul significato araldico dell’architettura/insegna e delle paperelle giganti. Costruito sotto la committenza della società pubblicitaria Chiat/Day diverte sapere che adesso il gran cannocchiale è l’ingresso di  una delle sedi Google, la società che sul guardare altrove e connettere distanze lontane ha fondato la propria esistenza.

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L’arte Pop che prende proporzione architettonica. Processo dissimile lo si ha nell’opera di Mendini iniziata nel ’90: il Groninger Museum. Qui l’operazione è sempre di accostamento delle due discipline, ma l’esterno, ovvero l’architettura del contenitore non evoca un nonsense come per Chiat/Day, ma con fare camaleontico replica le opere d’arte contenute all’interno. Nel contenitore si ha un divertente patchwork, una miscellanea, un gran calderone di mezzi espressivi epoche e culture che vi son dentro.

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Direttore negli anni ’70 prima di Casabella e poi di Domus, Alessandro Mendini riporta in questo progetto le linee direttrici della propria ricerca tenuta nelle famose redazioni: un ritorno all’ornamento con un recupero del gusto kitsch; la scelta polistilistica che si separa dalle concezioni unitarie del moderno; ed il coeso lavoro di equipe. Sceglie figure rilevanti per collaborare alla progettazione dei distinti padiglioni del museo: l’italiano De Lucchi, collaboratore con Sottsass nel Gruppo radicale Memphis, il francese Philip Stark ed il gruppo austriaco Coop Himmelb(l)au, la cui iconica sopraelevazione per uno studio legale di Vienna diviene un paradigmatico esempio del decostruttivismo.

Con festosa convivenza gli stili dei vari architetti si relazionano tra di loro e le forme d’arte in  un bizzarro patchwork di raffronti. Lo sguardo risulta però confuso, una sorta di overdose di significati e significanti, relazioni sensate e non.

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Molti anni prima, nel 1958, il maestro olandese Gerrit Rietveld realizza per la fabbrica tessile De Ploeg un intervento di convivenza fra arte e architettura poco conosciuto, ma emblematico per il proprio equilibrio calibrato sereno e deciso e nel quale all’interno, con volte spezzate, si respira l’eco di Moretti.

Qui il colore ha il suo peso ed il suo significato. Un controllato intervento cromatico all’ingresso illumina la grigia struttura esterna, che all’interno forma ampie sequenze di spazi e si apre, questa volta lei, a illuminare i colori del tessile.

About Isabella Zaccagnini

Isabella Zaccagnini
L'Architettura è uno strumento atto a semplificare la vita dell'uomo. Essendo la vita una realtà complessa, come ogni complessità, per essere semplificata, è necessario il tentativo di spiegarla. In tale direzione va la ricerca personale svolta con PoliLinea.

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