Home / Playground / This guy fucks: Silicon Valley, la serie

This guy fucks: Silicon Valley, la serie

L’estate è la stagione delle repliche, e anche qui su Playground non ci sottraiamo alla tradizione raccomandandovi un bel rimedio all’afa a base di teledipendenza. Prendiamone atto: se, come noi, vi state ancora sucando i vapori bollenti delle megalopoli tentacolari e odiate sudare, gli svaghi passivi sono gli unici fattibili; tuttavia, fatta eccezione per le indagini del trio Velcoro-Bezzerides-Woodrugh, al momento i palinsesti languono. E’ il momento di rispolverare una bella sit-com.

(Equipaggiamento raccomandato per la visione: boxer, ciabatta, chinotto ghiacciato)

Cominciata nel 2014, Silicon Valley ha all’attivo due stagioni, più una terza in produzione. Come i più arguti tra voi potranno intuire, il soggetto è proprio l’eponima località della California, sede dei pilastri della tech industry e da ormai diversi anni ombelico del mondo occidentale. In particolare la vicenda ruota intorno al giovane mago degli algoritmi Richard Hendricks, a Pied Piper, start-up da lui creata per monetizzare una rivoluzionaria formula di compressione dati, e alla scalcinata banda di programmatori che tentano di tenere su la baracca.

Non temete, il rischio di un’elegia del modello imprenditoriale 2.0 è scongiurato sin dalle prime battute. Praticamente in ogni scena gli showrunner Judge (con un passato da programmatore ai tempi dei Pirati della Silicon Valley), Altschuler e Krinsky puntano a rendere chiaro il loro punto di vista: i coloni della Southern San Francisco Bay Area sono tendenzialmente una masnada di fagiani gretti ed egoisti, disinteressati a ciò che non si possa misurare in cicli di clock e smaniosi di accaparrarsi i favori del primo guru gonfio di soldi à la Steve Jobs. In un simile scenario il gruppo protagonista, pur con i suoi innumerevoli difetti, spicca per una certa purezza di fondo. Dal tossico mecenate incubatore di Pied Piper, al sysadmin misantropo e satanista, i nostri dimostrano in più di un’occasione un’inaspettata rettitudine morale o professionale, rifiutando compromessi e accordi economici in nome di un’anarchia informatica che farebbe la felicità di Richard Stallmann. Parafrasando una vecchia tagline di Futurama (“è come i Teletubbies con i laser”), potrei dire di Silicon Valley che “è come The Big Bang Theory con il realismo”. Se infatti le due serie hanno diversi punti di contatto (umorismo geek, stereotipizzazione del nerd) il loro punto di biforcazione risiede nel differente grado di credibilità dei personaggi. Se in TBBT ci troviamo di fronte a una rassegna di figurine che, al netto delle spassose inettitudini sociali e idiosincrasie, risultano gradevoli per buona parte delle puntate, in Silicon Valley il discorso è differente. Quanto detto prima riguardo la rettitudine di Richard Hendricks e soci non deve ingannarvi: non stiamo parlando di individui simpatici. Nel migliore dei casi si tratta di autistici completamente fuori dal mondo come il contabile Jared, in quello peggiore di trentenni maschilisti, sboccati e razzisti che pestano bambini e mascherano dietro un cinismo devastante ansie e paure. Manco a dirlo, il risultato tocca vette di umorismo indicibili. Ora, in quanto studente di informatica non sono certo un senior, ma posso assicurarvi che una sessione di programmazione ricorda molto più da vicino le riunioni a base di birra, insulti e umorismo di bassissima lega mostrate in Silicon Valley che non la relativa castità delle maratone di Star Wars di Sheldon Cooper e comitiva.

Per darvi un’idea, questo è il grafico che riporta la frequenza con cui compaiono imprecazioni nel codice del kernel di Linux:

11752345_526952467451858_6418448587185452102_n
Classy.

Sorvolo sull’aspetto tecnico della serie, che non è particolarmente rilevante e di cui non mi sento neanche troppo in grado di fornire un’analisi affidabile. Ciò che invece mi preme sottolineare è quella che credo di aver interpretato come morale, se tale termine ha senso in un simile contesto, dello show. Gli autori mettono alla berlina l’attuale modello socio-economico vigente nel mondo dell’information technology, basato su una retorica che fonde superomismo imprenditoriale e cazzate new age, colpevole di aver trascinato i nerd fuori dalle loro tane, convincendoli di poter diventare tutti il prossimo Gates/Jobs/Zuckerberg al costo di abbandonare il lato prettamente amatoriale/artigianale della loro passione per concentrare energie ed attenzioni su elemosina di finanziamenti, concorrenza sleale, imbarazzanti feste di “social networking” e simili. Ne sono prova fin troppo didascalica i continui malesseri fisici del protagonista, che arriva a svenire, vomitare o sudarsi l’anima quando costretto a relazionarsi con investitori e cialtroni vari, e sembra riprendersi solo quando ha l’opportunità di lavorare al proprio algoritmo. Se ancora non doveste essere convinti, aggiungo che Silicon Valley è anche un calderone traboccante di riferimenti pop, dalle colonne sonore (qualcuno ha detto Run The Jewels?) fino a marchi, siti, app e prodotti nominati di continuo, nove volte su dieci con intento satirico.

In definitiva stiamo parlando di una serie che mi sento di consigliare più o meno a chiunque non tema il turpiloquio o idolatri la Apple, anche se i delusi di Wired e chi sappia almeno accendere un pc godranno di qualche livello di lettura in più. Diciamo che però se state leggendo questo articolo e non ve l’ho spammato io in quanto miei parenti, è altamente probabile che rientriate in una di queste due categorie.

Non vi anticipo nessuna gag, nonostante YouTube ne sia piena, ma concludo dicendo che una serie che chiude una puntata con questo pezzo per me ha già vinto tutto:

About Marzio Persiani

Marzio Persiani
Romano, studio informatica. Curiosa intersezione tra cose che mi appassionano e argomenti con cui non si rimorchia.

Check Also

Giochiamo a IA e cowboy: Westworld, la serie

Michael Crichton è un mio punto di riferimento. Per quanto oggi lo trovi un deprecabile ...