Home / Spettacolo / Musica / Il femminismo fa bene alla musica pop?

Il femminismo fa bene alla musica pop?

È andato e venuto, nello spazio di pochi giorni, lo screzio via twitter tra Taylor Swift e Nicki Minaj (http://www.buzzfeed.com/kimberleydadds/taylor-swift-has-apologised-and-made-up-with-nicki-minaj#.xl44Oy4mY).

Che le due star abbiano fatto pace ci rasserena, ma non ci può distogliere dal problema: il femminismo fa bene alla musica pop?

C’è stato un momento, una spinta di inizio millennio, in cui la pop music ha cominciato a diventare femminista. Ha scaricato le bombe (e bimbe) sexy, le ha destrutturate (con Lady Gaga) o satirizzate (e qui il merito è di Ke$ha), le ha sostituite con figure tormentate (Amy Winehouse) o con donne comuni (Adele), ha dato loro il potere assoluto (basti pensare a Beyoncé). Questa spinta si è dissolta, per una serie di motivi. Per prima cosa, le femmes fatales non sono scomparse: Rihanna, Miley, Katy Perry e Selena Gomez sono lì a ricordarci che sì, è ancora bello piacere allo sguardo maschile. Secondo motivo: le innovatrici originali si sono smarrite. Gaga insegue una retromania improduttiva, Amy Winehouse è finita preda di se stessa, Adele ha lottato con l’alcol e il suo corpo, Ke$ha è diventata quello che derideva – con risultati musicali peraltro eccellenti. Terzo ed ultimo motivo: le nuove popstar hanno affrontato il discorso femminista con la delicatezza di chi usa il martello per tagliare una torta. E arriviamo alla querelle tra Taylor Swift e Nicki Minaj, appunto.

C’è una gara a chi è più moderna, più femminista, più giusta. Una gara che poi è una contrapposizione tra modelli di corpo, di comportamento e di società, in un’America lacerata da tensioni sociali e razziali. Taylor Swift parla ad un pubblico molto vario, ma molto facile da identificare: dalla classe media in su, rigorosamente white, in tutti e cinquanta gli stati. Piace agli hipster-chic di San Francisco e alle It Girl di Manhattan, e non c’è una ragazza bianca, dalla Florida allo stato di Washington, che non sogni di essere come lei. Non usiamo mezzi termini: è la Audrey Hepburn del 2015. Ha, quindi, la stessa aria “rispettabile” che aveva la Hepburn – bella senza trasudare sessualità, modaiola con uno stile classico e anche un po’ austero – a cui aggiunge la capacità di sembrare la sorella maggiore che la domenica mattina, in pigiama e struccata, ti dà consigli di vita.

In pratica Taylor è la donna che l’America vorrebbe essere. Non può essere innovativa (viene, d’altronde, dal genere più retrò del mondo, la country radiofonica) né provocante, e per questo viene considerata il modello giusto. Il confronto con Nicki Minaj è stridente, sia da un punto di vista fisico che sociale, ma lo stesso (escluso il discorso etnico) vale per Katy Perry, che è una Jessica Rabbit nata povera. Attorno a queste figure – Taylor modesta e raffinata, Nicki la nera sfrontata, Katy la bomba sexy, Miley la figlia ideale che decide di fare di testa sua – ruota un dibattito sulla natura del femminismo nella società occidentale.

Può esistere un’immagine ideale di donna, uno standard di comportamento giusto o accettabile? E soprattutto, può il femminismo porre dei confini morali su cosa ci si può aspettare da una donna? Vero, il sesso è stato strumento maschile per eccellenza. Ma la soluzione non può essere impedire alle donne di mostrarsi erotiche. Soprattutto quando – è il caso di Nicki Minaj – viene proposta un’immagine nuova, dirompente, carica di connotati sociali e culturali. Molta critica online finisce per ricadere su standard maschilisti, slut-shaming, una paura pruriginosa dell’erotismo e del desiderio. Ecco, a voler essere maligni Taylor Swift (che, bontà sua, scrive canzoni meravigliose, non dimentichiamolo) è il parafulmine perfetto per ragazze un po’ puritane che invidiano la libertà delle “mignotte”. E Nicki, Katy, Rihanna e Miley quelle fanciulle trash che a volte sono proprio fuori luogo.

Se ci aggiungiamo problematiche razziali e “geografiche” (per un esempio recente basti pensare al divieto di esporre la bandiera confederata in California, polemica in cui il mondo della musica si è affrettato a scegliere parti e schieramenti), diventa evidente l’impossibilità di dividersi in squadre.

Il problema è che il femminismo è diventato di pubblico dominio e ha subito una regressione a livello di contenuti piuttosto allarmante. Il che ha portato alla diffusione, per reazione, di “attivisti dei diritti del maschio”, in un rigurgito misogino che vive soprattutto su reddit (in funzione anti-tumblr) e pervade il discorso collettivo sulla musica (dove è accompagnato da un razzismo profondissimo, mascherato da nostalgia per il caro vecchio rock in contrasto con l’hip-hop brutto e cattivo) e sui videogiochi. Non è che si stava meglio quando il femminismo era un fatto accademico? Ovviamente no, ma pensare a ragazze che nella vita cantano e ballano e ora sono costrette a improvvisarsi sociologhe fa sorridere. Non è arroganza, care, ma lasciate le chiacchiere a noi, che ci divertiamo pure.

About Polinice

Check Also

#NONVEDOLORA DI SENTIRE I SANTELENA

Metti un giurista al basso, un imprenditore alla chitarra, un economista alla batteria, un manager ...